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assoluzione
Scritto da athos
Categoria altro, genere
Scritto il 10/11/2017, pubblicato il 10/11/2017, ultima modifica il 10/11/2017
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Nota dell'autore: La giornata particolare di un uomo che si confronta con il mondo intero. Le emozioni forti e le scoperte nel segreto di un confessionale. Per riscoprire se stesso.

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L’assoluzione

La pioggia caduta nella notte aveva portato via l'ultimo tepore autunnale. Giobbe si svegliò infreddolito, osservando il perimetro della stanza da letto come fosse la prima volta. Il campanello della porta d'ingresso emise alcuni stanchi latrati. Si alzò, e a piedi nudi si avvicinò all'occhiello che dava sul pianerottolo, senza far rumore per non farsi sentire dallo scocciatore di turno. Dall'altra parte della porta, un tipo pelato con la camicia bianca attendeva impaziente. Giobbe rimase zitto e fermo, fino a quando lo vide imbucare la tromba delle scale e sparire dalla sua visuale. Immaginò che fosse uno dei ragazzi dell'associazione comuni¬sta, che mensilmente gli facevano visita, per vendergli una copia del giornaletto. Un'edizione a dir poco fantascientifica, tanto era a ritroso nel passato. A leggerlo pensava di essere precipitato nel 1930 quando Lenin, i bolscevichi e Dio sa chi, stavano prendendo il potere. Ciò nonostante, quei sognatori gli erano simpatici.

Ritornò nella stanza a cercare le ciabatte e solo allora vide il biglietto.
- Palestra, lavoro, palestra. Ciao Giuseppina -
Il solito biglietto frettoloso scritto da sua moglie, un appunto che mal celava la sua frenesia giornaliera. Giobbe soffiò con forza, centrandolo in pieno. Il foglio si alzò con uno scatto, sbatté contro la specchiera, si inarcò per un attimo fino a perdersi da qualche parte sul pavimento. Giobbe si rasserenò per la forza dei suoi polmoni, non ancora intaccati dal fumo delle troppe sigarette.

Tornò in cucina e accese la radio. Nirvana, la voce arrabbiata di Kurt Cobain si diffuse per il locale. Gli servì per ripensare agli ultimi mesi, al rapporto con Giuseppina che si stava disgregando in un mare di silenzi. Mangiò due biscotti e si dissetò bevendo dal rubinetto. L’acqua era gelida, e si sentì per qualche secondo il peso sullo stomaco. Si accese una sigaretta, appoggiando la schiena al muro. La casa ora gli sembrava più calda e accogliente, e mentre fumava, pensò al da farsi. Entro mezz'ora avrebbe dovuto essere in ufficio, ma secondo i suoi ritmi mattutini era già in ritardo. I tempi tecnici personali, a quello non poteva rinunciare. Barba, doccia, vestirsi, scendere, aprire il garage, portare fuori la macchina, chiudere il garage, prendere il dispositivo per l'apertura del cancello, attivarlo, riporlo nel vano portaoggetti. Ripensando a tutte queste azioni che avrebbe dovuto compiere, si sentì un po' annoiato e si riappoggiò alla parete. Oltre ai tempi tecnici doveva calcolare il tragitto di una ventina di minuti sino al cancello aziendale. Spense la radio e accese la tv. Maramaldeggiava sul piccolo schermo un politico locale che vaneggiava sulla divisione dell'Italia in due. Dopo tre parole al vento udite spense la tv. Indaffarato, nella semplicità di questi movimenti al rallentatore, prese il telefono. Lo guardò una decina di volte, rigirandoselo tra le mani.
Poi chiamò.
"Ciao Marcella"
"Pronto?"
"Ciao Marcella, sono Giobbe."
"Ciao Giobbe."
Marcella era la segretaria del gran patron. Iniziava sempre mezz'ora prima degli altri impiegati.
"Senti Marcella, oggi arrivo in ritardo." Giobbe era partito in quarta poi si fermò perché non aveva ancora preparato una scusa plausibile.
"Va bene, glielo dico a lui"
"Sì, ieri mi si è rotta la lavatrice e sto aspettando il tecnico. Spero di arrivare in tarda mattinata o, al peggio, nel pomeriggio."
"Ok."
"Ciao e grazie."
Era brava Marcella. Non sempre simpatica, ma tenere la sua posizione non era semplice. Dovevi per forza diventare un mastino di centrocampo, dove non potevi rilassarti neanche un minuto. La scusa che aveva inventato non era proprio plausibile, pensò Giobbe. Sapeva già che quel giorno non sarebbe andato a lavoro e, l'indomani, non avrebbe neanche tentato di ampliare il corso della storia, magari cercando di inserire qualche piccola variante, tipo la lavatrice alla fine era guasta da essere buttata oppure il tecnico aveva ritardato, oppure aveva una convenzione che suggeriva di andare subito in giornata ad acquistare una nuova lavatrice per ottenere un consistente sconto. No, il mattino dopo si sarebbe presentato come se nulla fosse accaduto e nessuno gli avrebbe chiesto spiegazioni. Giobbe di questo era felice. Aveva dinanzi a sé tutta una giornata da spendere come meglio sarebbe riuscito. Il traguardo era la sera, dopo le otto, quando Giuseppina sarebbe rientrata a casa e si sarebbero guardati con il silenzio negli occhi. Lei tutta adrenalinica dallo sfogo della palestra, ancora con i capelli luccicanti per la doccia appena fatta e lui a leggere un libro o a guardare una partita alla tv.
Andò in bagno e in un battibaleno si lavò. Tornò in camera, dove aprì l'armadio, prese un bel paio di pantaloni grigi lavati e stirati, una camicia bianca a pois blu e un maglione grigio con tanti scacchi sul davanti.
Prese la macchina e partì. Non aveva ancora deciso nessuna direzione. Voleva sicuramente camminare un po’ per rinfrescarsi le idee e andare in una libreria a sfogliare qualcosa o a scegliere un DVD da vedere quando Giuseppina andava a letto, stanca della palestra.
Prese la direzione per X, distante circa trenta chilometri. Ad andatura normale e senza traffico in poco più di mezz'ora ci sarebbe arrivato, ma ora era ancora presto e ci sarebbe voluto più tempo. Poco male, pensò Giobbe, con la sigaretta accesa e Virgin Radio a chiodo sarebbe potuto arrivare anche in capo al mondo.

Quanno ‘o mare è calmo ogni strunz’è marenaro

Il Dj raccontò quest’antico proverbio napoletano. Quando il mare è calmo ogni stupido è marinaio. Quanti ne aveva visti Giobbe nella sua vita e quanti ne vedeva ogni giorno di cosiddetti marinai. Incapaci, impauriti da ogni forma e con la spina dorsale molle. Ma furbi, striscianti e camaleontici. Mentre scivolava nell'arteria principale, rideva e cantava a squarcia¬gola questo motivetto a ritmo degli Oasis.
Quanno o'mmareeee
è
è
è
calmooooo
ogni strunz'èèè
marenarooo
La ragazza di fianco alla sua automobile sorrise nel vederlo cantare e Giobbe le ricambiò il sorriso con l'occhio sinistro che si apriva e chiudeva a intermittenza. Si sentiva libero, libero e ispirato. Fermi al semaforo la ragazza gli ricambiò lo sguardo e i due cominciarono a muovere la testa all'unisono, dondolandosi al ritmo della musica. Giobbe ebbe l’impressione di volare. Quando il semaforo diede il via libera, salutò la giovane con un bacio sulla mano trasportato dal vento.

Finalmente arrivò al parcheggio. Scese e inserì monete sufficienti per sei ore. Non sapeva se avrebbe resistito tutto quel tempo, ma considerando la strada che doveva fare a piedi per raggiungere la piazza centrale, le due librerie che avrebbe visitato più un piccolo pranzetto, di tempo ne aveva da perdere.
Cominciò a gironzolare per la città; persone di tutte le età e ceti sociali camminavano indaffarate, molti erano al telefono con atteggiamento risoluto a sbrigare chissà quali incombenze. La gara sociale era in pieno corso e l'apparenza, decisamente, ingannava. La società ormai era appiattita su livelli medio bassi di benessere e un po’ tutto, anche i muri scrostati, ne risentiva. Il consumismo esasperato degli anni precedenti era ormai in fase di arretramento e ora, con l’avvento della tecnologia, si stava facendo strada, più o meno mascherato, il baratto. Come nell'abbigliamento, dove ciclicamente tornava di moda un determinato colore, nell'economia si stava arrivando alla condivisione dei beni, in una versione quasi socialista.
Giobbe osservava camminando questo esercito d’impiegati, casalinghe, pseudo manager, ragazzi che avevano marinato la scuola, pensionati e fancazzisti. Risoluto era il suo passo lungo le alte strade del centro storico. Poco dopo la piazza principale svoltò a destra, in una stradina che portava a una bellissima chiesa del trecento. C'era stato varie volte, perlopiù in compagnia di Giuseppina o di qualche amico. Era la prima volta che ci andava da solo.
Arrivò sul sagrato e lanciò lo sguardo verso l'altissimo campanile. Era una delle opere più importanti in Italia di quel periodo storico. Pensò alla moltitudine di operai, falegnami, muratori, architetti che avevano progettato e costruito quella bellezza. Certo, nel medioevo le categorie umane erano facilmente divisibili in tre gruppi. I religiosi, i guerrieri e i lavoratori. Era una società semplice, ancora in costruzione, non come ora dove l'indifferenza si sposava con l'inquietudine, dove anche un mare calmo rappresentava chissà quale minaccia se, il popolo, pensava al domani. Con questi pensieri vi entrò.

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