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IL GIARDINO
Scritto da Thomas Karl Monty
Categoria poesia, genere
Scritto il 10/11/2017, pubblicato il 10/11/2017, ultima modifica il 10/11/2017
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Il giardino prosperava quieto nel verde profondo.
L’erba fresca e ricoperta dalla rugiada notturna ondeggiava lieve nell’aria primaverile, trasmettendo tranquillità vitale.
Un esile pozzo diroccato dalle intemperie e dall’esistenza sonnecchiava beato al centro dell’estensione del verde.
Gli uccellini emettevano le dolci melodie dei loro canti fatati mentre solcavano il cielo limpido, di una colorazione azzurro intenso tale da trasmettere un senso di vertigini, potevi smarrirti in contemplazioni divine.
Nessuna nuvola si scorgeva all’orizzonte, la pace giaceva dormiente sul giardino, un profondo senso di serenità si era insinuato e stabilito nell’aria mite, il mondo si rilassava come un neonato cullato dalle braccia materne.
I raggi del sole che donavano un lieve calore filtravano trasversalmente al fitto fogliame che costeggiava il giardino.
Gli alti rami cariche di foglie appena nate sferzavano con gioia rinvigorita il vento che trasportava sulle ali profumi di realtà.
Un olezzo intenso di erba tagliata volteggiava nell’atmosfera incantata per poi susseguirsi un odore di gelsomino in fiore inebriando tutto il mondo di essenze eteree.
Così il creato continuava la sua evoluzione.
Ma in un lasso di tempo effimero tutto mutò.
Il cielo iniziò ad oscurarsi solcato da una nebula densa, color della pece, nera come l’infinito.
Il sole perì dietro di essa, lasciando il mondo nel freddo grigiore subentrato al tepore.
Gli alberi si agitarono inquieti emettendo dei prolungati lamenti di agonia, inspiegabilmente le foglie che poco prima disseminavo un ordine naturalistico si trascolorarono in un rosso ruggine per poi essere trasportate in un turbine malinconico dal vento, che si era andato consolidando in una forza devastante.
Gli uccelli emigrarono in preda al terrore, nell'aria dominava una percezione di orrore puro, un odore ignoto infondeva una sensazione di abbandono cosmico.
L'erba vigorosa e verde dell'ammaliante giardino si tramutò in steppa ammorbata da una sofferenza illogica.
Il pozzo intraprese un lento ma volitivo processo di autolesionismo, crollando in frammenti di nostalgia reciproca.
Il giardino, prima affascinante e seduttivo si era trasfigurato in un organismo malato, sulla soglia del trapasso.
Il cielo rimase annerito dalla presenza indesiderata per mesi, o forse anni.
Un giorno il sole rifece la sua comparsa, spargendo i suoi raggi consolatori sull'erba morta e la desolazione limitrofa.
Ma il giardino non si risollevò mai più dall'incombente male che l'aveva afflitto per un lasso temporale, ignoto all’essere umano.
Rimase per sempre, senza alcuna illusione futura, un giardino morto.

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