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“Gardenia blu, ora siamo soli io e tu…”
Scritto da insonne
Categoria epistolare, genere generica
Scritto il 10/11/2017, pubblicato il 10/11/2017, ultima modifica il 10/11/2017
Letto 52 volte

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“…Suonava Blue Gardenia, un’orchestrina jazz…”

Sono successi parecchi casini. Nel mucchio, posso riassumere che ad un certo punto mi sono attaccata al campanello dei vicini e che ciò mi ha permesso di limitarmi a finire al pronto soccorso.

Niente lettere di addio, niente messaggini, stronzate. A dire il vero, forse sto scrivendo ora questa cosa molto personale proprio perché non ho agito secondo i miei standard e sento il bisogno di compensare.

“…L’esplosione e poi…”

C’è mancato poco che non chiamassero i miei. Se non l’hanno fatto, e se non hanno rotto ulteriormente con le domande, è solo merito tuo. E pensare che qualche giorno fa stavo quasi per parlare male di te, ricordandomi che erano passati proprio 6 anni da quando avevi terminato la relazione con me.

Tante battutine, a dire che tornare con gli ex è una cosa stupida, e poi chi si alza per salvarmi il culo sei tu.
Solo oggi capisco quanto ti devo ringraziare di tutto il male che mi hai fatto.

“…tutto andava giù…”

Ringraziarti di avermi fatto venire un esaurimento nervoso, di avermi fatto provare a suicidarmi già 6 anni fa, di avermi fatto tornare a vivere dai miei e incasinarmi con i mobili che avevamo preso…e rogne varie.

Perché tu avevi già capito come funziona in me il meccanismo della gelosia. Sapevi che per me tutto va bene finché mi trovo in una posizione di vantaggio rispetto alla “concorrenza”, altrimenti perdo la testa (o forse sarebbe meglio dire che la spengo).
Non volevi che passassi la mia vita a rosicare. Hai fatto un passo indietro e hai ammesso di aver perduto quella motivazione che ti stava portando verso un obbiettivo di vita molto preciso nei miei confronti.

Sono stata male uguale. Hai provato a non ferirmi e non ci sei comunque riuscito. Però oggi ho capito che sei stato un signore in tutto questo, perché lo hai fatto per proteggermi.

Nessuno mi ha protetto da quello che ho provato qualche giorno fa. Un po’ perché non ho chiesto a nessuno di “proteggermi”, e un po’ perché dovrei ormai essere “grande abbastanza” da proteggermi da sola.
Invece ho scoperto di non averne gli strumenti. Ho scoperto che non ce li hanno nemmeno coloro che di mestiere dovrebbero averli e che paghi affinché ti aiutino a costruirti la tua corazza. Perché spesso queste sensazioni ti colgono impreparato, e la cosa migliore che puoi augurarti è di risolverla con un attacco di panico.

“…Brucia nella notte la città di San Jose…”

Forse se, una volta in grado di parlare, ho deciso di telefonarti è proprio perché ho capito questa cosa. Anche perché ho ripensato a quando stavo “morendo per te” e ho capito che questo “mi uccido per colpa di” è un format di “scarica barile” che mi piace parecchio adottare quando soccombo. Ma che non si merita NESSUNO. Tu non ti saresti meritato la mia morte, per quante colpe tu potessi avere. Alla fine la vita è la mia, e quindi la morte per suicidio dovrebbe essere “per colpa mia” e non “per colpa di”. Quindi non è che ora urlo “la vita è bella!”, continuo a pensare che sia una merda, ma ho almeno raggiunto (momentaneamente) la consapevolezza che la decisione di privarsi della propria vita non deve privare anche la vita di un altro.

“…La lava incandescente gremava gli hula-hoop…”

Non mi aspettavo che ti facessi tutti quei chilometri senza pensarci su. Che ti offrissi ad accompagnarmi a casa. Che ti fermassi a dormire con me e non mi mollassi un solo istante durante la notte. Questo abbraccio durato ore me lo porterò nel cuore per sempre.
Magari potevo aspettarmi il tuo arrivo, visto che sei già accorso in mio aiuto in quel periodo in cui sono scappata dalla casa dei miei. Però pensavo che poi saresti tornato alla tua vita, alla tua lei (che in fondo non si merita che tu venga a piombo da me), che mi avresti semplicemente detto un paio di parole di conforto.

“…L’uragano travolgeva i bungalow…”

Mi sono domandata che cazzo di rapporto è questo. Quanto sia eticamente corretto, fino a che punto abbia senso di essere così ambiguo. Non mi sono più domandata del perché tu sia tornato in questo modo dopo “l’abbandono” di 6 anni fa. Quella è una domanda a cui mi sono già risposta da un po’: mi hai lasciato in balia di me stessa per il tempo necessario a farmi capire in che punto si trovava realmente la nostra relazione in quel periodo. E mi c’è voluto proprio quel tempo per capire che eravamo nella merda.

Eravamo immersi nell’illusione che fare “un patto” ci avrebbe salvato da un qualcosa che camminava già con delle cicatrici addosso. Un errore che continuano a fare un sacco di coppie.

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