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Addio fratello crudele
Scritto da vecchioautore
Categoria: Narrativa - giallo/noir
Scritto il 11/10/2018, Pubblicato il 11/10/2018 18.01.31, Ultima modifica il 11/10/2018 18.01.31
Codice testo: 1110201818129 | Letto 96 volte

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Addio fratello crudele

Onofrio Spadoni era un uomo che, come si suole dire, si era fatto da solo. A quattordici anni, appena conclusa la scuola dell’obbligo, era già in fabbrica a imparare il mestiere di tornitore. E a venti, subito dopo il servizio militare, al tempo ancora obbligatorio, aveva aperto la sua piccola officina. Dieci anni dopo la piccola officina si era trasformata in una fabbrica che produceva raccordi idraulici e dava lavoro a una trentina di tornitori e cinque impiegati (due di sesso maschile e tre femminile). Altri dieci anni e le fabbriche sparse nella provincia sarebbero diventate quattro, con una forza lavoro di ben duecentotrenta addetti tra impiegati e operai.
A quarantuno anni, Onofrio Spadoni poteva affermare inorgoglito di aver realizzato i suoi sogni imprenditoriali. Ma anche la vita sentimentale gli aveva riservato le sue belle soddisfazioni; l’amatissima moglie, Agostina, l’aveva reso padre felice; prima di un maschietto, Arnaldo, ora tredicenne; e tre anni dopo, di una femminuccia, Carlotta.
Onofrio non era solo questo, Onofrio era fondamentalmente una persona umanamente buona, e non mi riferisco alla sua ferrea fede, anche se potrebbe averlo aiutato a fare scelte in favore degli altri. Per dirne una: se c’erano famiglie in difficoltà, era pronto ad aprire il portafoglio senza batter ciglio. Ma non solo; qui voglio anche rammentare la volta che il parroco, durante l’omelia, aveva chiesto un obolo ai fedeli per sistemare il tetto della chiesa; orbene, dovete sapere che in quell’occasione Onofrio, subito dopo la funzione, si era recato in sacrestia e lì, aveva staccato con nonchalance un assegno bastante, oltre che a rifare il tetto, a sistemare il campo e le vetuste strutture per i giochi dell’oratorio. E non posso certo esimermi dal citare con stupefatta meraviglia le sostanziose offerte che era solito elargire, in maniera continuativa e a scadenza più o meno semestrale, ad associazioni caritatevoli e di volontariato.
Concluderò questo sintetico ritratto biografico, riassumendo brevemente la genesi della sua terza paternità.
Un giorno, insieme al vescovo e al parroco, Onofrio si era recato a visitare il centro d’accoglienza per minori, sito in uno stabile da poco ristrutturato grazie al suo contributo finanziario. In quell’occasione era rimasto particolarmente colpito dai tristissimi, grandi occhi neri di un bambino nigeriano di appena nove anni. E quando la responsabile del centro lo aveva informato che aveva perso la madre, sbalzata in mare dal barcone partito dalle coste libiche in una notte tempestosa, Onofrio si era detto disposto ad accoglierlo. E una volta espletate le pratiche per l’affido, aveva organizzato con moglie e figli, una festa di benvenuto degna di un principe per farlo sentire fin da subito parte della famiglia. Famiglia della quale divenne membro a tutti gli effetti due anni dopo, quando si concluse l’iter per l’adozione.
Fu così che Onofrio Spadoni e consorte divennero genitori orgogliosi di tre figli: al quindicenne Arnaldo e alla dodicenne Carlotta, ora si era aggiunto l’undicenne Amir Stefano (il secondo nome gli era stato imposto insieme al sacramento del battesimo).
Onofrio e sua moglie, seguendo con apprensione il loro percorso di crescita e dedicando, senza inutili e controproducenti distinzioni, le stesse attenzioni e un ugual amorevole premura a ognuno dei tre figli, si dimostrarono genitori modello.
Da parte loro, tralasciando qualche piccolo screzio che derubricherei a normale amministrazione nella formazione del carattere, i tre ragazzini sembravano andare d’amore e d’accordo. Ma quando, insieme alla maturità, sarebbe giunto il tempo delle ambizioni, dell’amore e delle gelosie, come avrebbero reagito?

***************************************************

«Buongiorno, signor Stefano» lo salutò l’infermiera.
«Buongiorno, Lina» replicò Amir Stefano entrando in casa. «Come sta mio padre?» si preoccupò di domandarle subito dopo.
«Ha trascorso una notte agitata. Si è addormentato solamente dopo che sua sorella ha chiamato per avvertirlo che sarebbe rimasta a Milano, a casa di una sua amica…» l’infermiera fece una pausa «ma ormai, era quasi l’alba» concluse sospirando.
«Uhm…» fece Stefano corrugando la fronte, fermandosi in mezzo al corridoio. «Da una sua amica, è?» aggiunse riflettendo a voce alta.
«Così ha detto» confermò l’infermiera.
«Vado da mio padre» annunciò Stefano, incamminandosi.
«Lo trova nel salottino» lo informò l’infermiera.

Amir Stefano, da quando, insieme al fratello, aveva preso in mano le redini dell’azienda, aveva lasciato la casa di famiglia, un po’ troppo distante dalla sede amministrativa, e si era trasferito in un appartamento del quartiere Porta Nuova, a Milano; così come aveva fatto Arnaldo che, però, aveva scelto di andare a stare in zona Navigli.
Così, a far compagnia al padre nella grande casa immersa nella campagna, era rimasta solo la sorella; la quale passava più tempo in città che accanto al suo vecchio, colpito tre anni addietro, poco tempo dopo che l’amatissima moglie era passata a miglior vita, da un devastante ictus che lo aveva inchiodato su una sedia a rotelle.

Stefano si arrestò davanti alla porta. Da quella posizione riusciva a vedere l’alto schienale della poltrona e immaginò suo padre intento ad osservare attraverso l’ampia vetrata il giardino riscaldato da un tiepido Sole primaverile. Poi volse lo sguardo a destra, sopra una credenzina in noce, dove i raggi obliqui dell’astro riflessi da una serie di cornici in argento guidarono gli occhi a incrociare quelli dei ritratti al loro interno.
C’era lui, c’era suo fratello e sua sorella in alcuni di quei ritratti; ma, soprattutto c’era lei, moglie e madre amatissima, ben presente, non solo in tutti i ritratti, ma in ogni angolo della grande casa e nella mente di un vecchio, prigioniero in un corpo immoto, che trascorreva i rimasugli di una vita onesta e operosa attendendo, con la serena consapevolezza di chi avendo ben operato è certo di esser premiato, il momento del distacco.
Quando si decise ad entrare, davanti allo sguardo commosso di Stefano si palesò una figura pelle e ossa che, indossando una giacca da camera bordò, pareva sprofondare sin quasi a sparire dentro la morbida poltrona in velluto color salmone. Il volto esangue e scavato, le profonde occhiaie, un occhio semichiuso e la bocca piegata in un ghigno innaturale; dell’uomo iperattivo, capace di creare dal nulla un’industria che aveva aperto siti produttivi sin nella lontana Cina, ora, a soli sessantotto anni, non v’era più traccia.
«Vieni… avanti» disse con voce afona Onofrio Spadoni, faticando ad articolare le parole. Poi prese un fazzoletto bianco appoggiato sul bracciolo della poltrona e tamponò il filo di bava che usciva dall’angolo della bocca piegata all’ingiù.
Stefano avanzò e, inginocchiandosi davanti al padre, guardandolo negli occhi lo salutò, mormorando: «Ciao, pa’» appoggiò delicatamente le mani sulle ginocchia ossute «perché mi hai fatto chiamare?»
«Aspettiamo… tuo fratello» rispose Onofrio indicando la porta.
Stefano scrollò il capo. «Non può venire… è a Rapallo. Si è preso due giorni per provare la nuova barca.»
«Quello pensa solo a divertirsi… è uno stupido!» sbottò forzando il tono.
«Calmati, papà. Non agitarti, non serve… Arnaldo non è uno stupido, gli piace divertirsi, ma ti posso assicurare che sa il fatto suo» provò a tranquillizzarlo mentre, con il fazzoletto sottratto delicatamente dalla mano di suo padre, gli asciugava un rivolo di bava.
«Non trattare me… da stupido! Se ho scelto te come amministratore unico, ci sarà un motivo… no?» replicò Arnaldo.
Stefano non disse nulla.
«Basta ricordare come mi rispose» fece una pausa, deglutì e si schiarì la voce, «quando gli chiesi cosa se ne faceva della barca… visto che non aveva mai voluto imparare a nuotare… per comprendere che non dev’essere una cima» continuò sconfortato Onofrio.
Stefano sorrise. «Sono gli operai che si tuffano in mare per nuotare… i padroni lo solcano in barca» rammentò.
Onofrio annuì. «E io… ricordi, io, come gli risposi?»
«Non l’ho mai scordato… gli dicesti: “Abbi rispetto per la classe operaia, perché sono quelle le nostre radici! Ricordati sempre che senza il loro duro lavoro, tu, oggi il mare lo vedresti soltanto in cartolina!” E’ stata una bella lezione di vita, anche per me.»
Onofrio, muovendo impercettibilmente il capo, gli fece capire di non condividere la sua riflessione finale. «A te non serviva… sarà per le drammatiche vicissitudini che hai dovuto affrontare… già in tenera età… ma tu, sei maturato ben prima che fiorisse il ciliegio» precisò poi.
Stefano rivide in un attimo le onde scuotere il barcone, sua madre cadere fuori bordo e udì le sue grida d’aiuto confondersi con l’urlo feroce del mare in tempesta. «Dimmi cosa ti angustia, papà, perché volevi vederci?» domandò cambiando argomento.

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