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L'uomo, in amore
Scritto da Lapis
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 15/05/2018, Pubblicato il 15/05/2018 07.10.37, Ultima modifica il 15/05/2018 13.26.07
Codice testo: 155201871036 | Letto 141 volte

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Nota dell'autore Lapis:
Dove sta la verità? Forse con Zazà...

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L'uomo, in amore, ma anche in altri campi, è falso come Giuda.
Il poeta è falso per eccellenza, versione questa del grande Pessoa, che non mi sento di contestare, e la donna è la vittima sacrificale delle sue poesie amorose. Non tutte tutte, certo, diciamo tutte senza ripetizione, lasciando quindi qualche spiraglio alla probabilità che esistano eccezioni.
Lascio a voi fare il calcolo di quanto è falso un “ uomo poeta”. Il matematico direbbe : falso al quadrato, mentre Pitagora direbbe che è falso per falso per tre e quattordici, insomma la famosa area della bugia amorosa.
Povere donne che credono a questi uomini “poeti amorosi!”
In realtà, spesso e volentieri le donne l'avrebbero uno strumento per verificare la sincerità della poesia d'amore, o della lettera, intesa come corrispondenza cartacea, quella che si usava una volta, prima dell'avvento dei computer.
Ed allora ve lo voglio proprio fare un bell'esempio, e premetto che si riferisce alla mia giovinezza, quindi quando la lettera era solo e soltanto cartacea, scritta magari a macchina o meglio ancora in bella calligrafia con un pennino in bronzo e l'inchiostro doc, nero come la notte, ma anche blu come il mare più profondo.
La storia narra di Gianni, detto dagli amici Golden Boy, il più grande, ma anche spietato, latin lover della città, provincia compresa.
Sentite cosa aveva inventato il nostro conquistatore seriale. No, non è un refuso...non era un conquistatore serale, era proprio uno che le donne le faceva innamorare in serie, come un serial killer dei cuori infranti, insomma.
Con Gianni eravamo amici fraterni. Le nostre mamme erano nate in due case appiccicate, e portavano pure lo stesso cognome, quindi lui era ben a conoscenza della mia passione per la poesia e per la narrativa, dal momento che il pomeriggio si facevano i compiti insieme.
A scuola poi il suo tema lo facevo io, e quando il professore mi mandava a leggere il mio svolgimento nelle classi vicine, lui gongolava perché da furbo qual era sapeva che prima o poi avrebbe mandato anche lui a leggere il suo componimento. Io quella sua aspirazione l'avevo capita, ed allora un bel giorno decisi di scrivere maluccio il mio tema ed invece diedi sfogo a tutta la mia fantasia per far prendere a lui il voto migliore.
Il tema era assai difficile, per ragazzi delle scuole medie, ma io ebbi una sorta di ispirazione vincente.
Ricordo ancora il titolo: “ L'uomo è artefice della propria fortuna. Così sentenzia un motto latino. Commentatelo con le vostre parole.”
Il nostro professore era un uomo all'antica, stile “libro cuore”, amava la retorica e la magniloquenza, ed era affascinato dalle frasi altisonanti, forti, decise. Fosse ancora vivo odierebbe i minimalisti, Carver in testa, ma anche Hemingway, ed invece amerebbe Proust e Flaubert.
Fu così che decisi, scrivendo il mio di tema, di andare contro quel motto asserendo che l'uomo è predestinato e non potrà mai essere artefice del proprio destino, già tracciato da entità superiori all'umano o, per meglio dire, divine.
Sì, il tema era ben scritto, ma il contenuto non piacque, come supponevo, e pertanto, per la prima ed unica volta, non ebbi un voto superiore al sette.
Ma il tema che scrissi per Gianni passò alla storia. Il professore non smetteva di lodarlo, e il mio amico si gongolava come un gigolò.
Ricordo ancora alcune frasi significative di quel componimento, che colpirono nel segno:
“L'uomo non deve nascondersi dietro il comodo paravento della frase: non ci riesco, non ce la farò mai, la fortuna non è dalla mia parte. Un uomo, se vuole sentirsi tale, deve lottare, e con l'impegno e lo studio, il lavoro e l'abnegazione, potrà ottenere quel che vuole, diventando non solo artefice della propria fortuna, ma anche valido condottiero di una lotta, lancia in resta, contro il più crudele dei destini.”
Non contento, o per meglio dire, dulcis in fundo, la chiusa del tema risultò ancor più altisonante:
“ L'uomo ha imparato a sopravvivere combattendo nell'era preistorica contro animali feroci, giganteschi, è riuscito a dominare le forze della natura, ha scoperto il fuoco e il ferro, che ha saputo modellare per la propria difesa, perché non dovrebbe riuscire a plasmare il proprio destino, dal momento che quest'ultimo dipende esclusivamente dalla sua volontà. Se così non fosse, come potremmo definire il progresso? “
Ricordo ancora le parole del professore, che riempirono di gioia Gianni, ma ancor più me stesso, visto che quello sarebbe dovuto essere il mio vero tema, ed invece quell'altro lo avrei dovuto passare all'amico.
« Gianni S., con piacere ho dato un otto al tuo tema, uno dei migliori che mi sia capitato di leggere in questa scuola durante tutta la mia carriera. »

Ricordando questi episodi giovanili, un bel giorno di quasi dieci anni dopo, mentre io facevo l'università e lui aveva già aperto lo studio di Ragioniere Commercialista, durante una festa di compleanno a casa sua, Gianni uscì con questa frase, inaspettata:
« Lapis, come va con le donne... sempre a secco, come tuo solito? »
Che dire, era vero, lo sapevano tutti che io non mi sentivo attratto dai rapporti occasionali, ma cercavo il vero amore, quello che non ti fa dormire la notte e di giorno ti fa sognare come se fosse buio.
« Solito tran tran », risposi.
« Ho capito. Non hai una donna come si deve. Non l'hai trovata nemmeno nella grande Milano... »
« Cioè...com'è una donna come si deve? »
« Dai che lo sai. Una che non si fa problemi, che te la dà senza tanti discorsi. »
Io, per certi ragionamenti, non ero tagliato, sicché Gianni continuò nel suo quasi soliloquio.
« Va bene, ci penso io a trovartela. Tu fai un favore a me, ed io ne faccio uno più grosso a
te. »
Ahi, gatta ci cova. C'è sotto la fregatura, pensai. Gianni continuò:
« Sei sempre bravo a scrivere ? »
Non sapevo cosa rispondere. La mia passione giovanile l'avevo un po' abbandonata, per gli studi scientifici che stavo facendo, ma mi sentii di rispondere ugualmente in maniera positiva. Dopo tutto pubblicavo articoli sul giornale locale, e scrivevo ancora qualche poesia. E poi stavo scrivendo la bozza degli appunti di macchine Elettriche, una sintesi delle lezioni del grande professor Crepaz.
« Bravo è una parola grossa...insomma, bravino, come quando studiavamo, ricordi? » , dissi.
« Basta e avanza », rispose lui, eccitato. Che lo fosse, eccitato dico, lo capii per quel tic che gli faceva muovere involontariamente i muscoli laterali alla bocca, fin sul collo, come certi segnali che si fanno nel gioco della briscola.
E allora ecco la proposta: dovevo scrivere una lettera d'amore, fingendo di essere innamorato pazzamente di una ipotetica ragazza, e poi lui di quella lettera ne avrebbe fatto molte copie da mandare ad altrettante ragazze di sua conoscenza. Alcuni indirizzi, come contropartita, li avrebbe ceduti a me, in cambio del favore.
Risposi subito che non ero interessato agli indirizzi. Io cercavo l'amore vero, non palliativi.
Allora Gianni, gran bravo attore, mi pregò:

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