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Elena
Scritto da Leo1962
Categoria: Narrativa - erotico/romantico
Scritto il 16/07/2018, Pubblicato il 16/07/2018 22.14.38, Ultima modifica il 16/07/2018 22.14.38
Codice testo: 1672018221438 | Letto 186 volte

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ELENA
Parlo di Elena non per il pur importante… diciamo “dono” … che mi fece, ma perché la mia vita per un po’ ruotò attorno al lei e, cosa più importante, diede uno stop alla mia misoginia.
Un tempo, ove sorge il mio quartiere, c’erano antiche cave e vigneti, che occupavano l’intera conca su cui s’adagia l’odierno quartiere. Fino agli anni ’50/60 del 20° secolo, gli anni della ricostruzione postbellica e del conseguente boom economico, erano sorti rari edifici rurali e ville della Belle Epoque abitate da coloro che oggi alloggiano nelle tombe monumentali del locale cimitero. Famiglie in vista, come i Conti Reyna che oggi pare esercitino in metropoli quali avvocati, ed altre scomparse nel nulla o trasferitesi giù in città. Dal 1957/8 circa, gli spazi fra questi edifici furono sommersi gradualmente soprattutto da più moderne ville, alcune anonime, altre disegnate da architetti quotati. Indi arrivarono i palazzi ad appartamenti. In uno di questi abito io.
Esordiamo dicendo che Elena è stato il personaggio di svolta, o uno di essi, certo il più importante visto il rapporto che avemmo, di quel delicato e meraviglioso periodo, dannato per taluni, che chiamiamo adolescenza.
Tanti anni fa, nei primi Settanta, ero parte di un terzetto di spensierati fanciulli, composto da me e da due miei amici assai più svegli, fisicamente prestanti e più furbi di me, secchione malvestito e sporco, educato a suon di enciclopedie e con la mente infarcita dai racconti di Salgari e Verne. Il nostro è un quartiere suggestivamente incastrato nelle asperità delle antiche cave, e sovrastato da entrambi i lati da due boscose colline. Certo anche l’ambiente ebbe la sua nel creare in noi un’indole tendente al fantastico, che io aizzavo con la narrazione dei suddetti racconti che mio nonno mi regalava in pregiate edizioni integrali, che possiedo tuttora e chissà che fine faranno dopo la mia dipartita.
Attrattiva oggi riscoperta anche a livello “ufficiale” dalle varie associazioni Pro Loco ed ex Combattenti era ciò che resta della Linea Cadorna, eretta nel 1916 sia con semplici trincee in terra, ormai quasi obliterate, e lavori in calcestruzzo ancora evidenti. Ci sono bunkers, ricoveri a prova di bomba e piazzole per cannoni pesanti campali con relative polveriere sotterranee, il tutto per controllare improbabili provenienze dal prospiciente ricco Stato neutrale. Per noi era un ghiotto parco divertimenti, ma non una finta Gardaland bensì un reale insieme di manufatti creati per una reale guerra che solo per caso risparmiò questo luogo. Non v’era ragazzo del quartiere, dagli 8 anni circa in su, che non vi si fosse avventurato. Il mio ruolo di “menestrello” nel trio era peculiare, anzi per R***** era fonte di ammirazione per presunte mie doti intellettuali che ancora mi riconosce. R***** era a sua volta il più attivo, propositivo ed intelligente di noi. Tanto che la sua voglia di “crescita” fu la causa, anni ed anni dopo, della rottura del trio. Era comunque, rispetto a Tiziano, il terzo della cricca, più rispettoso di me mentre l’altro tendeva spesso a deridermi.
Ma l’orologio della vita corre rapido. Va preposto intanto che la mia famiglia odiava il Sessantotto e tutto il movimento di emancipazione dei giovani precedente e successivo ad esso: mio padre li chiamava “sbandati” e mia madre moltissimi anni dopo confessò che dinanzi ai repentini cambiamenti di costume degli anni della “beat generation” e successivi lei ed il marito “chiusero la porta” in faccia ad essi, isolando la nostra famiglia in una realtà amorfa, ferma al 1960. Quindi, per loro, i desideri di un giovincello dovevano essere quelli dei decenni precedenti, cioè quelli della loro generazione: la cultura innanzi tutto, tanto mancata a chi dovette lavorare sin dai 14 anni in filanda o a chi era cresciuto sotto la cappa soffocante delle menzogne fasciste. Sicché, avendo due figli di cui uno ormai nella prepubertà, temevano la pretese “assurde” dei giovani delle nuove generazioni, che chiedevano più oggetti di consumo personali e più libertà.
Quindi tutto il complesso fenomeno della lotta generazionale durata due decenni circa loro lo liquidavano dando dei delinquenti o dei drogati a tutti i giovani tranne pochi luminosi esempi di dedizione allo studio e cieca obbedienza alla famiglia: ciò che ovviamente pretendevano da me e da mia sorella. Infatti, di colpo, quando morta mia nonna quando avevo 9 anni, passato sotto la loro ala “educatrice” fui sottoposto ad una serie di critiche, pestaggi, menzogne circa i miei coetanei appunto illustrati come una banda di mostri. Era un “tirare le briglie” anticipatamente per prevenire ove possibile che crescesse nella loro onorata dimora un mostriciattolo che presto avrebbe preteso di uscire con gli amici “magari per drogarsi”, ritirarsi oltre le canoniche ore 21, avere una moto o un famigerato stereo dove ascoltare quell’orrenda cacofonia che i giovani chiamavano musica. Era infatti, come dicono i sociologi, il rock il motore trinante, assieme alla nascente “disco” che avrebbe debuttato dal ’73 circa, dei malefici cambiamenti di costume che facevano disperare i genitori di allora.
Quindi io, come spontaneamente ogni bambino o fanciullo fa, seguii con fiducia il “Credo” dei miei familiari, con conseguenze disastrose che non tardarono a manifestarsi. I ragazzi e le ragazze del quartiere mi isolarono quando videro le mie reazioni da…vecchio parruccone….ai loro scherzi e lazzi che presagivano l’avvento dei rapporti adolescenziali, il mio disprezzo per le ragazze da me apostrofate con termini offensivi e la mia avversione (ed ignoranza) della musica in voga. Chiamavo “piccio paccio” la discomusic come faceva con odio mio padre, o “battere le tolle” come diceva mia madre. Era ormai l’epoca delle scuole medie, ma io avevo interessi e divertimenti da bambino di 8 anni: e come tale mi vestivano ignorando volutamente la moda corrente. Ero quindi stato “compresso” ad un’età inferiore, e facevo il topo da biblioteca fra le troppe enciclopedie che giravano per casa ed i racconti di Salgari e Verne testé nominati. Nessun’altra pubblicazione, fosse anche un Tex o uno Zagor, appariva nella mia biblioteca.
Ma come detto l’orologio della vita correva rapido. Non mi si poteva murare vivo in casa, e cominciavo a sentire pulsioni verso l’altro sesso, nelle vesti di cotte non corrisposte se non apertamente derise. Dall’altra parte non sapevo ancora bene cosa pensare dei miei coetanei ed i miei rapporti con loro rimanevano conflittuali: da ciò ulteriore ostracismo e da esso, in una diabolica spirale, ulteriore mio odio per questa esclusione che ero così sciocco da non capire che non dipendeva altro che dai miei atteggiamenti. Ero quindi in tutto e per tutto un secchione, e già questo ti “tagliava fuori” senza pietà dal mondo giovanile, ma in più anche aggressivo e non solo a parole.
Peraltro, per quasi tutte le medie, ebbi la fortuna di avere il mio ristretto gruppo di sodali coi quali vivere le avventure sopra descritte. Ma ciò era destinato a finire in tempi brevissimi.
I miei avevano un atteggiamento bifronte: da un lato anche per la mia crescente aggressività che si rivolgeva ormai anche in casa seguitavano a punirmi come un poppante, dall’altro magnificavano presunte mie doti intellettuali: al punto che arrivarono anche ad uno scontro con la scuola. Fossimo stati oggigiorno, sarebbero intervenuti a tutto mio beneficio gli assistenti sociali. Ero come detto aggressivo: da anni ed anni in casa con la mia dispettosa sorella minore, poi coi coetanei ed infine ancora in casa quando prematuramente credevo di poter discutere di cose serie con quella belva di mio padre, ed ovviamente a scuola sempre coi miei coscritti. Durante un consiglio di gruppo genitori/insegnanti, la prof. F**** arrivando a me riconobbe la mia cultura che esorbitava le mere materie scolastiche, ma mise anche il punto su questa mia perenne rabbia che giornalmente si manifestava nelle più svariate forme. Quindi, persona avanti per l’epoca e lungimirante, disse che non mi avrebbe fatto male farmi vedere da un buon psichiatra. La reazione di mia madre rasentò modi e termini da codice penale, arrivando a definire i figli e le famiglie delle presenti in maniera a dir poco offensiva, dicendo che io “mangiavo in testa” a tutti i loro figli, descritti con parole impronunciabili.
Quindi, quella che poteva essere un’occasione per uscire dal mio isolamento e diventare una persona “normale” finì in fumo.
Le lancette dell’orologio si spostarono comunque ed inesorabilmente in avanti anche per me, aprendo un sempre più insanabile dissenso fra me e la mia famiglia, quando un pomeriggio, solingo reduce come da un po’ accadeva da una delle mie “avventure”, mi imbattei nei miei due amici, tirati a lucido, calzati e vestiti alla moda e Tiziano con un paio di Ray Ban nuovissimi, lui che miope com’era fino a poc’anzi aveva portato due anonimi occhiali squadrati molto retrò. Borbottavano compiaciuti in un linguaggio a me ignoto, dal quale come fiori sbocciavano nomi femminili: Ketty Marniga, Elena, Annamaria, Monica….
Restai un attimo basito, poi tutto mi venne chiarito. In termini brevi, le sparizioni sempre più frequenti dei miei due sodali mi fecero capire che essi pure erano entrati nel mondo degli “sbandati” che ogni giorno affrontavo e insultavo, e non solo: compresi che se pure essi erano diventati…”normali”…, allora io ero fuori strada e non di poco, e con me la mia famiglia, e che non dovevo avere paura dei miei coetanei (e coetanee), ed invece che insultarli o deriderli dovevo accettarli come dovevo qui ed ora accettare i miei due amici “trasformati”.
Intuii che era finita per sempre l’era delle esplorazioni di ruderi e trincee sulla collina e che volente o nolente, per non finire del tutto isolato, dovevo dare alle mie convinzioni una decisa revisione.
Ciò ovviamente non avvenne in quei pochi attimi, ma nel corso dei nostri successivi incontri, in più “lezioni” domenicali, dato che R***** veniva dalla metropoli il sabato per tornarvi la domenica sera, fra l’altro portandomi stupefacenti racconti di incontri galanti che le ragazze della grande città parevano assai propense a concedergli. Ketty Marniga, ad esempio, era una di queste. Tiziano, che abitava nella mia stessa via, era invece di famiglia originaria di un paese montano sopra la mia città, e lì mi narrò di aver mietuto la prima “vittima” del suo nascente fascino, facendola sotto il naso ai paesani di cui subì l’ira funesta attraverso sciocchi lazzi e soprannomi. Infatti, va spiegato, come io mi recavo al Sud, nel remoto ed arretrato paese paterno, lui le vacanze estive le passava in parte a C*******, all’epoca anche abbastanza bazzicato quale meta turistica dei metropolitani come R*****.
Visto il tutto ora, con gli occhi di un adulto che sta per compiere una scelta fatale da cui non si torna, iniziò così, innocentemente, poiché dopotutto al momento mi stavo “solo” avvicinando alla normalità come milioni di coetanei, la mia inconsapevole corsa verso la rovina. Infatti, se non ruppi più nasi né insultai più le compagne di classe, è pur vero che misi anche da parte i libri di scuola, passando sempre più spesso i pomeriggi invece che studiando vagando per il quartiere e più tardi la città. E presi ad accennare ai miei, con la cautela che comunque andava sprecata, che forse anche io avevo diritto di vivere come “i ragazzi normali”. Ovvia come detto la frattura insanabile fra me ed i miei, anche perché, passate le medie ed arrivate le superiori, Tiziano iniziò a studiare sempre meno e trascinò sempre più il sottoscritto nell’andare a spasso, non dedicando praticamente più un giorno allo studio. La sua famiglia era di stampo opposto alla mia: debole nella disciplina, bonaria e permissiva.
Fin qui, il danno era solo all’inizio, ma successe che mentre R***** si era ormai scrollato di dosso le suggestioni salgariane, la mia fervida fantasia unita a quella di Tiziano estrapolò da quelle letture e da quelle degli albi di Zagor, Skorpio, ed altri le radici di una realtà parallela, un’ucronia insomma, nella quale ci piaceva sempre più spesso rifugiarci. Il guaio, per me, fu che mentre Tiziano era comunque anche ormai ben inserito nel mondo adolescenziale, io avevo ancora delle difficoltà che trovai facile dimenticare coltivando con ossessione questa ucronia. Lui, poliedrico com’era, fece in fretta ad affibbiarmi il predominante ruolo di condivisore di questa sempre più invadente fantasia, vivendo intanto parallelamente una vita normale con gli altri, sebbene afflitta da una antipatia verso gli altri ragazzi non riscontrabile in R*****, che era anzi un diplomatico nato. Non che mancassero, entrambi, di educarmi (“cresciamo la pianticella” dicevano canzonandomi) alla vita normale con la pressante narrazione delle loro gesta, comunque, ma sempre considerandomi una specie di caso disperato.
Andando alle loro sparizioni, che proseguivano nonostante tutto, scoprii che erano dovute alla frequentazione di due posti distinti: uno dei due lidi comunali a lago e le per me incredibili festicciole da ballo che si tenevano in svariate case singole e ville dei dintorni. In piscina ci andai io pure, un paio di volte, ma anche lì….ooops….sparivano dalla mia vista per correre appresso a tale Rosalba o Sonia “tettine” o altre che fossero. Ed io restavo lì come un fesso da solo. Gli è che, essendo ancora “educando”, non ero da loro giudicato (giustamente) all’altezza di partecipare a queste caccie e feste dove tutto ruotava attorno alla scoperta reciproca dei due sessi attraverso corteggiamenti condotti ormai con abilità dai due marpioni.
In particolare, era dalle feste che ero decisamente estromesso. Queste feste non erano indette per festeggiare qualcosa o qualcuno, ma erano sostanzialmente dei ritrovi dove si iniziava ballando e si finiva su divanetti, materassi, poltrone o quant’altro offrissero i vari “covi” a pomiciare con le prescelte durante i balli “lenti”, nel corso dei quali si tentava l’approccio alla bella di turno.
In ogni villa cosa singola ove vi fossero degli spazi inutilizzati e gentilmente concessi dai genitori, molti adolescenti del quartiere, e posso immaginare anche della città, per non parlare della subito da me mitizzata metropoli, organizzavano delle discoteche “fatte in casa”, arredate con materiale di recupero, dove non si tenevano solo le suddette feste danzanti ma si stava a sentire dischi e ritrovarsi. Invenzione certo non della nostra generazione, ma di quella beat: solo che l’avvento nei primi anni Settanta della discoteca come la conosciamo ne incrementò la realizzazione. Inoltre il crescente benessere consentiva a parecchi il passaggio dai vecchi mangianastri a bobine o mangiadischi o fonovaligie a veri apparecchi stereofonici, assai più prestanti e fedeli nel suono; inoltre col maggior benessere si compravano più dischi.
Da tutto ciò era ovviamente esclusa la mia monacale e controriformistica famiglia, che solo nel 1975 comprò, per i buoni uffizi del mio zio spedizioniere che la fece pagare una cicca, una radio con cassette che si rivelò il mio primo contatto con la musica commerciale: ovviamente piazzata in cucina, dove mia mamma poteva agilmente cambiare canale quando c’erano troppi “battimenti di tolle” ovvero “piccio paccio” come diceva l’Orco suo marito.
Nei locali, invece, il “battimento di tolle” era la base della festa, dove tutti si arrangiavano a ballare chi bene chi male, col seguito come detto degli struggenti “lenti” che parevano fatti per gli innamorati o per fare innamorare. E chi dimentica… “Dimentica dimentica” o “Ti Amo” di Tozzi, o i lunghi brani soft dei Pink Floyd che parevano sollevare dal suolo i felici gaudenti e farli veleggiare in una dimensione di amore e di calore umano? Quell’amore della prima adolescenza che nulla chiede, niente pretende e tutto ti dà, per durare poi due settimane tosto seguito da un altro, senza problemi, senza se e senza ma.
Dalla mia nuova casa, al civico prima di quella della mia famiglia ove vissi dal 1964 al 1992, si intravede, su in collina, fra le sporgenze delle rocce con gli alberi che crescono quasi per scommessa, posta fra due grandi pini e con un grande giardino digradante sulla via sottostante, la villa in stile “design” anni ’60 di Elena Sberze, rimasta recentemente chiusa per pochi anni ed ora sotto restauro da parte di un’altra famiglia.
E’ lì che lei nacque, un anno dopo di me e parecchi dopo il fratello, ma non ebbi mai occasione di vederla da bambina, nemmeno a scuola. La casa del resto ha l’accesso principale sulla collina, e solo un cancelletto sulla via sottostante, ed essendo gli Sberze all’epoca una famiglia più che benestante, fece le elementari giù in città dalle suore, accompagnata dalla madre in auto. La seconda auto si intende, quando milioni di famiglie erano ancora lontane anni dal comprarne una, l’unica. Iniziai a notarla, e mica solo io, alle medie del quartiere, dove arrivava sempre a bordo della “5oo” della bella e provocante madre. Elena aveva preso da lei i capelli a boccoli color foglie d’autunno, oltre a due occhi di un azzurro intenso ed un corpo che già da acerbo mostrava curve audaci.
E’ chiaro che divenne subito famosa, come la Maria Vittoria detta “Mavi”, meno bella ma altrettanto procace, fra tutti i maschietti, causando perduti e non so se corrisposti innamoramenti… ed altre meno nobili pulsioni.
Quando la vidi la prima volta nel salone della scuola aggirarsi pavoneggiandosi assieme ad altre bellezze in fiore, subito me la levai dalla testa perché, come Mafalda L. o Luciana B. o Rossella R., era indiscutibilmente al di fuori della mia portata. Debbo, per amor del vero, dire che con le tali Rossella e Luciana avessi un ridottissimo dialogo dovuto al fatto che eravamo dei “secchioni” e questo ci accomunava. Ma non seppi e non potei far evolvere oltre questi rapporti. Ero magro, il torace rachitico sopra due gambe spropositatamente lunghe e magre, due braccine da mezza sega, una barba incipiente su un viso ancora infantile con due formidabili orecchie a sventola. Completava il quadro una zazzera da africano, crespa e poco pulita come del resto tutto il mio corpo, poco amico dell’acqua e sapone. E non parliamo di come vestivo!
Come mi differenziavo da R***** e Tiziano, puliti, vestiti alla moda e fisicamente più armoniosi e prestanti!
Passarono altri due anni. Facevo la prima classe dell’Istituto Tecnico Commerciale e da poco i miei, obtorto collo, dovendo rinnovarmi l’abbigliamento, furono costretti in parte a cedere alla moda. Nulla di firmato, ma lo stile era quello che m’importava.
Intanto, però, il mio desiderio di consumarmi gli sui libri scolastici era passato, e di pari passo era invece cresciuta quell’ucronia creata da me e Tiziano e che con gli anni, fino addirittura al 2004!, costituirà l’asse portante del nostro rapporto. Iscritto poi di forza ad una scuola tecnica non gradita, scartavo le materie tecniche per concentrarmi su storia, lettere e geografia. Intanto, sin dalle medie, inziò, e senza di esso del resto non sarebbe nata la maledetta ucronia, il mio interesse per le armi. Va detto che all’epoca anche R*****, ed ovviamente Tiziano, condividevano questa passione, solo che R*****, a ben altre mete interessato, la lasciò ben presto. Le ragazze erano ben più interessanti delle trincee della Linea Cadorna o dei libri su fucili e pistole ed altri strumenti di morte.
In me, in maniera semi inconscia, si insinuò prestissimo, visto anche il rapporto violento con mio padre, l’idea che solo i prepotenti, i delinquenti, i terroristi, i violenti e chi possedesse ovviamente delle armi fossero in grado di incutere rispetto. Le mezze seghe come me erano, e me lo insegnava l’esperienza personale, fatalmente destinate a subire soprusi. Questa convinzione durava in me da anni, sin dall’infanzia, ed ero un candidato delinquente fatto e sputato, salvo il fatto che il mio fisico gracile mi impedisse poi di passare alle vie di fatto se non in rari casi.
Perciò, nella nostra ucronia, rivestivo i panni di un nobile, con diritto di vita e di morte, al di sopra delle leggi, che girava armato e prestava servizio militare con un alto grado. Idem Tiziano, che mi seguiva a ruota in queste fantasie, pur però (furbo, lui!...o capace?) vivendo parallelamente una vita normale, anzi, meglio che normale, assieme al socio R***** che ogni sabato pomeriggio arrivava dalla metropoli con nuovi racconti di nuove conquiste da propinarci.
Il mio isolamento era destinato, almeno in parte, a durare poco, perché bombardavo i miei amici di domande sulle “parole dell’amore che nessuna scuola mai insegnerà”, su come e cosa si doveva fare per avere anch’io una passione amorosa da soddisfare. Intanto, litigavo coi miei per farmi comprare la schiuma da barba non tollerando il rasoio elettrico, che usavo, col tagliabasette, per scolpire la mia chioma da magrebino, e bisticciavo pure per avere l’acqua calda e lavarmi. Per loro ero ormai una partita persa: ero o stavo diventando un adolescente come gli altri (che disprezzavano) ed avevo dismesso i panni del figliol prodigo che conosceva a memoria nomi di intere dinastie di faraoni egiziani o altre puttanate inutili del genere.
Inutile elencare le minacce di mandarmi a lavorare se non fossi tornato a studiare ed a “parlare come si deve” (ero diventato scurrile ed usavo il gergo giovanile sempre più spesso). Lo facessero: mi sarei vendicato e sapevo come.
E così, come Dio volle, arrivò il mio primo invito ad una delle misteriose feste ove sparivano da due anni i miei sodali. Le feste dove si potevano incontrare – m’illudevo un po’ – compiacenti e facili fanciulle. Agitatissimo, intimorito, mi sentivo destinato alla fossa dei leoni.
Ricordo la strada sterrata ostruibile con una mai usata sbarra, la piccola discesa rivestita in pietra vulcanica, il cancello nero già qui e là intaccato dalla ruggine ed il campanello con la scritta “Sberze – Molteni”.
Il cancello era aperto. Nel grande giardino si aggiravano diversi ragazzi e soprattutto……ragazze!...e molte proprio carine, da innamorarsi subito.

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