Cari autori, stiamo riscontrando problemi con l'invio delle email dal sito. Al momento sono quindi sospesi gli invii email delle notifiche di commenti e testi. Nel caso non riceviate l'email di conferma di iscrizione, potete scrivere a staff@alidicarta.it per la conferma manuale.




Ultimi pubblicati  |  Ultimi modificati  | Cerca un testo | Archivio degli autori  | Ricevi il feed dei testi di Alidicarta.it  Feed Rss dei testiRegistrati come autore!

Il twitter degli autori

Caricamento twitter... (reload in caso di blocco)
Fai il login per twittare
mostra/nascondi twitter degli autori


QUELLO CHE NON HO IL CORAGGIO DI DIRE
Scritto da Bondorello
Categoria: Altro
Scritto il 20/06/2010, Pubblicato il 20/06/2010, Ultima modifica il 20/06/2010
Codice testo: 20620108157 | Letto 2814 volte

Attendere caricamento dei dati...(reload in caso di blocco)

Torna alla prima pagina 1/2 Pagina seguente


“Mario, ti decidi a venire a letto?”
“Arrivo subito” rispondo io.
In realtà non ho nessuna intenzione di andare a dormire e osservo così la lattina di birra al lampone che mi ha portato un collega di lavoro dalla Polonia. Sembra essere davvero buona, anche se lui dice che lì da loro la bevono soltanto le donne; la esamino attentamente, cercando di leggere gli ingredienti, ma sono scritti in polacco e lascio perdere.
“Mario, si può sapere cosa stai ancora facendo di là in cucina? Vieni a letto, sbrigati” mi dice lei.
“Va bene, cara, adesso arrivo” le rispondo.
Metto la lattina nel frigo, spengo la luce e procedo a tentoni lungo la parete del corridoio. Qualcosa sembra muoversi nell’oscurità e le ginocchia iniziano a tremarmi. Mi chiedo se c’è ancora qualche sigaretta in casa, ma da quando ho smesso di fumare so già qual è la risposta. Cerco allora di avanzare più velocemente che posso verso la camera da letto, mordicchiandomi il labbro fino a farlo quasi sanguinare. Poi, appena arrivo sulla soglia, mia moglie accende la luce e si tira su a sedere.
“Oh, hai finalmente deciso di venire a dormire?” mi chiede.
Non so cosa rispondere e lei mi guarda negli occhi.
“Sai che comincio a essere veramente stufa?” dice poi.
“Di cosa?”
“Di tutto, Mario. Della tua insonnia e soprattutto delle tue fobie. Da tre mesi a questa parte non sei più lo stesso.”
“Porta pazienza Sara, passerà.”
“Lo spero, sia per te che per me.”
Mi avvicino al comodino e spengo la luce. M’infilo poi sotto le coperte mentre Sara si gira sul fianco dandomi le spalle. Dopo un attimo, inizia già a russare ed io fisso l’oscurità. Ad un tratto, qualcosa cade per terra e sento il gatto che miagola: inizio a imprecare a bassa voce e mi chiedo come sia possibile che quella dannata bestia non stia mai ferma un attimo.
Passano i minuti e mi rendo ben presto conto che tutto è avvolto dal silenzio: mia moglie non russa più e perfino il gatto sembra essersi improvvisamente ammutolito. Ho come l’impressione che il tempo si sia fermato, e mi sento decisamente a disagio; mi giro allora su un fianco, rincuorandomi non poco nel sentire il fruscio delle coperte. Avrei voglia di battere i piedi, di alzarmi, e di fare tutto il rumore possibile e immaginabile, ma non posso di certo svegliare mia moglie: chi la sentirebbe poi?
Inizio ad aver fame un bisogno tipico di chi, come me, da tre mesi a questa parte soffre d’insonnia. Ed allo stesso tempo vorrei anche bermi la birra al lampone, ma sono stanco degli alcolici perché sono come una droga: più ne bevi è più ne vuoi bere, ed alla fine le bottiglie vuote non le conti neanche più, perché diventano le tue uniche compagne che ti fanno sentire meno solo.
Chiudo gli occhi, faccio un bel respiro e mi tiro su a sedere. Li riapro, mi guardo intorno ma vedo poco o nulla. Mi alzo dal letto e mi avvio verso la cucina, procedendo nuovamente a tentoni lungo la parete del corridoio. Continuando a fissare l’oscurità, ho come l’impressione di vedere dei puntini rossi. I battiti del mio cuore aumentano, ma non devo lasciarmi continuamente suggestionare dalle mie paure; decido così di proseguire, finché le mie dita sfiorano quello che sembra essere un interruttore. Lo premo più velocemente che posso e la luce della cucina finalmente si accende; entro di corsa e chiudo la porta.

Metto a scaldare l’acqua mentre ripenso a come, nel giro di pochi mesi, Sara sia ingrassata così tanto a differenza di me che, pur mangiando a dismisura, sono sempre rimasto magro come un chiodo. Poi, non appena l’acqua inizia a bollire, spengo il fuoco del fornello e la verso nella tazza, per prepararmi il solito tè al limone abbondantemente zuccherato. Mentre lo sorseggio, penso a cosa accadrebbe se avessimo un bambino e soprattutto se assomiglierebbe allo “stuzzicadente-padre” piuttosto che al “pallone-madre”. Sorrido e scuoto la testa, chiedendomi come possano venirmi in mente delle simili idee.
Sfoglio la prima rivista che mi capita a portata di mano. Parla di moda, e mi colpisce in particolar modo la fotografia di una bambina in piedi su un divanetto bianco, intenta ad addentare uno spiedino gigantesco. Il suo sguardo è ingenuo, innocente, e con molta probabilità ha vissuto quel momento come una sorta di “gioco importante”. Anch’io da ragazzo avevo ricevuto proposte del genere, ma i miei genitori si erano sempre rifiutati: dovevo pensare a studiare e a crearmi un avvenire, e non a fare la bella statuina davanti ai fotografi.
Sospiro e ripongo la tazza vuota nel lavello, chiedendomi che piega avrebbe preso la mia vita se mi avessero lasciato fare quelle fotografie. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla e, dopo una breve parentesi allegra ma comunque importante, il suo percorso sarebbe stato quello di sempre: un semplice impiegato, che domani mattina verrà licenziato e non sa ancora come dirlo alla moglie.
Osservo i miei piedi: sono sporchi e sento il bisogno di farmi un bel bagno, perché tutto il mio corpo è in realtà sporco, sia fuori che dentro. Non so cosa darei per immergermi il più a lungo possibile in una vasca piena di acqua calda, per poi riemergere pulito e purificato, sia nel corpo che nello spirito; purtroppo però, certi problemi non si possono risolvere in questo modo e mi dirigo allora verso il frigo per cercare qualcosa da mangiare. Lo apro, tiro fuori un paio di tramezzini che ho preparato due ore fa e mi siedo a tavola.
Ho ancora voglia di bere quella dannata birra al lampone, ma con l’alcol ho chiuso. Ho iniziato quasi per gioco. Un collega di lavoro un giorno se ne arriva in ufficio con una bottiglia di birra; vuole festeggiare la promozione di sua figlia e me ne offre un po’. Io non rifiuto e bevo la mia parte. Il giorno dopo mi ritrovo fra le mani un’altra bottiglia di birra. Non so di chi sia, ma un impulso irresistibile mi spinge a berla tutta d’un fiato e mi sento decisamente meglio; la fatica non sembro più sentirla e riesco perfino a sopportare le ore di straordinario.
Continuo a bere birra tutti i giorni; poi però, con il passare dei mesi, la testa inizia a girarmi sempre di più e non riesco a svolgere bene il mio lavoro. Sbadiglio in continuazione e vengo più volte richiamato dalla direzione. Rischio il licenziamento, ma nonostante questo non riesco a smettere di bere, perché mi sento euforico e disinibito, sicuro di me stesso. Poi, una sera vedo tutto nero e finisco con la macchina contro un guard rail. Al mio risveglio, scendo e mi rendo conto di essere vivo per miracolo. Praticamente illeso, mi guardo intorno e mi rendo conto – con estremo sollievo – che non c’è nessuno. Salgo in macchina, metto in moto e schizzo via più velocemente che posso, terrorizzato dall’idea che la polizia possa fermarmi per farmi l’alcoltest. Tutto finisce bene: quella sera nessuno mi ferma e il giorno dopo racconto a mia moglie che un imbecille mi ha tagliato la strada e che ho perso il controllo…

Inizio improvvisamente a tossire e tiro fuori un fazzoletto bianco e pulito che metto poi davanti alla bocca; si sporca di muco e lo rimetto frettolosamente nella tasca del pigiama. Ripenso alla valigia che ho nell’armadio; adesso è vuota, ma potrei prenderla, gettarla sul letto in barba a Sara e riempirla con tutta la mia roba per poi sparire per sempre da tutto e da tutti. Potrei iniziare dalla biancheria intima e passare poi ai miei vestiti, alla roba da toilette e alle riviste pornografiche; solo quelle, giusto per provare ancora un po’ d’eccitazione in questa squallida vita che mi offre sempre meno stimoli. Ma so già che agire così non servirebbe a nulla, perché i problemi resterebbero comunque.
Ci sono fughe che non sono possibili e ostacoli che non si possono evitare. Ecco a cosa penso mentre esco dalla cucina e mi faccio strada verso la camera da letto allontanandomi - non so come - dalla parete del corridoio. Mi fermo sulla soglia e osservo mia moglie che sta dormendo come se nulla fosse. Ora dovrei scuoterla, svegliarla, tirala giù dal letto e parlarle, aiutandola così a capire le cause delle mie fobie che da tre mesi a questa parte stanno letteralmente facendo a pezzi il nostro matrimonio. Poi andrei finalmente a letto anch’io e la cullerei tra le mie braccia come una tenera bambina nella speranza di farmi perdonare. E invece sospiro e scrollo le spalle: amo Sara più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma non ho il coraggio di dirle quello che le dovrei dire. Così, con un misto di disgusto e di rassegnazione, mi giro e torno lentamente in cucina...

Torna alla prima pagina 1/2 Pagina seguente



Menu

Home Page
Iscriviti come autore
Scrivi il tuo testo
Forum
Cerca


Pubblicità

Su di noi

Strumenti

Help

© 2001-2018 - Layout, grafica e contenuti sono protetti da diritto d'autore
Vietata la riproduzione - PI:02102630205 Hosting www.dominiando.it