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Come tutte le domeniche
Scritto da La joie de vivre
Categoria: Narrativa
Scritto il 02/01/2018, Pubblicato il 02/01/2018, Ultima modifica il 02/01/2018
Codice testo: 212018235033 | Letto 165 volte

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Come tutte le domeniche

Alle nove in punto, come tutte le domeniche, Ermete Baldi raggiunse la piazza in bicicletta. La sciarpa rossa di lana, regalo natalizio di sua moglie, gli pizzicava il naso e lui sperava sempre di perderla, ma la Cesira gli avrebbe tenuto il muso chissà per quanto tempo e comunque lui l'aria fredda non la sopportava, soprattutto sul collo: gli pareva che da lì, da sotto le orecchie, entrasse e si infilasse fino ai lombi.
Appoggiò la bicicletta al solito posto e sbirciò nel bar. I suoi amici erano in piedi attorno al tavolo del biliardo: il Gigio e il Peppo giocavano e il Casanova stava a guardare.
Ermete si sbottonò il cappotto e si infilò la sciarpa in una tasca. Ammirò le decorazioni sulla facciata delle case, il fumo che usciva dai comignoli, i passerotti che zampettavano sotto il portico, cinguettando e rincorrendosi attorno alla bancarella di Tonino. Era come tutte le altre domeniche ma qualcosa nell'atteggiamento dell'ambulante colpì Ermete. Tonino aveva gli occhi sbarrati, stava urlando al cellulare, si toccava la faccia, i capelli e, dopo un attimo di esitazione, si mise a correre per la discesa, lasciando tutta la roba così come si trovava, senza neanche coprirla: magliette, giacconi appesi, pantaloni, manichini.
"Mio Dio, mio Dio", lo sentì invocare. Ermete non ebbe la prontezza di fermarlo, continuò a fissarlo mentre, con gesti scomposti, si precipitava fuori dalla piazza, verso la discesa che conduceva al parcheggio.
In quel momento alcune signore entrarono nella chiesa lì di fronte, lasciando qualche moneta nel cappello del solito barbone arruffato che chiedeva l'elemosina sugli scalini in compagnia di un cagnolino.
"Allora, ti decidi a entrare?" sentì che gli diceva il Casanova dall'interno del bar. "Stanno per finire, adesso tocca a noi, vieni."
Ma Ermete montò in sella alla bicicletta. "Torno subito, devo fare una cosa."
"Dove vai ?"
"Non lo so", gli rispose l'anziano, cominciando a pedalare all'inseguimento dell'ambulante. Lo trovò divertente. Si sentiva un detective, altro che professore in pensione, però l'aria fredda gli sferzava il viso e gli gelava le mani. "Perché non mi faccio mai i fatti miei?", pensava. "Adesso sarei al caldo a bere e a giocare a biliardo."
Laddove la strada si restringeva, notò sotto il portico, davanti all'ingresso della Caserma dei Carabinieri, un gruppo di persone che spingevano e urlavano tutti assieme. Avevano dei bambini in braccio, infagottati, che strillavano e piangevano, anche qualche mamma piangeva. "Mamma?" Molte di quelle mamme le conosceva, erano quasi nonne; i loro figli, già grandi, andavano al liceo. Lo sapeva bene, ci aveva insegnato tanti anni.
Ermete non aveva mai visto tanti neonati assieme. Lui e Cesira avevano fatto di tutto per avere figli ma non ci erano riusciti.
Sentì suonare le campane. Se ne meravigliò perché la messa, da quanto ne sapeva lui, era appena cominciata. Il frastuono si sparse per l'aria, rimbombò per i portici e contro l'Arco dell'orologio, coprì le voci e i pianti. L'ambulante era arrivato al parcheggio e faceva segno con una mano alla moglie appena scesa da un'auto azzurra. La donna teneva un neonato in braccio, avvolto in una sciarpa di flanella: un negretto grazioso, sorridente e ricciuto. O forse era una femminuccia.
"Sarà stato per il bimbetto nero che Tonino era sconvolto?" si chiese Ermete. Non fece in tempo a informarsi perché l'uomo e la moglie col piccolo si erano avviati a passo spedito verso la Stazione dei Carabinieri, sempre parlottando e gesticolando. La donna ogni tanto singhiozzava. L'uomo si soffiava il naso di frequente, rabbioso. "Smettila", diceva. "Vedrai che lo troveranno. Ci avrà fatto uno scherzo..."
"Ma i suoi vestiti.... E poi, dove vuoi che sia andato? Non ha ancora la patente..."
Ermete scese dalla bicicletta e la spinse a mano Gli giungevano spezzoni di frasi. Le scampanate continuavano a rintronare nell'aria, esplodevano nelle orecchie, nella testa. La gente usciva dai portoni, dai garage, scendeva di corsa dai vicoli di sopra e arrancava dai campi della valle sotto il paese. Tutti urlavano, in tanti cullavano tra le braccia creaturine che piangevano disperate, con bocche spalancate, enormi. E allora Ermete, ormai preso anche lui in quella folla impazzita, notò che tra i neonati non ce n'era uno uguale all'altro. Facce di tante sfumature: rosee, color argilla, gialle, gialline, nere, marroncine... come mele, pere, limoni, kiwi, ciliegie, mirtilli, meloni sul bancone del fruttivendolo...o come cipolline, patate, zucche, rape rosse, noci di cocco... E odori : odore di latte, di borotalco, di piedini, di rigurgiti; fetori di pannolini zuppi. "La pipì e la popò sono universali", notò. "Puzzano sempre."
Dal portone della Caserma uscirono due carabinieri.
"Signori, signori, calma. Dentro è tutto pieno, non ci si sta. Abbiamo chiamato il Comandante e anche il Sindaco..."
Quelli in fondo spingevano e alzavano la voce. "Noi vogliamo sapere dove sono finiti i nostri figli."
Qualcuno sollevava il neonato e lo mostrava ai due ufficiali. "Questi ce li siamo trovati in casa, capito?"
"Ma no", cercava di rassicurarli uno dei carabinieri. "Vedrete che ci sarà una spiegazione... Magari siamo vittime di una candid camera. "
"Oppure di una diavoleria. Qui c'è lo zampino del Maligno, ve lo dico io", suggerì una mamma un po' avanti negli anni. "E' per questo che il sacrestano continua a suonare le campane."
"Ecco, qualcuno vada a dire al sacrestano di smetterla", disse l'altro carabiniere, spazientito dallo scampanìo e dal vociare inconcludente. "Si sta organizzando un'assemble cittadina, per mezzogiorno, dentro la Scuola Materna", continuò. "E' chiaro? Così, a turno, si potrà badare a loro e intervenire in assemblea..."
"Ehi, professore."
Ermete si girò. Era abituato a sentirsi chiamare così. Il Casanova arrivò trafelato, gli occhi fiammeggianti e il mento più appuntito del solito. Con lui c'era un gruppo di ragazzi, i muscoli del viso contratti.
"Ha sentito, professore?" chiese Florinda, la figlia del farmacista, con gli occhi gonfi di pianto. "Mia sorella di sedici anni è sparita nel nulla, senza lasciare tracce. E nel suo letto, quando ci siamo svegliati, c'era una piccola orientale. Dai lineamenti sembra provenire dal Sud Est asiatico. Mia madre è con lei dai carabinieri. Mio padre è alla scuola, organizza l'assemblea, si tiene impegnato per non cedere allo sconforto..."
Florinda non smetteva di parlare. Era ben informata. Tutti i ragazzi di sedici anni erano scomparsi. Gli speleologi si erano offerti di perlustrare le grotte della Vena del Gesso, i volontari del CAI di cercare nelle colline circostanti, sulle rive dei torrenti, nei castagneti, e gli altri ragazzi, più vecchi o più giovani di sedici anni, erano quelli più propositivi, si sentivano in colpa per essere scampati all'incubo.
"E' tanto bellina quella neonata. Ma io rivoglio mia sorella, professore. Si faccia venire delle idee."
Il professore non seppe cosa rispondere. Aveva letto montagne di libri e non aveva mai smesso di avere paura della vita, che troppo spesso supera l'immaginazione. Per un momento avvertì il sollievo di non avere figli, di potersi risparmiare il dolore atroce di perderli. Per un attimo soltanto. Si ricordò subito che, proprio perché non ne aveva avuti di suoi, gli erano stati cari allo stesso modo, come figli unici, tutti gli alunni. E, quando Gabriele, un bambino vicino di casa, aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale, Ermete si era offerto di adottarlo ma poi una vecchia zia del piccolo era venuta ad abitare con lui e non se ne fece niente. Era passato un po' di tempo da allora. Proprio quel giorno, quella domenica 19 febbraio, Gabriele compiva sedici anni.
Ermete tornò a casa e Cesira non c'era. Bussò dai vicini. Gli aprì la porta Cesira. Di Gabriele neppure l'ombra. C'era solo sua zia ormai invalida nel letto. E uno splendido lattante polinesiano, dalle labbra a cuore e la pelle di velluto, sdraiato in una cesta di vimini come un piccolo Mosé.


E' passato quasi un anno. Niente è rimasto come prima. In troppe case si è pianto un morto mentre si allevava un vivo. Dei ragazzi spariti non si è saputo più niente. Il dolore si è come pietrificato nei pilastri di un ponte su cui la vita continui a passare.
I neonati sono cresciuti. Minuscoli cittadini apolidi, dimenticati dai politici, sono stati nutriti e allevati dalle famiglie come figli propri, a tutti è stato dato lo stesso nome dei sedicenni spariti, come a lasciare acceso un faro nella notte dell'oblio. Qualche genitore all'inizio li aveva odiati, troppo diversi, troppo colorati. Un padre in un'assemblea aveva proposto una specie di scambio di figurine, tu mi dai una giapponesina e io ti cedo l'eschimese. Ma ognuno si era tenuto quello che gli era toccato, come un pegno al Monte di Pietà, come un succedaneo del caviale. Ed era corso a organizzare la ricerca dei figli spariti e a comprare latte in polvere per gli intrusi, a diffondere ovunque annunci di ricerca di persone scomparse e a tornare a casa dall'ospite straniero, affamato, esigente, proprio come un figlio vero.
Anche Ermete e Cesira hanno tirato su il loro figlio orfano, l'hanno chiamato Gabriele. La zia del ragazzo ormai ha l'Alzheimer e accudiscono pure lei. Tra pannolini e pannoloni il tempo è volato via.
Per il 19 febbraio è fissata una commemorazione al cimitero. Saranno presenti anche le autorità del paese. Ermete è diventato sindaco, ma gira sempre in bicicletta. Ogni tanto va alla grotta della Tanaccia. È convinto che i ragazzi siano stati inghiottiti da un qualche tifone temporale, un inciampo nell'ordine delle cose. In quella grotta lui ci andava da giovane con la Cesira, a spomiciare e a cercare di farci l'amore. Non ci era mai riuscito ma Cesira poi, da sposata, aveva compensato la lunga attesa. Quello, per lui, è il luogo della fedeltà. Si aspetta che i ragazzi proprio da lì ritornino. Invece il prete è fissato col cimitero. Dal pulpito, nelle domeniche precedenti ha fatto un predicozzo a tutte le donne, gli uomini a messa di solito non ci vanno, stanno al bar a giocare. Don Eugenio non ha paura di usare i metodi forti con i paesani. "Ditelo anche ai vostri mariti che chi non verrà al cimitero il 19 febbraio alle nove a pregare per i nostri figli scomparsi e i nostri figli adottivi sarà dannato per sempre. Io pregherò affinché gli indifferenti ricevano la giusta punizione divina. Partiremo da qui con i ceri."
"Dice che i figli sono suoi ma ci costano a noi, mica a lui, e poi ci guadagnerà pure sui ceri, vedrai", borbotta Cesira all'orecchio dell'amica seduta al suo fianco.
"Secondo te dobbiamo andarci anche noi che non abbiamo figli?" le chiede l'amica sottovoce, senza voltarsi.
Il prete punta l'indice verso i fedeli e poi lo fa scorrere da sinistra a destra, da destra a sinistra diverse volte.
"Tutti. È Dio che lo vuole. Adesso, cari figliuoli, andate in pace. Vi benedico, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo."

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