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IL MISTERO DEI MISTERI
Scritto da castagno1
Categoria: Altro
Scritto il 03/01/2018, Pubblicato il 03/01/2018, Ultima modifica il 03/01/2018
Codice testo: 312018144933 | Letto 102 volte

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Nota dell'autore castagno1:
IL MISTERO DEI MISTERI

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“Quello che ti sto per rivelare è il segreto della vita. Il mistero dei misteri.” Così esordì il bambino nella caverna. Non mi dilungo ora sul perché mi trovassi in quell’antro, perché mettervi al corrente il più in fretta possibile riguardo alla verità che da migliaia di anni l’uomo insegue (senza riuscire ad afferrarla) mi sembra una questione cui dare priorità. Dunque, il bambino era scalzo, indossava braghe corte e una canottiera bianca, era magro come un filo, aveva gli occhi scuri ed i capelli ricci e folti che incorniciavano un viso lungo ma comunque proporzionato. Aveva lo sguardo furbo, pareva ridere con gli occhi, ma la bocca era atteggiata ad una smorfia a metà tra il disgusto e la disapprovazione. Doveva avere sette, otto anni al massimo. In sostanza si può dire che possedesse tratti piuttosto comuni, specie tra i bambini del sud. Il fatto è che la caverna si trovava su di una montagna ai confini del mondo, e se avessi dovuto immaginare qualcuno vivere in quel luogo ostile, l’avrei pensato con fattezze più… esotiche. Per questo la sua presenza mi sorprese doppiamente. Sto ancora divagando, mentre invece mi preme mettervi al corrente subito del messaggio “illuminante”. Era tanto importante ciò che stava per dirmi, che per non perdere tempo il bambino si rifiutò perfino di rivelarmi il suo nome, quando glielo chiesi. Mi disse invece che abitava in quella caverna da qualche decina d’anni, e che questa era l’unica cosa rilevante di cui dovevo essere messo a conoscenza, per capire ciò che voleva svelarmi. A questo punto verrebbe da sé fare un accenno alle coordinate geografiche della caverna, poiché non si trattava affatto di un luogo magico con un proprio particolare scorrere del tempo, e probabilmente un’ambientazione più precisa agevolerebbe la comprensione del testo, ma come ho già detto, ho premura di arrivare al nocciolo della questione. Sui dettagli scriverò – forse – più avanti. Torniamo alla cosa più importante: il segreto della vita. Il bambino mi prese per mano e mi condusse di fronte ad alcune figure dipinte sulla roccia. “Le hai disegnate tu?” domandai ingenuamente. “Concentrati sulle immagini” mi rispose, con un tono che non ammetteva repliche. Erano tre: la prima raffigurazione rappresentava un cavallo bianco disteso su un fianco, con uno zoccolo che scalciava il cielo, gli occhi enormi e vitrei, ed un rivolo di sangue pencolante dalla bocca dai grossi denti gialli. La seconda era un ritratto: una bambina con lunghi capelli biondi che aspettava qualcuno, ferma in piedi al centro di un gazebo di gelsomino. La terza era così realistica da sembrare in movimento: ritraeva un auto con i fanali accesi lanciata lungo una discesa di tornanti, nel buio della notte più scura. Mi resi conto subito della stupidità della domanda. Come avrebbe potuto disegnarle un bambino? La qualità era fotografica, quasi impossibile da raggiungere per un pittore professionista, figuriamoci per un cucciolo d’uomo di sette anni. Ma ancora mi sto dilungando sui dettagli. Veniamo al sodo. Il bambino mi chiese: “sapresti mettere in ordine cronologico queste immagini?” Io risposi che non era possibile, non avevano alcuna relazione tra loro. E lui replicò, stavolta sorridendo anche con la bocca: “eppure non puoi non convenire che, se si fosse trattato di eventi reali, questi sarebbero anche potuti accadere in luoghi differenti, ma secondo una sequenza, sulla linea del tempo. E anche l’eventuale contemporaneità sarebbe stata comunque rappresentabile sulla medesima linea temporale. Sarebbe stato sufficiente tracciare tre punti coincidenti.” In verità, io m’ero perso il senso di ciò che stava dicendo. Concentrato sul suo eloquio, difficile da immaginare sulla bocca d’un bambino delle caverne, stavo riflettendo che tutto sommato non era nemmeno improbabile che i dipinti fossero opera sua. Il bambino lanciò un urlo agghiacciante, e dovetti per forza ritrovare la concentrazione. “Ti ricordi di lei?” Furono le parole che scagliò con la violenza di una tempesta tropicale contro le pareti della caverna. E rimbalzarono a lungo, in un eco che mi rimbombava dentro e sembrava non voler finire mai. Aprii gli occhi e vidi che stava additando la bambina della seconda figura. Senza aprir bocca, col capo chino, indicai prima la bambina, poi il cavallo e in ultimo l’auto. “Risposta esatta, completamente sbagliata ma per adesso esatta,” disse il bambino, che bambino non era più, nel frattempo era cresciuto, era diventato un ragazzo, all’incirca di quindici, sedici anni. E mentre l’eco della domanda/accusa non si era ancora spenta, mi condusse, sempre per mano, più in profondità nella caverna. Si gelava, ma il ragazzo doveva esserci abituato perché non dava a vedere d’esser infreddolito, nonostante fosse sempre in braghette e canotta. “Hai fame?” mi chiese. In effetti mi era venuto appetito. Sopra un tavolaccio di legno, illuminatosi nel momento stesso in cui m’ero accorto d’esser affamato, c’era una forma di profumato pane casareccio, un ratto che cuoceva su uno spiedo e una ragazza dai grandi occhi verdi. Mi disse: “serviti pure.” Ma la vista del topo m’aveva tolto ogni voglia di nutrirmi. Chiesi: “ammesso che il topo si possa considerare una vivanda, che c’entra la ragazza? L’antropofagia non mi appassiona ancora” Un altro terribile urlo mi rimise in riga, e mi fece entrare in azione, come se fosse scattato un meccanismo automatico dentro di me: rovesciai il girarrosto maledetto e lo scalciai lontano, spezzai in due il pane, ne staccai un bel pezzo e l’accostai alla bocca della ragazza, che l’annusò, l’assaggiò ed infine lo prese in bocca, ed iniziò a masticare lentamente. Gli occhi socchiusi esprimevano gratitudine. “Adesso dimmi, in che ordine sono nate le figure che hai visto sul tavolo?” mi chiese il ragazzo, mentre ancora respiravo affannosamente per la fatica della mia azione repentina. Facile, risposi, con un aria saccente che faceva da naturale preludio all’imminente figura di merda che m’aspettava: “prima la ragazza, che avrà sì e no vent’anni, poi il topo che immagino abbia un paio d’anni, ed in ultimo il pane, che pare appena sfornato.”. “Sbagliato!” Fu il più terrificante degli urli che udii in vita mia! Dopodiché il ragazzo mi strappò le mani dalle orecchie e mi condusse fuori dalla caverna, a casa mia. Per tornare indietro dovemmo passare attraverso la stanza dei dipinti. Ed allora capii. Dissi, ad un uomo che sarei potuto esser benissimo io, se non fosse che io non indosso canottiere da quando avevo otto anni: “Il topo è sempre esistito, ed è la più terrificante delle creature. Ha assoggettato tutti i suoi simili perché ha il potere del tradimento. Proprio il tradimento che mi hai mostrato nelle tre figure dipinte. Il mio primo tradimento ad un altro essere umano, la bambina bionda; la prima volta che ho voltato le spalle alla sofferenza, l’allegorico cavallo; ed in ultimo la corsa in auto a sprezzo della vita, che è stata la prima volta che ho tradito me stesso. L’ordine temporale non ha senso, il tradimento è vivo nella mia coscienza, mi aspettava al momento della nascita e non potevo evitarlo. Il tradimento sono io. Il pane è eterno quanto il topo. E’ la vita stessa, ti può sfamare e la puoi donare. E’ il frutto migliore che può produrre una persona. Il pane sono io. Ed eterna è pure la ragazza, perché rappresenta il desiderio e la passione. Donale la vita e lei ti sarà riconoscente.” Questo dissi all'uomo, e questo dico a voi. Non risparmiatevi, sfamatevi e donate altrettanto. Solo così potrete convivere col male che è dentro di voi, non fuori. Fa parte della vostra natura. Nessuno è soltanto buono.
Direte, non è una gran rivelazione! M’aspettavo ben altro. D’accordo, ma se vorrete avere la vostra personale rivelazione, quella che illuminerà la vostra vita, dovrete trovare il coraggio di esplorare la vostra caverna. E non sarà affatto una cosa semplice: nella mia faceva freddo, ed il bambino non era granché simpatico…

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