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Sulla tua Tomba: MALEDETTO! Scriva la mano di DIO.
Scritto da Nulla
Categoria epistolare, genere
Scritto il 04/11/2010, pubblicato il 04/11/2010, ultima modifica il 07/04/2017
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Nota dell'autore: Il martirio di Maria Teresa Novara

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Ultimo importante aggiornamento 05-04-2017

L'incubo che ogni bambino, almeno una volta, ha provato è quello dell'uomo nero che entra nella sua camera da letto.

Per Maria Teresa Novara, in una fredda notte tra il 15 e il 16 dicembre 1968, quest'incubo si materializzò nella nera figura di un uomo che gironzolava per la sua stanza. Non si sa se si accorse subito di lei, o se gli attimi di terrore si protrassero infiniti. Sappiamo solo che la bambina, angosciata, fece la pipì a letto per lo spavento. Forse riuscì a imbavagliarla prima che gridasse, forse saranno bastate sinistre minacce ad indurla ad un terrorizzato silenzio.
Non fu certo difficile per Bartolomeo Calleri mettere una bambina di meno di quaranta chili in uno dei sacchi che aveva portato per la refurtiva. Con l'aiuto del complice la fece scivolare sotto la tapparella e la portarono giù per la scala a pioli che avevano appoggiato sotto il poggiolo.

Attraversata un'erta ripa boscosa e la massicciata della ferrovia, scassinarono la porta di un distributore di benzina, e tagliarono la cordicella di una tapparella, che fu usata per legare Maria Teresa.
Non si saprà mai perché la portarono via in camicia da notte in quella gelida notte in cui stava per nevicare. Forse temevano di non fare in tempo a scappare se la bambina, una volta sola, si fosse messa a gridare. O forse, credendola figlia dello zio che la ospitava, Pasquale Borgnino, che si diceva fosse ricco, pensarono che avrebbero potuto chiedere un riscatto, Calleri infatti aveva fatto costruire a casa sua una specie di bunker sotterraneo, adatto per detenere un sequestrato.
Oppure il delinquente aveva messo gli occhi addosso alla bambina. Un supertestimone Luciano R. ci ha detto che mentre riparava il tetto della casa di Calleri aveva visto Borgnino andare a far visita a Calleri con due ragazzine, di cui una certamente era Maria Teresa. Un'altra testimone di Carrù ci ha detto che già una ragazza di Carmagnola era stata rapita, ma era riuscita poi a fuggire dalla Barbisa.

Forse Calleri apprese dai giornali che la bambina era in realtà la figlia tredicenne di poveri contadini residenti a Bricco Barrano, frazione di Cantarana, che durante il periodo scolastico si trasferiva presso gli zii, dato che il suo paesino era molto distante dalle scuole medie e inoltre una brutta caduta con la bicicletta in discesa, le aveva, tempo prima, procurato la rottura di una caviglia.

La rapita era una bambina tranquilla, intelligente, con l'ingenuità di una tredicenne di quel tempo, accentuata dal ristretto orizzonte in cui era sempre vissuta. Quella mattina era stata a messa, aveva fatto la Comunione, il pomeriggio si era recata dalle suore. Poi, la sera, aveva guardato in televisione "Anna dei Miracoli" commuovendosi fino alle lacrime.
Il rapitore la portò nella sua abitazione, una cascina denominata Barbisa, a Canale d'Alba in provincia di Cuneo (oggi solo Canale, nel tentativo di nascondere che si tratta di "quel paese") distante una quindicina di chilometri dal luogo del rapimento, e forse per qualche tempo anche in una casa in via Betlemme 71 a Chivasso, e in un'abitazione di Torino dove poteva contare sull'appoggio di due suoi amici, (di cui uno in seguito fu condannato per aver costretto la moglie a prostituirsi) per la momentanea impraticabilità della strada per la Barbisa causa la neve invernale. In seguito all'arresto dei due per un tentativo di furto della cassaforte della Galbani, tornò a Canale.

In un primo momento fu facile al Calleri, facendo leva sul fatto che negli ultimi tempi gli zii premevano affinché ritornasse dai suoi, e suo padre non se ne dava per inteso, convincere la giovanissima vittima che i suoi genitori non la volevano più a casa, forse fingendosi innamoratissimo e raccontandole menzogne per un breve tempo riuscì a blandirla. Più tardi Maria Teresa scriverà delusa: "Non sono eroi, ma ladri e assassini". Forse fu solo l'appello del 7 aprile che le fece comprendere che a casa l’ aspettavano ansiosi. Ma ormai era in trappola. Non si sa cosa successe, si dice abbia lanciato dei bigliettini oltre il muro di cinta…
Purtroppo furono trovati. Un giorno, Calleri si ritrovò il cortile pieno di cacciatori, personaggi facoltosi e altolocati. Fu l'inizio del calvario per Maria Teresa. Costoro, anziché chiedergli di liberarla o correre a denunciarlo, ricattarono il rapitore. Se avessero parlato, sarebbe andato in carcere per rapimento, se invece... Calleri non era certo uno stinco di santo, inoltre i cacciatori non pretendevano di avere Maria Teresa per niente, erano disposti a sborsare. Il pregiudicato si adattò benissimo alla nuova situazione. Cominciò a organizzare festini ai quali forse portava anche due o tre prostitute di Torino o Chivasso mentre i cacciatori cominciarono a invitare gli amici, e gli amici degli amici. Per "convincere" Maria Teresa, Calleri era ricorso a mezzi spicci "La scopa sulla testa fa male" fu trovato scritto su un giornaletto. Probabilmente la prigioniera non si era rassegnata, ma che non fosse consenziente per i cacciatori non era un problema.
Quasi tutti in paese si avvidero del via vai di macchine alla sera, ma nessuno parlò; chi partecipava, era "gente per bene".

In quel paese e nei dintorni erano molti i più o meno facoltosi che non si facevano scrupoli ad avere rapporti sessuali con una tredicenne, senza curarsi dell'età e del fatto che la bambina rapita fosse obbligata a soggiacere, anzi, eccitati da questo particolare.
Trascorsero circa otto mesi: il 5 agosto Calleri, dopo aver effettuato un furto a Chieri con la complicità di un canalese, Luciano Rosso, per sfuggire alle forze dell'ordine si gettò col complice nel Po all'altezza del "Borgo Medioevale" a Torino. A causa del fatto che era impossibile risalire sulla sponda opposta, Calleri fu trascinato a fondo dalla corrente; mentre il suo compagno, abile nuotatore, riuscì a percorrere circa un chilometro e mezzo nel fiume, ma fu catturato poco dopo aver toccato terra. Però, convinto che l'amico si fosse salvato, diede ai carabinieri un falso nominativo dell'annegato. (Nove anni dopo la Corte d'Appello di Torino lo condannerà a 12 anni con l'accusa di complicità nel rapimento.)

Purtroppo, essendo Luciano Rosso nativo di Canale, i pedofili non ci avevano messo molto a intuire chi potesse essere l'annegato. Se Maria Teresa avesse parlato, per loro ci sarebbero stati il disonore e la prigione. Purtroppo sapevano del cunicolo sotterraneo, ve la rinchiusero forse inizialmente solo con l'intenzione di aspettare si calmassero le acque, mentre fra il resto degli abitanti nessuno avvisò le autorità; chi perché aveva anche occasionalmente abusato del corpo della prigioniera, gli altri per menefreghismo, (anche perché Calleri, con la sua astuzia da montanaro, l'aveva costretta a scrivere ai genitori una lettera in cui diceva: "Non preoccupatevi, sono con persone che mi hanno promesso che mi faranno guadagnare molti soldi." Quei farisei decisero pertanto che era una prostituta, un essere umano di serie Z, indegno di suscitare compassione.)
Intanto Maria Teresa era incatenata in un sotterraneo buio, con poca aria, poca acqua, poco cibo.

Finalmente, l'8 agosto, il corpo di Calleri fu ripescato a sei metri di profondità . Da una ricevuta che aveva in tasca i carabinieri di Torino scoprirono il recapito e si precipitarono a Canale, incappando però in Giorgio V... Costui amava autodefinirsi "lo sceriffo di Canale", anche se, magroletto, dello sceriffo non aveva la taglia e soprattutto gli mancava la stoffa; infatti era "miracolosamente riuscito" a non scoprire che Calleri era pregiudicato per rapina seguita da stupro (non denunciato) a sedici coppiette, e che dopo essere uscito per intercessione di don Gallo, aveva commesso altri reati in Francia e in Italia, così come era "riuscito" anche a non vedere lo strano via vai di auto verso una casetta in cima ad un bricco. Lo sceriffo si dimostrò inflessibilmente "legalitario"; senza un mandato non avrebbe permesso si facesse una perquisizione nonostante l'urgenza dettata dal rischio che qualcuno facesse sparire i corpi di reato. Però la sera stessa andò lui di persona senza mandato a perquisire la Barbisa, accompagnato da Antonio Borlengo, un contadino del posto. La mattina dopo ritornò con l'impresario Carlo Dacomo, che voleva si mettessero i sigilli alla casa, dicendo che voleva premunirsi che nessuno entrasse, asserendo di temere venissero asportati oggetti di valore, dato che vantava un debito col defunto.
Vedendo le scritte su numerosi giornaletti che erano ammonticchiati, l'appuntato Pietro Barberis comprese che potevano essere di Maria Teresa. Lo sceriffo ne prese uno, e data una fugace occhiata, lo buttò a terra dicendo: "Se questa è Maria Teresa, io sono Napoleone". Trovato un mitra lo sequestrò, riuscendo invece a non vedere la catena con cui Maria Teresa veniva incatenata, e i resti dei festini. Poi diede un'occhiata anche al rustico, e trovato un locale chiuso a chiave, fece saltare la serratura, vide la botola, ma fu preso da scrupolo e non proseguì l'ispezione.

Nel frattempo Maria Teresa era rinchiusa sotto la botola; sicuramente qualcuno le aveva portato da mangiare, dato che furono ritrovati un panino e mezzo, e sarebbe impossibile che la bambina avesse conservato i panini imbottiti con del prosciutto per otto giorni. Qualcun altro però, l'11 agosto, chiuse con dei giornali i tubi di areazione del sotterraneo.
Quando, il 13 agosto, giunsero finalmente i carabinieri di Torino, sfondarono nuovamente la porta del rustico. Notate le pesanti lamiere stradali per terra, dal peso di due quintali e mezzo ciascuna, che non avevano motivo di esserci in una casetta in collina, le sollevarono e asportato il terriccio, trovarono la botola che fu scoperchiata. Dopo essere disceso per una scala, l'appuntato Giovanni Sisti si trovò di fronte una porta sprangata. Nonostante la difficoltà dovuta alla mancanza d'aria, riuscì ad aprirla e, meravigliato, gridò a Colaci: "Brigadiere! Qui c'è una bella ragazza che dorme!" Su un lettino mezzo sfondato, più simile alla cuccia di un cane, c'era il corpo ancora caldo di una fanciulla deceduta da pochissimo. Una catena di circa un metro le legava una caviglia. Di fianco alla branda un bottiglione mezzo vuoto, e accanto al corpo un biglietto: "Sono Maria Teresa Novara, voglio essere riportata nel paese dei miei genitori". ***

L'atroce vicenda inorridì l'Italia, le vendite dei quotidiani superarono quelle dell'allora recente sbarco sulla Luna, ma dato che si era "prostituita", Gregorio Ferrero, il Signor Procuratore di Alba, Non ritenne fosse il caso di aprire un' inchiesta per omicidio... Nessuno del posto denunciò i colpevoli, la stampa non stigmatizzò i silenzi, e neppure l'ignavia della procura di Alba. Persino "Famiglia Cristiana" trovò solo da moralizzare sul fatto che nello sgabuzzino furono trovate riviste "pornografiche" (fumetti di Diabolik che le passava il carceriere) indicandole come causa del suo degrado morale. (Come se fosse stata la bambina, causa le insane letture, a chiedere di prostituirsi.) Mentre "L'Unità " si inventò che erano state trovate le prove che era fuggita spontaneamente e che il rapimento era stato "una ingenua messinscena". Altri giornali fecero di peggio, diedero penna libera a "giornalisti" semianalfabeti, maschilisti, trogloditi e deviati sessuali, che si misero a fare senza alcun ritegno pesantissime illazioni sulla piccola morta, ironizzando volgarmente persino su sua madre.

Ma i giornalisti non si limitarono a infangare la piccola martire. Nei suoi fogli Maria Teresa aveva scritto un cognome importante. Dopo che furono fatti accedere i giornalisti a fotografare gli scritti, Quel cognome risultò accuratamente cancellato. Quale giornalista era stato? E Chi si era posto davanti a fargli da paravento? Oppure... erano tutti?

Secondo dei testimoni, misteriosi gruppetti di individui armati si misero a girare per Canale, prendendo in disparte chi "chiacchierava" troppo, chiedendogli per filo e per segno cosa sapeva, e raccomandandogli un "sano" silenzio.
In seguito avvennero anche delle morti, (ovviamente classificate come naturali), come quelle di Giuseppina Borlengo, di Umberto Cielo, e di un vigile che incappò in un misterioso suicidio, che di sicuro non gettarono nella disperazione i colpevoli.

I pedofili assassini la fecero franca, Nessuna giustizia ha potuto finora raggiungerli, anche perché alcuni di loro erano potentissimi: il procuratore di Asti, Mario Bozzola, durante le indagini si trovò sempre solo, con l'unico supporto del fido maresciallo Pagella, a premere l'acceleratore di un'automobile cui slittava la frizione, ostacolato e sabotato dai magistrati, obbedito svogliatamente dai subalterni.
Ma che sulla tomba di ciascuno dei Colpevoli e degli Omertosi: MALEDETTO! scriva la mano di Dio.

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