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il porceddu
Scritto da naked lunch
Categoria: Narrativa - Altro
Pubblicato il 29/07/2003, Ultima modifica il 29/07/2003
Codice testo: 68016055 | Letto 10358 volte

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Uno può pensare che a S.Donato Milanese non ci sia niente da vedere, nulla è più lontano dalla verità. Per esempio, dove credete che vadano a vivere gli architetti sulla quarantina, realizzati, con moglie e figli (minimo 2 che già rompono i ciglioni ma chissà perché finiscono col farne un terzo) e una voglia trendy mai soddisfatta, nelle vene? In una cascina di S.Donato, per l’appunto.
Perché S.Donato è pieno di cascine. Io non conoscevo l’architetto Gianni Pirosino prima dell’aprile 2000, prima cioè del pomeriggio in cui Giovanna mi telefonò per dirmi:
“Stasera si va a cena da un amico di Luigi. Ha esteso l’invito anche a Dario, Tea e ovviamente a te e Luca. Si mangia il porceddu.” Disdico immediatamente il mio tavolo al Leoncavallo.
Giovanna mi dice che Dario ci passerà a prendere alle 20.00. E’ tutta emozionata per quest’invito di Luigi, io e Luca invece ci facciamo dei gran filmini sul porceddu.
Alle 20.30 stiamo parcheggiando davanti a casa di Gianni Pirosino. Da fuori sembra un po’ un rudere (la casa, non Pirosino) invece entriamo e ci troviamo dentro una cascina vera che contiene nell’ordine: lo studio di Gianni Pirosino, l’abitazione di Gianni Pirosino comprendente moglie e figli di Gianni Pirosino e un giardino con tanto di caminetto dove sta arrostendo il porceddu.
Sono contenta di scoprire che neanche loro sono perfetti, in caso contrario non terrebbero una vasca da bagno dell’anteguerra proprio al centro del cortile. All’ingresso, Gianni Pirosino ci viene incontro insieme a Luigi e a due alani. Il padrone di casa pare un po’ inquieto. Esordisce con un “Ma quanti cazzo siete, figa!” e mi accorgo che altri 6 ospiti già seduti a tavola, ci guardano con imbarazzo malcelato. Ho la vaga sensazione che l’architetto abbia sottovalutato il numero delle amicizie di Luigi. Pelosino ci porta in giardino, ci fa sedere sulle panche attorno al tavolo di pietra e ci dice che noi mangeremo lì perché dentro non c’è posto.
L’aria è pervasa dagli aromi del porceddu che sta dicendo il suo ultimo Ave Maria nel camino, a pochi metri da noi. Mi accorgo che tutti lo stiamo fissando. Sarà grosso poco più di un pallone da baseball, non ci vuol molto a capire che non basterà mai per 14 persone più i due Pelosino figli. “Zitta tvoia!” Enrico Pelosino, 11 anni. “Col cazzo!” Patrizia Pelosino, 9 anni. Un esorcista mollerebbe la presa. Arriva Barbara Pelosino con un bicchiere di vino in mano e due narici cosi. Ha un vestito viola e non sa camminare sui tacchi. Si avvicina al camino e aspira il profumo del maialino bonsai. Poi, soddisfatta rientra in casa imbastendo un sorriso drogato.
Gianni Pelosino galoppa verso il camino sbuffando: “Figa ma quanto ci vuole a cuocere, cazzo?!” Luca dice che a giudicare dal colore dorato, il porcellino dovrebbe essere quasi pronto. “Ma se è su da 4 ore e c’ha sempre sto colore del cazzo, figa!” Luca comincia a tormentarsi una ciste sul collo. Dario guarda le tette di Tea che guarda il muso del porceddu.
Pelosino si gira e da perfetto ospite domanda: “Beh? Cazzo fate? Ordinatevi una pizza, figa!” Giovanna smette di fissare Luigi, Dario smette di guardare le tette di Tea, Luca smette di grattarsi la ciste. Io chiedo il numero del Prontopizza. Il porcellino smette di pregare e si reincarna in una cena alla quale noi, siamo stati invitati per sbaglio.
Comincio a sentire freddo. Chiedo se è possibile avere un bicchiere di vino. Una bottiglia anonima sbarca sul nostro tavolo.
Luca fa per stapparla, quando un Pokemon gli centra la ciste. E’ il figlio maggiore di Pelosino nel pieno del complesso edipico: “Ti ho pveso! Ti ho pveso!” urla il piccolo Damien.
Luca per questa volta non gli risponde “ti faccio un culo così”.
Apre il vino con nonchalance, ne versa un bicchiere a tutti e lo assaggia per primo dichiarando: “Un Bonarda del 94.” Pelosino lo guarda ammirato e ci porta immediatamente una seconda bottiglia senza etichetta. Luca la stappa, assaggia il vino e sentenzia: “Chianti, 98” seguono altre 4 bottiglie. Sto con Luca da 3 anni e non mi sono mai resa conto della sua sensibilità palatale.
Quasi quasi, lo amo. Quasi quasi lo ama anche Pelosino. Soltanto una settimana dopo, scoprirò che sopra ogni tappo erano stampati il nome e l’annata del vino…
Le nostre pizze non sono ancora state recapitate e il porceddu sta per essere servito. Penso a tante cose, penso all’uomo arrostito di Greenway ne “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante”, penso ai sacrifici di 4 settimane per smaltire quelle due manigliette dell’amore che amore scoprirò non essere da lì a 6 mesi, penso al salame mantovano e penso anche che forse ho bevuto troppo vino. Per un istante il mio sguardo incrocia quello del maialino sul vassoio, ci guardiamo negli occhi cotti e a me risulta chiaro che nessuno dei 2 vorrebbe essere in quel posto, in quel momento.
Prima di sparire in cucina, il porceddu mi sussurra qualcosa che non riesco bene a capire: “Non là! non là dentro, figa!” O almeno questo è quello che mi pare di aver sentito perché nel mentre, qualcuno sta trafficando con i cartoni delle pizze.
Scoppio a ridere ma la risata ha tutta l’intenzione di finire in un conato.
Sarà perchè il giardino è molto curato, o perché penso di dare troppo nell’occhio se lo faccio sull’erba ma lì per lì, mi sembra una buona idea vomitare dentro la vasca da bagno vicino alla siepe. Quando alzo gli occhi però, quello che vedo è una versione molto alterata di Gianni Pelosino che con le lacrime agli occhi urla: “Cazzo no! Non dentro la tomba paleocristiana, figa!”






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