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SI’ E NO (seguito di STRANO)
Scritto da castagno1
Categoria: Altro
Scritto il 09/02/2018, Pubblicato il 09/02/2018, Ultima modifica il 09/02/2018
Codice testo: 922018181143 | Letto 156 volte

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Nota dell'autore castagno1:
E' solo una sciocchezza. Tutta inventata tra l'altro

1/1

Rincasai tardissimo. Colpa della dogana. La guardia di frontiera volle controllare il bagagliaio, quindi i documenti e poi di nuovo, chissà perché, il bagagliaio Una strizza! Anche se, col senno di poi, non avrei dovuto temere nulla: era impensabile che mia sorella avesse denunciato il furto dell’auto, ed io non stavo contrabbandando niente: avevo con me una valigia piena di dubbi, ma l’avevo appresso pure all’andata, era tutta roba mia, per uso personale.
Durante il viaggio le immagini della serata corsero davanti ai miei occhi impastate con la visuale sul nastro d’asfalto che invece correva sotto le ruote. Una sorta di allucinazione. Posso dire, per rendere l’idea, che ebbi quasi il timore di mettermi sotto. Tengo a precisare che non avevo fatto uso di stupefacenti e che pure ero sobrio: avevo buttato giù soltanto un paio di sorsate di birra, che tra l’altro m’erano pure andate di traverso.
Comunque, per quanto mi sentissi amareggiato e deluso e pure umiliato, per tutto il tragitto il mio corpo non aveva cessato un attimo d’essere predisposto a ricevere piacere, tanto che quella notte, per riuscire a prendere sonno, dovetti provvedere in autonomia a soddisfarlo.
Il mattino seguente, tra i tanti, due soli dubbi trovavano ancora spazio nella mia mente. Il primo: erano successi davvero gli avvenimenti della sera precedente? Ed il secondo: le dovevo telefonare?
Sì e no. Nel senso che queste, in quest’ordine, furono le risposte che mi diedi. Sì, era tutto vero, i graffi sulla pelle ne erano una prova incontrovertibile e no, non avrei dovuto chiamarla, non dopo come si era conclusa la serata
Posso dire che all’inizio le cose non erano andate male, anzi. M’ero tanto calato nella parte da guadagnarmi perfino una promozione: essere slegato e poter accedere – il primo uomo ad ottenere il permesso, questo ovviamente a suo dire – alla sua camera da letto. E anche lì, a mio parere, me l’ero cavata. Fu il dopo ad esser stato mortificante.
Mi comandò di sedermi sopra ad un divano di velluto color porpora, che troneggiava illogicamente al centro della sala, e sparì dietro ad una porta bianca laccata. Rientrò un attimo dopo, portando con se due bottiglie di birra. Me ne porse una, ma non si accoccolò al mio fianco come mi sarei aspettato. Trascinò una sedia – quella sedia! – di fronte a me e vi montò a cavalcioni.
Com’è nella mia natura, provai a dire qualcosa di divertente – non riesco a fare a meno di scherzare, specie se sono in imbarazzo – ma quella nemmeno sorrise, mettendomi ancor più a disagio. Ficcò gli occhi dentro ai miei e con una maschera inespressiva sul volto cominciò a bere.
Bere… si fa per dire. In realtà si mise a provocarmi sfrontatamente, seduta con le gambe larghe e con indosso soltanto le mutandine e la mia camicia, per giunta slacciata. Non riuscii a resistere che un paio di minuti a quelle provocazioni, forse meno, ma non feci a tempo ad alzarmi che un semplice movimento della sua mano mi inchiodò al pavimento. Fissandomi come in un duello western, disarcionò la sedia e lentamente, molto lentamente, si fece scivolare dalle spalle la mia camicia, lasciandola cadere a terra. Ancor più lentamente, se possibile, si chinò per raccoglierla mentre io, che stavo per esplodere, non riuscivo a muovere un muscolo.
Ricevetti in faccia il mio indumento. “Vestiti e vattene” furono le sue asciutte parole. “Sta tornando tua madre?” bofonchiai io. “Non rientra stanotte. Ma tu va via lo stesso.”
Mi mise alla porta. Letteralmente, spintonandomi per farmi fare prima. Mi ritrovai in mezzo alla strada con ancora la camicia sbottonata. E cazzo, faceva freddo!
Certo che no. Non avrei potuto chiamarla, ho la mia dignità. Non il giorno dopo! Le ho telefonato stamattina, a quasi quarant’otto ore di distanza. Questa volta ho intenzione di condurre io le danze.
Mi ha invitato a cena.
Ho accettato.

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