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Intervista a Alessandro Salas

Categoria Interviste
Inserita da Admin il 14/08/2007 15.51.05 | Fonte: | Link:

 
Signori, la stampa ne parla un gran bene, penne note della cultura e dello spettacolo spendono parole di elogio per il suo romanzo d’esordio… potevamo forse farcelo scappare?
Lui è Alessandro Salas, nato trent’anni fa ad Agrigento, attualmente residente a Roma.
A chi gli chiede per quale pubblico sia consigliato il suo libro risponde simpaticamente: “a tutti, ho l’affitto da pagare…”.
Con il suo “Nella terra di nessuno c’erano tutti” (Avagliano Editore, pagg.228, Euro 13,00) traccia la scia per un tipo di narrativa di difficile collocazione letteraria: non siamo infatti di fronte ad un thriller o ad un romanzo storico o rosa, bensì ad un’avventura picaresca dai contorni fumettistici, pullulante di personaggi strambi ed avvincenti, capaci di esaltare la creatività e la fantasia di cui l’autore si mostra ricco.
La trama si snoda fra le strade di una città iperbolica e surreale, soffocata dall'umidità, dove i due improbabili protagonisti, Daemon e Christo (un pazzo con la fissazione del bungee-jumping, e un giovane senza fissa dimora) s'incontrano per caso e intraprendono un viaggio attraverso un sottomondo metropolitano affollato da vescovi prestigiatori, nani, mafiosi, danzatrici rabdomanti, creature deformi, angeli dalle ali mozze. Tra salti nel vuoto, botte da orbi, esplosioni e incontri sorprendenti, i nostri eroi si troveranno loro malgrado incaricati di una missione apparentemente semplice: riportare a casa Mamma Lontano, un donnone informe, mitico personaggio della comunità dei diseredati, anziana levatrice che li ha fatti nascere tutti, accogliendoli nel mondo con il suo calore e mitigando, anche se per poco, le fatiche di un'esistenza ai margini.


Ma non sveliamo tutto quanto, andiamo piuttosto a conoscere un po’ meglio il nostro autore.

1. Ciao Alessandro, come spesso accade in questi casi, voglio rompere il ghiaccio facendoti un paio di domande di rito: perché questo titolo e perché l’utilizzo di una copertina simpaticamente “irriverente”?

- Beh, potrei inventarmi molte spiegazioni intelligenti e cariche di sottintesi per titolo e copertina, la verità è invece che sono le uniche due cose che non ho stabilito io. Sia chiaro, sono contento di entrambi, ma non posso attribuirmene la paternità. Il titolo lo devo a Paola Gaglianone, mia editor e angelo custode letterario, che lo ha tirato fuori dal cappello in zona cesarini dopo mesi che non riuscivo a tirare fuori un titolo decente. L’idea della copertina è invece di Nino Florenzano, poi aggiustata su mia indicazione. Quanto alle motivazioni, diciamo che sono due elementi che connotano emotivamente la storia, invece che spiegarla, cosa che trovo molto giusta.

2. Molti dei tuoi personaggi hanno un nome che si rifà a qualcosa di religioso, di mistico: Christo, Daemon, il Vescovo, ecc. Cosa ha influito su questa tua scelta?

- Noi italiani siamo imbevuti di cultura cattolica, siamo nati e cresciuti con con la preghierina la sera e il crocifisso nelle aule di scuola non ci ha mai fatto alcuna impressione. Per quanto mi riguarda quindi, mi è sembrato naturale inserire in questo mondo stravolto ma per me molto reale anche elementi che attenessero alla sfera religiosa. Devo ammettere che molte scelte e molti personaggi, nome compreso, sono venuti fuori autonomamente, senza troppo pensarci su, come del resto la maggior parte della storia. Per esempio, per quanto possa sembrare strano, mi sono accorto solo più tardi che i nomi dei due protagonisti erano antitetici ed entrambi avevano a che fare con la religione. In effetti cercavo nomi che non fossero troppo italiani, ma che non appartenessero del tutto a un’altra cultura - cose tipo John o Aaron - e sono saltati fuori questi. Ammetto che per gran parte del libro mi sono affidato all’inconscio.

3. Christo ha un segreto che porta dentro di sé, la chiama “bestia” e simboleggia il suo istinto primordiale alla sopravvivenza, una forza brutale che se ne spunta proprio nel momento del bisogno più estremo. Alessandro Salas, la sua “bestia”, la sua forza per sopravvivere al mondo, l’ha trovata nella scrittura?

- Premetto che a me non piace fare metafore. Non mi piace – e, credo, non sono capace – a dire qualcosa per simboleggiare qualcos’altro. La Bestia è un’invenzione con i piedi molto per terra, un dono, una specie di superpotere che tutti vorremmo avere, come la vista a raggi-x o l’invisibilità. E’ anche, molto più prosaicamente, l’aggressività repressa che si nasconde dentro la maggior parte delle persone miti (per quanto non mi sia ancora laureato, ho pur sempre alle spalle ventiquattro esami di psicologia, e questo incide, naturalmente).
Per dire la verità io la mia Bestia non l’ho trovata nella scrittura. Non sono uno di quelli che scrive per sfogarsi, o per mettere fuori cose che altrimenti rimarrebbero sepolte. Io scrivo quando sto bene, quando sono felice, è allora che si scatena la fantasia nel modo più pulito e divertente. La Bestia di Christo è in realtà un problema, adattivo sotto alcuni aspetti, ma pur sempre un problema, qualcosa che va metabolizzato. Non a caso alla fine… no, niente, lascio la suspence che è meglio.


4. Diciamocelo, la CITTA’, come anonimamente viene soprannominato il teatro delle vicende di Daemon e Christo, richiama molto Roma. La richiama nella sua veste cosmopolita, nelle sue dimensioni stordenti, nella sua faccia più caotica. Sbaglio?

- Naturalmente non sbagli. Vivo a Roma da ventisette anni, e ho imparato ad amarla e ad odiarla cordialmente. Come teatro di questa vicenda non potevo far altro che ispirarmi a Lei, chiaramente nei suoi aspetti più lunari e suburbani. Ho preso tutto quello che fa di Roma una città caotica, assordante e invivibile, l’ho messo in un frullatore, l’ho imbottito di anabolizzanti ed è venuta fuori la Città. Ho dovuto dimenticarmi di Castel Sant’Angelo e Trastevere le sere di giugno, o dell’aria rassicurante che hanno la maggior parte dei quartieri periferici che tanto amo. La Città invece è grigia e poco rassicurante, fredda, sporca. L’ho immaginata più grande di Los Angeles e totalmente spersonalizzante. Un’operazione letteraria, come si dice.

5. In un tuo divertente racconto, scritto circa un paio di anni fa, dici: “Roma è troppo grande, se la guardi dal basso. Roma fa paura e schifo, se negli occhi conservi troppe immagini familiari, troppo mare, troppi odori. Roma è un'altra cosa. Roma ti devi spalmare come burro su una fetta biscottata per raccapezzartici.” Come vivi i ritmi frenetici di una città come Roma, con la sua capacità di renderti anonimo puntino in un carnaio schiamazzante, di essere così spersonalizzante rispetto, ad esempio, alla tua Agrigento?

- Come dicevo prima, vivo a Roma da ventisette anni. Quindi teoricamente sarei più romano che siciliano. Eppure a volte guardo Roma ancora con gli occhi dell’emigrato. Quel racconto parlava appunto di un emigrato siciliano che poi è impazzito. E’ una storia vera, non l’ho inventata io. La caoticità di Roma a me personalmente piace. Mi piace essere un puntino anonimo in mezzo alla strada. La spersonalizzazione in una grande città ha i suoi vantaggi in termini di senso di libertà, di aria che respiri, per così dire. Forse sono troppo abituato, ma non riuscirei a vivere in una città molto più piccola di Roma. Per sentirmi rassicurato ho Agrigento, mia prima casa e primo amore. Ci vado tutte le estati, ci sto quanto più tempo possibile e tanto mi basta.

6. Alidicarta è un sito prettamente costituito da giovani, che magari (ce lo auguriamo di cuore) un giorno o l’altro troveranno l’editore giusto, quello capace di credere in loro. Raccontaci intanto qual è stata la tua esperienza con Avagliano Editore 

- Sono arrivato alla Avagliano per caso, dopo aver ricevuto per qualche anno gentili rifiuti da molte case editrici. Tu stesso hai definito il libro “di difficile collocazione letteraria” e in effetti è quello che hanno pensato quasi tutte le case editrici che ho contattato. La Avagliano era in un momento di transizione in cui voleva modernizzare la propria linea, il libro è piaciuto ad Andrea Di Consoli, il direttore editoriale e ha deciso di pubblicarlo senza troppi timori. Nei mesi precedenti alla pubblicazione ho fatto un grosso lavoro di editing, come viene chiamata la messa a punto finale del libro, con la succitata Paola Gaglianone e di correzione di bozze. Quindi si può dire che l’ultimo tratto del percorso sia stato tutto in discesa, mentre invece tutta la parte precedente una sequela di frustrazioni. E’ ovvio che bisogna presentarsi alla casa editrice con un prodotto finito. Ho visto molti ragazzi con buone capacità di scrittura spedire alle case editrici due o tre racconti per dare un saggio delle proprie capacità e poi aspettarsi di essere chiamati. Questo non succederà mai, o quasi mai. Poi se il prodotto è “di difficile collocazione letteraria” - il che non è necessariamente un male e anzi può essere un pregio - bisogna però aspettarsi molti rifiuti, proprio perché l’editore non ha una collana all’interno del quale pubblicarlo. 

7. Come dicevo in apertura, “Nella terra di nessuno c’erano tutti” è stato recensito positivamente da diversi giornali e riviste nazionali (Il Corriere della sera su tutti, ma anche il Mattino, Dipiù…). Giornalisti e critici come Cesare Lanza, Sandro Mayer, Giampiero Cinque ecc. parlano di te con entusiasmo. Sei d’accordo però, che la critica oggi serva più a vendere nelle librerie, piuttosto che fornire all’autore gli spunti necessari per migliorarsi?

- Sono più che d’accordo. Oggi la critica non esiste più, e questo per vari motivi: sia perché i giornali danno poco spazio ai libri sia perché è aumentata l’offerta. Se si dovesse fare una critica seria di tutto quello che esce in libreria servirebbe un allegato al quotidiano grosso come L’Espresso. Così va a finire che un trafiletto su un giornale serva a dare visibilità al libro piuttosto che a fornirne una critica ragionata. Le critiche costruttive cominciano ad arrivare dopo che hai venduto centomila copie, in genere. Che non è esattamente il mio caso, diciamo.

8. Quando si scrive un romanzo, l’autore raggiunge spesso un compromesso tra finzione e realtà, mentre il lettore deve in qualche modo sottostare a questo gioco per viverne la trama fino in fondo. Quale compromesso richiedi ad un lettore che si avvicina per la prima volta al tuo libro?

- Lo stesso che si chiede ai bambini quando gli si racconta una favola: fidarsi, lasciarsi portare dalla storia e non obiettare che una casa con i muri di marzapane ammuffisce in una settimana. Il mio sforzo è stato quello di rendere credibili tutte le cose assurde che succedono nella storia, ma è ovvio che il lettore deve stare al gioco, altrimenti non ci capiamo. 

9. “Nella terra di nessuno c’erano tutti” si presterebbe molto bene ad una trasposizione fumettistica. Sta già ruotando qualche progetto sui generis attorno al romanzo?

- Per adesso sono ancora impegnato a farlo circolare. La dura vita dello scrittore in erba prevede presentazioni fin quando se ne possono fare. Poi, se le cose vanno bene, chissà. Ho un bravissimo amico fumettista che aspetta solo un editore che creda all’idea della trasposizione. Potrebbe venirne fuori una bella cosa.

10. E chiudiamo con la classica domanda per eccellenza: hai in cantiere un nuovo libro?

- Forse. Vorrei evitare di fare il classico libro di quello che deve scrivere il secondo libro. Vorrei che nascesse un po’ da solo come è nato questo, perché credo che le storie che nascono di propria volontà posseggano una forza e una freschezza che i libri molto pensati e costruiti non hanno. Datemi pure del naif, se volete...

Un saluto a tutti gli autori di Alidicarta!


Alessandro Salas.









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Intervista realizzata da
Luca Artioli
www.lucaartioli.it


  

 


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