A proposito di "Romagna" di Pascoli

scritto da Rubrus
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Prosa, non narrativa.
- Nota dell'autore Rubrus

Testo: A proposito di "Romagna" di Pascoli
di Rubrus

Vorrei parlare di una poesia menzionando e, eventualmente, analizzando, una poesia. Mi tocca però fare almeno una triplice premessa: a) non ho una grandissima sensibilità poetica, anzi… ne ho pochina. b) non essendo un critico letterario, e non essendo comunque questa una critica, l’analizzo a modo mio. c) il valore della poesia – e, ribadisco, questo è un po’ il fulcro del post – è soggettivo

Ciò premesso, la poesia in questione è “Romagna” di Pascoli. Sotto, trovate il testo.

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra visïon di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l’altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l’anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l’urlo che lungi si perde
dentro il meridïano ozio dell’aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e ’l bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.

Da’ borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d’occhi di bambini.

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fiorìa la mia casa ai dì d’estate
co’ suoi pennacchi di color di rosa;

e s’abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un biricchino.

Era il mio nido: dove, immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l’imperatore nell’eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l’ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allora allor falciati
de’ grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch’io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettìo d’uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero:
io, la mia patria or è dove si vive:
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura
tra que’ tuoi polverosi biancospini,
ch’io non ritrovi nella mia verzura
6del cuculo ozïoso i piccolini,

Romagna solatìa, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.







Formalmente, mi soffermo sulla semplicità abbinata all’uso di termini tecnici, specie naturalsitici, assai precisi e circostanziati: lupinella, anatra iridata ecc. Le strofe sono quartine quindi brevi, facili da tenere a mente, niente “flusso di coscienza” formale anche se, sostanzialmente, tutta la poesia è un flusso di coscienza sulla corrente del ricordo. Una certa rigidezza di forme quindi, come accade nella poesia del passato, ben lungi da bloccare la spontaneità del pensiero, ne favorisce l’espressione. I versi sono infatti endecasillabi, quelli più naturali in lingua italiana, il cui ritmo meglio si percepisce. Il ritmo è la ragione (o una delle ragioni) per cui ricordiamo i versi delle canzoni meglio dei versi di molte poesie moderne e, su come la metrica e la rima, cacciate dalla finestra della poesia, siano rientrate dalla finestra grazie ai testi delle canzoni, lascio la parola a chi ne sa più di me. La rima è alternata: ABAB. Dopo la baciata, la più semplice. Mi riporto a quanto detto sopra e non lo ripeto.

“Romagna” è dedicata a un amico d’infanzia del poeta, Severino Ferrari, menzionato nei primi versi. Non mi è difficile immaginare che il ricordo degli amici d’infanzia abbia influenzato non poco Pascoli... ma non solo lui. Come dice Stephen King in quella spettacolare novella che è “Il corpo” (alias “Stand by me” alias – ancora una volta! - “ricordo di un’estate”) “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni, ma, Gesù, chi li ha?”.

Il ricordo fa ridere e piangere e, infatti, come promesso nei primi versi, dolore e felicità si inseguono per tutto il testo. Da subito, il paese natale assume connotati fiabeschi, sfumati ma innegabili. L’azzurra visione di San Marino, con le torri blu per la distanza, come un castello da favola che sovrasta tutto lo scenario è concreta (non è il Castello di Biancaneve, ma un luogo realmente esistente), ma allo stesso tempo onirica. Altrettanto dicasi per “Il Passator Cortese” (al secolo, Stefano Pelloni, sì, come la Carrà), che era un brigante che spadroneggiava per la Romagna nell’Ottocento e che nell’immaginario e nella cultura popolare, ha non pochi contatti con Robin Hood. Poteva infatti contare su una banda numerosa, tanto da poter assaltare le città, come Forlimpopoli (controllate in rete) e cercava di guadagnarsi il favore delle popolazioni distribuendo parte dei profitti delle sue razzie, tanto da far dire che rubava ai ricchi per dare ai poveri (non è vero, ma quando la realtà incontra la leggenda si sa come finisce). Insomma, proprio come il bandito di Sherwood, e come lui “Re della Strada, Re della Foresta” con la non piccola differenza che Robin Hood, come ci viene raccontato, non è mai esistito, mentre Stefano Pelloni sì.

La poesia prosegue poi alternando immagini e figure prese dalla storia “alta” (i Guidi, i Malatesta, più avanti Napoleone e Ariosto) ad altre, più numerose, prese dalla realtà spicciola, quotidiana, e ritratte in una concretezza che ha quasi più dello scientifico, del sociologico che del letterario. Andate a veder che cos’è la lupinella e perché il bue la rumini con fatica e come sia fatta un’anatra iridata, o anche solo come si comporti un tacchino e che suono abbia il suo gloglottio.

In questo contesto compare il poeta e si annuncia con un urlo. Permettetemi di soffermarmi sulla forza liberatoria di quell’urlo trasmessa attraverso l’uso ripetuto di consonanti liquide, come la lettera “L”, di ripetizioni, di dittonghi e iati che ne amplificano la portata creando una sorta di eco: LAnciarci L’URLO che LUngi si perde nel meridIAno ozIO delle AIE. Personalmente ho avvertito e vissuto in maniera intensa quest’urlo selvaggio e liberatorio che risuona nel silenzio estivo, avendolo pure io lanciato (non senza conseguenze) mentre gli altri si godevano il riposino pomeridiano – che i bambini, io per primo, non sopportano.

Il poeta rappresenta però se stesso fanciullo; se vi va andate a leggervi la poetica del fanciullino pascoliano sui libri di letteratura. Per quanto mi riguarda, quanto a libri, ho trovato, declinata con accenti diversi, quella poetica nel “Pinocchio” di Collodi, ne “L’isola del tesoro” di Stevenson, in “Peter Pan” di Barrie, in “It” (e in altre opere) del già menzionato Stephen King. Il succo è la percezione della meraviglia del mondo, della scomparsa o dell’attenuazione della linea tra realtà e fantasia, scomparsa possibile grazie a un cambio di prospettiva che fa “sentire” meglio l’oggetto percepito rimpicciolendo colui che lo percepisce, da adulto o fanciullo. Questa condizione è spesso colta nel suo divenire, da ragazzo, o bambino, ad adulto, o giovane (se non altro perché a scriverne sono gli adulti, non di rado sdoppiata nel rapporto tra padre e figlio o tra maestro – ma anche avversario o mostro – e allievo). Inscindibile da tale consapevolezza e da tale contemplazione è il sentimento della sua scomparsa, sentimento che prende il nome di nostalgia. L’infanzia, e i luoghi, e gli amici, con cui la si è vissuta diventano quindi un luogo “magico” non sempre rassicurante, ma sempre rimpianto e, soprattutto, irrimediabilmente sempre “altrove” nello spazio e nel tempo, perduto per sempre – come vedremo negli ultimi versi.

Pascoli, rappresentando se stesso ragazzo, si coglie sospeso tra natura e cultura, fermo sul ponte dell’immaginazione. Lo esprime con l’ossimoro “galoppare immobile”, parlando sia di Napoleone, personaggio storico, sia dell’ippogrifo, creatura fantastica che portava i personaggi di Ariosto sulla Luna, dove, ricordiamo, il poeta poneva le cose perdute (in specie il senno di Orlando, quasi la conoscenza, nel suo senso più ampio e appagante vada oltre il mondo sensibile).

Queste antitesi trovano una sintesi nell’immaginazione del poeta, allora giovane, che sogna poemi in cui a parlare non sono più solo gli uomini, ma la natura – e quindi risa di donne, stormire di fronde ecc… e, eh sì anche io salivo su un albero con un libro in mano, ma l’albero non era un pioppo altrimenti l’allergia mi avrebbe schiantato.

Dopo questa sintesi, che però si consuma in un momento, Pascoli rappresenta nuovamente lo scorrere del tempo, lasciando l’universo sospeso e sostanzialmente immutabile del ricordo per raffigurare, invece, il cambiare delle cose.

Questo è visto in modo essenzialmente negativo. La “migrazione”, il distacco è morte - infatti, immediatamente dopo l’espressione che raffigura lo sradicamento (la mia patria è or dove si vive) cui non fa seguito alcun punto di riferimento nuovo, arriva l’immagine del cimitero. C’è la perdita del luogo e del tempo felice, tra loro inseparabili, ma nulla più prende il loro posto. Per inciso, ricordo che a esacerbare il ricordo del passato fu, per Pascoli, l’omicidio del padre, tuttora irrisolto. A rafforzare ulteriormente il parallelo tra Pascoli e King ricordo che il padre dello scrittore americano scappò di casa né di lui si seppe più nulla. Per rimanere dalle nostre parti, però, mi piace ricordare che anche l’inno regionale “Romagna mia” parla di “nostalgia del passato” e di emigrazione, anche se sul ritmo allegro del liscio.

Per tale ragione, Ulisse senza più Itaca, Pascoli non vuole tornare più indietro. Fisicamente potrebbe, come è ovvio, ma non troverebbe più quel che aveva lasciato e quindi il suo malessere diventerebbe insopportabile.

L’unica consolazione – di più non si può dire – è quindi ritornare, anche se solo col pensiero, là da dove si era partiti, alla Romagna solatia (che non è quindi solo “assolata”, ma piena di luce, in senso anche metaforico) che è – e ancora una volta mi esprimo in termini personali e soggettivi – allo stesso tempo l’Isola che non c’è, il Paese dei Balocchi, la Casa sull’Albero di Stand by me (dove una griglia rugginosa sospende il tempo in un momento indefinito e perpetuo tra luce e tenebra, in un tramonto /alba perpetuo), i Barren di Derry, la Terra Oltre la Foresta dove si reca Jonathan Harker, l’Isola del Tesoro e molti altri posti ancora.

Ma che non è mai, né può più essere, qui.
A proposito di "Romagna" di Pascoli testo di Rubrus
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