Doveva essere in compagnia di quelle quattro stronze delle sue amiche e quel pensiero gli fece montare dentro un nervoso altrettanto disturbante. In qualche modo si sentì tradito ugualmente. Tutta quella segretezza sembrava dipingerlo come il marito maschilista e bigotto che mette la moglie in condizione di tacere sulle sue frequentazioni e sui suoi rapporti sociali.
“La prudenza non è mai troppa, giusto Ale?” disse una fastidiosa voce femminile con un tono mieloso che gli fece rizzare i peli sulle braccia.
“Elena…quella piccola stronza viziata di Elena!” esclamò nella sua mente con un tono talmente deciso da temere di farsi sentire anche con il pensiero.
Cercò di riportare un po’ di quiete nelle sue membra, prendendo boccate di ossigeno nella calura invadente e appiccicosa dell’antro in cui si trovava.
Quando riuscì a ristabilire l’ordine nelle proprie emozioni, si stupì di non aver pensato prima di trovarsi in una posizione davvero privilegiata. Avrebbe potuto origliare i discorsi di sua moglie e delle sue amiche senza prendersi il disturbo di dover fingere di fare altro, come accadeva quando sapevano che lui era in casa, evitando così di sentire quei bruschi abbassamenti di audio che erano solite fare per accertarsi che lui non stesse ascoltando. Già, in quel momento si sentiva il re del sesso maschile, uno dei pochi che fosse messo al corrente delle loro lagne segrete, rimanendo comodamente (caldo a parte) appartato dietro le ante chiuse del suo magnifico armadio a muro.
Non aveva ancora pensato a come avrebbe fatto in seguito ad uscire senza farsi scoprire, completamente in mutande per giunta. C’erano ottime probabilità ( almeno l’80%, lavorava con i numeri tutto il giorno) che Ale accompagnasse le sue amiche fino all’auto posteggiata nel parcheggio sotto casa, per un ultimo pettegolezzo, magari rivolto proprio a lui. In quel caso avrebbe avuto un discreto margine di tempo per rivestirsi, riprendere la ventiquattrore che in quel momento fungeva da morbido appoggio per le sue natiche e fiondarsi su per le scale fino al piano superiore. Non appena avesse udito sua moglie rientrare in casa, avrebbe ridisceso la rampa di scale e avrebbe suonato il campanello, il buon maritino che torna stanco dopo una giornata di lavoro.
Il fatto di suonare il campanello avrebbe dato ad Alessandra una spiegazione nel caso notasse, prima o poi, il mazzo di chiavi abbandonato sul fondo dello svuotatasche.
“Amore, non sai che stupido sono stato…stamattina sono uscito e ho lasciato a casa le chiavi…per fortuna che eri in casa tu, se no sarei rimasto sul pianerottolo come un barbone, ad aspettare il tuo ritorno…” suonava più che bene,
E se le amiche avessero levato gli ormeggi prima del suo solito orario di rientro : “ Amore…ho un’emicrania lancinante e ho pensato di uscire un po’ prima dal lavoro…”
Emicrania che si sarebbe dileguata intorno alle otto, orario in cui avrebbe preso in spalla il suo borsone per raggiungere la squadra di calcio.
Sì, maleficamente geniale.
Si sentiva il genio del crimine, il Diabolik della vita coniugale. Tutto questo lo inorgogliva. Sai che ridere con i colleghi quando gliel’avrebbe raccontato? Lo avrebbero ammirato come un eroe.
“Hai proprio una bella casa, Alessandra…”
La voce increspata dal fumo della signora Rambaldi, la ficcanaso del quinto piano.
“Siamo sulla stessa colonna di appartamenti, ma il tuo sembra …non so, è diverso, sembra più nuovo…” proseguì la signora Rambaldi.
“Oh, bhe…i vecchi proprietari avevano ristrutturato tutto l’appartamento pochi mesi prima di prendere la decisione di andarsene…bella fortuna, no?” le rispose con orgoglio Alessandra.
“Bella fortuna no? Oh, ma che bei pavimenti…Oh ma che bella tazza del cesso, è così lucida che sembra che nessuno ci caghi da anni!” pensò Alberto divertito.
“Direi che il luogo è appropriato…” disse la signora Rambaldi e le altre zittirono contemporaneamente il loro fastidioso chiacchericcio.
“Cominciamo?” disse Alessandra.
“Cominciamo? Cominciamo cosa?” pensò Alberto tra sé.
Era davvero incuriosito dalla faccenda e una valanga di domande si assiepava nella sua mente di fronte a quell’evento singolare.
Da quanto tempo andava avanti questa storia? Perché tutta questa segretezza? E soprattutto, che cosa diavolo passava per la mente di cinque donne riunite in un appartamento alle due del pomeriggio?
“Forse un’orgia” si rispose senza trattenere un piccolo sbuffo di risata.
Se le immaginava, tutte e cinque annodate sul suo letto matrimoniale, la signora Rambaldi sopra le altre a dare ordini dall’alto della sua esperienza.
“No, tu Elena un po’ più a destra! Monica, apri quelle gambe, quante volte te lo devo dire? Alessandra, su il sedere, su, su!” pensò, e stavolta si dovette premere la mano sulle labbra per evitare di farsi scoprire, nudo e sghignazzante, nascosto tra i cappotti dell’armadio in camera da letto.
Per lui si trattava del gioco più divertente a cui avesse partecipato negli ultimi anni.
Il suo compito era solo quello di non farsi scoprire. Per il resto, poteva spassarsela sfottendo i discorsi “da donne” di Ale e le sue amiche.
“Cominciamo” disse con voce ferma la Rambaldi.
Alberto sentì il crepitio tipico di sacchetti di plastica, buste della spesa probabilmente, e intese che stavano preparando qualcosa di cui non aveva la più vaga idea. Seguì un trambusto infernale. Sembrava che stessero smontando tutti i mobili della casa dal baccano che facevano. Riconobbe il rumore di sedie trascinate( i feltrini erano da sostituire) e il gemito del tavolo che, con tutta probabilità, veniva aperto per aumentarne la superficie in modo che tutte potessero sedere comodamente al loro posto.
Il caldo all’interno dell’armadio era opprimente e Alberto avvicinò le labbra alle fessure dell’anta per avere un minimo di refrigerio. Cercò anche di dare una sbirciata, anche se era troppo decentrato per godere di una visuale esauriente di ciò che accadeva in cucina. In quel momento scorgeva solo il piccolo corridoio d’ingresso e una parte della porta della cucina, ma nulla più.
Nonostante questo notò qualcosa che lo sorprese nuovamente. Nonostante fosse un pomeriggio luminoso di una giornata di sole, la cucina e l’ingresso erano totalmente al buio. Nel trambusto che aveva sentito non aveva decifrato il rumore delle tapparelle che venivano calate come ghigliottine sui grevi davanzali di marmo.
La questione si faceva davvero interessante e , per certi versi, inquietante.
Silenzio.
Cercò nuovamente di sbirciare dalle fessure dell’armadio e notò che l’ingresso era ora illuminato da una luce soffusa e instabile che proveniva dalla cucina. Probabilmente luce di candela.
“Ma perché?” si chiese scandagliando la sua mente in cerca di una possibile risposta, ma non riusciva davvero a trovarne una che potesse sciogliere i suoi dubbi. Fuori era pieno pomeriggio e sua moglie si era praticamente barricata in cucina, serrande chiuse, per poi accendere delle candele per illuminare l’ambiente. Tutto questo gli sembrava assurdo.
Qualcuno si schiarì la voce e Alberto tese l’orecchio più vicino all’anta dell’armadio per acciuffare anche solo un frammento di conversazione che potesse servirgli a dare un nome a tutta la faccenda.
E tutto questo rendeva ancora più intrigante la situazione. Si sentiva come un investigatore privato, pronto a raccogliere il minimo indizio che potesse aiutarlo a comporre l’intero mosaico e chiudere definitivamente il caso.
“Care sorelle…” iniziò la voce rasposa della Rambaldi.
“Oggi siamo nuovamente riunite, grazie alla disponibilità della nostra sorella Alessandra, per rinnovare il nostro atto di fede…”
“Oh Gesù…” pensò Alberto alzando gli occhi verso il soffitto dell’armadio. Sua moglie si era infilata in una congrega di credenti esaltate di qualche nuova religione.
Non ce la vedeva proprio Alessandra a cantare inni con le braccia aperte e lo sguardo estasiato rivolto al cielo. Non era quel tipo di donna, o almeno così credeva fino a quel dannato pomeriggio. Si erano sempre considerati cristiani, ma in quanto a “praticanti” non erano certo i frequentatori più assidui della chiesa che distava poco più di due isolati dal loro appartamento. Ammettevano entrambi di credere nell’esistenza di qualcosa di superiore, ma nessuno dei due aveva mai dimostrato una fede troppo determinata . Davano spesso colpa della loro scarsa frequentazione alle funzioni religiose agli impegni quotidiani che li tenevano occupati per la maggior parte del tempo libero a disposizione e nei weekend preferivano dedicarsi ai propri interessi, piuttosto che rinchiudersi per un’ora nell’oscurità di una chiesa, a cantare litanie talmente depresse che, in confronto, l’adagio di Albinoni sembrava una cavalcata metal.
Per questo trovava davvero singolare il comportamento di Alessandra.
Non lo aveva messo al corrente di questo suo “risveglio” di fede. Eppure lui non avrebbe avuto nulla in contrario al riguardo.
Comunque non riusciva a togliersi dalla testa che Alessandra non fosse mai stata tipo da lanciarsi in questo genere di iniziative. La considerava una donna molto razionale, pratica nel suo modo di affrontare i problemi della vita e sicuramente poco incline a farsi plagiare da qualsiasi forma di esaltazione, che fosse di natura politica o religiosa.
Invece ora eccola lì, a cantare lodi con le sue “sorelle”… Roba da matti!
Forse quello che sua moglie cercava era solo il piacere di sentirsi parte di un gruppo, che fosse una congrega religiosa o la squadra di bocce dell’oratorio. E tutto questo, a lui, stava bene, perché no.
La Rambaldi farfugliò qualcosa in latino, ma Alberto non riuscì ad afferrare completamente le sue parole. Anche vi fosse riuscito, dubitava di avere ancora qualche reminiscenza dei cinque anni di liceo scientifico, per cui gli sarebbe stato difficile tradurre.
“Bene…” proseguì la Rambaldi “ si è deciso dunque di partire da qui…la votazione tenutasi la scorsa settimana ci ha trovate tutte d’accordo nel cominciare il nostro lavoro proprio da sorella Alessandra, che si è dimostrata felice di poter dare inizio al nostro piccolo progetto…un progetto che si allargherà sempre di più, come le increspature provocate da un sasso sulla superficie di uno stagno…a te sorella Alessandra, l’onore di lanciare il primo sassolino che porterà la nostra fede a rafforzarsi e ad espandersi, coinvolgendo un numero sempre crescente di fedeli…”
Tac…
Alberto capì che doveva trattarsi del rumore di un sassolino lasciato cadere sul lucido pavimento della cucina.
“Ed ora dacci la forza, nostro signore, perché il compito che ci hai impartito non sia un fardello troppo pesante per le nostre fragili spalle umane, a noi, granelli di sabbia nell’universo, che riusciamo solo ad intravedere la grandezza dei tuoi disegni!”
Alberto tese l’orecchio. Non riusciva a decifrare completamente i farfugliamenti della zitella del quinto piano, ma si rendeva conto che il bello doveva ancora venire e voleva sentire il più chiaro possibile.
“Ecco dunque noi ti preghiamo…Lucifero!” tuonò la Rambaldi con energia.
Alberto sobbalzò nel suo nascondiglio dando una zuccata alla parete dell’armadio alla quale stava appoggiato. Era come se tutta l’afa che gli appiccicava la pelle pochi minuti prima fosse stata risucchiata in un vento gelido, un vento di terrore. Rimase inebetito, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta, ancora indeciso se credere o meno di aver sentito ciò che aveva sentito. Aveva bisogno di un’ulteriore conferma.
“NOI TI PREGHIAMO, LUCIFERO, NOSTRO SIGNORE!” risposero le altre in coro.
Alberto si strinse la testa tra le mani, i capelli fradici di sudore gli ricadevano sulla fronte. Non si sentiva davvero spaventato. Era per lo più sorpreso. Non gli sarebbe mai venuto in mente, nemmeno tra mille anni, che quella fosse la risposta a i suoi dubbi: sua moglie frequentava una setta satanica!
Le donne, in cucina, proseguivano i loro riti blasfemi, ma Alberto sembrava non curarsene più. Aveva perso la curiosità. Doveva prima metabolizzare il pugno allo stomaco che aveva appena ricevuto, e pensava che non sarebbe stata una cosa di pochi minuti…(dacci la forza, nostro signore, perché il compito che ci hai impartito non sia un fardello troppo pesante per le nostre fragili spalle umane). Altro che fardello, ad Alberto sembrava di dover portare una montagna. E il punto successivo all’ordine del giorno era: cosa doveva fare ora? Uscire urlando rabbiosamente, scacciando quelle cinque stronze indiavolate dalla sua cucina? O magari starsene lì seduto ad aspettare che terminassero i loro riti, per poi affrontare il discorso faccia a faccia con sua moglie?
Propese per la seconda.
Fissava la staticità della camera da letto attraverso le feritoie dell’armadio, osservando i granelli di polvere vorticare nei fasci di luce che filtravano dalla tapparella.
La mente vagava.
Per quel che ne sapeva, le sette sataniche erano solite riunirsi nei Sabato sera, in contrapposizione alla Domenica che è il giorno di Cristo per eccellenza, o la notte precedente a qualche festa religiosa, tipo la vigilia di Natale o quella di Pasqua. Trovava dunque insolita quella “riunione” in pieno pomeriggio. E, sempre per quel poco di cui era a conoscenza, probabilmente per averlo letto da qualche settimanale sgualcito o sentito in una delle tante trasmissioni che trattano di argomenti sul paranormale, le sette sataniche avevano come unico obbiettivo il male. Il male assoluto, il male verso tutti gli esseri viventi, il male biblico.
Come poteva Alessandra dedicare del tempo a questo genere di cose? E soprattutto, per quale motivo? Per le risposte avrebbe dovuto attendere la fine di quella farsesca interpretazione e parlare a quattr’occhi con sua moglie.
Cercò di rilassare i muscoli che iniziavano a formicolargli per via della posizione scomoda in cui era acquattato ormai da parecchio tempo. A Alberto pareva l’eternità.
Dalla cucina giungevano incessanti litanie soporifere,come un brusio atono che sembrava infilzargli il cervello e dal quale non riusciva a trarre alcun significato.
Poi,di colpo, tutto cessò.
Per un istante il respiro di Alberto si fermò riempiendo d’aria tutto il suo apparato respiratorio. Forse lo avevano scoperto, forse, in qualche modo, avevano percepito la sua presenza ed ora venivano a scovarlo per sacrificarlo al loro “signore”, infliggendogli le più tremende torture in stile “Santa inquisizione”. Si immaginava completamente nudo e legato, mentre le “streghe” gli giravano intorno come in una danza tribale, cantando parole abominevoli.
Non sapeva perché, ma scoprì di avere un principio di erezione.
Come al solito la sua mente tipicamente maschile aveva ribaltato la situazione in un contesto erotico. Quattro donne giovani ed eccitate ( nella sua immagine mentale aveva ovviamente omesso la presenza della signora Rambaldi) che ballavano intorno al suo corpo nudo ed inerme. Chissà, con un po’ di fortuna avrebbe potuto trattarsi di riti sessuali.
Lasciò andare di colpo il respiro e sbuffò l’aria satura di anidride carbonica dalle narici.
“Hai portato quello che ti ho chiesto?” disse con voce solenne la signora Rambaldi, spezzando il silenzio come una lama nel ghiaccio.
“Sì, eccolo” rispose Alessandra con un filo di voce.
Alberto udì il crepitare di un sacchetto di plastica, probabilmente una busta della spesa che veniva frugata nelle sue interiora.
“Cosa sei riuscita a prelevare?”
“Una ciocca di capelli…mentre dormiva…di più non ho potuto…”
“Non ti preoccupare cara, credo che sarà sufficiente...”
Alberto attendeva con un’espressione ebete stampata sul volto.
“Dov’è lui ora?” chiese la Rambaldi
“E’ al lavoro…non dovrebbe tornare prima delle cinque e mezza.”
“Meglio iniziare”
“Checcazzo centro io?” pensò Alberto nuovamente stupito.
Era cosciente del fatto che ultimamente la loro coppia non girasse a meraviglia, ma non pensava certo di essere coinvolto da sua moglie in un rito satanico e, a giudicare dalle apparenze, non certo in veste di sacerdote e nemmeno come adepto.
Insomma, pensava che i problemi di comunicazione sorti nell’ultimo periodo tra lui e sua moglie si sarebbero risolti con una bella chiacchierata a quattrocchi, magari davanti ad una pizza e una birra fresca. Non credeva certo di fare la fine dell’agnello sacrificale.
Ma Alessandra lo odiava a tal punto?
Per quanto ne sapeva Alberto, la loro relazione era un motore che ogni tanto perdeva qualche colpo, ma per la maggior parte del tempo gli sembrava che filasse alla grande. Non credeva che il loro matrimonio fosse già all’ultimo stadio, quello dell’odio reciproco. Lo stava scoprendo quel pomeriggio, anchilosato nell’antro buio e afoso dell’armadio in camera da letto, per quella che, inizialmente, doveva essere una sorpresa che Alberto sperava si sviluppasse in una sana seduta di sesso coniugale, di quelle da ricordare.
Niente di tutto ciò.
Nel frattempo, il rito proseguiva.
“Bene, ora siamo pronte” disse la Rambaldi con voce rauca.
“Avvicinati, sorella Alessandra…” proseguì “La nostra opera comincia qui…Siamo state chiamate a liberare il mondo da quegli esseri abbietti che controllano le nostre menti…e le nostre vite.”
Fece una pausa
“Esseri il cui unico scopo è quello di soddisfarsi con i nostri corpi, come bestie!” tuonò solenne.
“Non certo con il tuo di corpo, vecchia megera” bofonchiò Alberto stizzito.
“Esseri maleodoranti, viscidi come vermi, che si impadroniscono senza alcun diritto di ciò che non gli appartiene! Cominceremo da Giovanni, l’essere immondo che perpetua soprusi su sorella Alessandra, quotidianamente, senza coscienza né pentimento!”
Poi, con tono pacato : “rivolgilo verso di me”
“Questa poi! Un gruppo di sataniste femministe! Un connubio a dir poco irritante” borbottò Alberto senza più curarsi di essere scoperto.
La Rambaldi sciorinò una serie di parole incomprensibili in qualche linguaggio arcaico, ma aveva tutta l’aria di essere una consacrazione, una specie di parodia della comunione cristiana.
“Ora sorella Alessandra, ora!”
Ci fu un attimo di silenzio e Alberto attese gli sviluppi, senza comprendere pienamente cosa stessero combinando nella sua cucina, sul suo tavolo pagato profumatamente in comode rate mensili.
“Non esitare sorella! Non c’è compassione per coloro che ci fanno del male…non devi avere rimorsi di coscienza, non ora che siamo giunte fino a questo punto!” la riprese severamente la Rambaldi.
“Non so, non mi sento pronta…non so se faccio…” replicò flebilmente Alessandra.
“Tu non devi sapere…saprai di aver fatto la cosa giusta quando tutto sarà finito! Ora devi lasciarti guidare…Fallo!” la zittì autorevolmente.
“FALLO!FALLO!FALLO!” cominciarono ad incitare le altre partecipanti.
Il ritmo si fece sempre più serrato, poi delirante.
“FalloFalloFalloFalloFalloFalloFalloFalloFalloFallo!”
Alberto non presagiva nulla di buono, ma si sentiva ancora al sicuro.
Se avessero cercato di fargli del male avrebbe reagito con tutta la forza di cui disponeva. E poi rimaneva il fatto che non erano a conoscenza della sua presenza in quella casa.
“Va bene.” disse Alessandra con voce dura e il coro si zittì di colpo.
Alberto udì un suono viscido, liquido. SGUINC!
Attese.
Sembrava che anche in cucina stessero attendendo qualcosa, perché nessuno parlò più per un po’.
Cercò di sbirciare attraverso le fessure.
L’aria nella camera da letto era immota e i granelli di polvere, che prima vorticavano nella luce, sembravano essersi cristallizzati, sospesi come stelle. Si stava verificando qualcosa di insolito, di innaturale, e Alberto cominciò a temere seriamente di essere in pericolo. Forse quelle cinque stronze erano davvero capaci di evocare qualcosa di malefico.
Poi, improvvisamente, sentì del calore appiccicoso espandersi sulla pancia come una vampata liquida. Abbassò lo sguardo e vide un taglio netto, lungo un paio di centimetri, sull’addome, dal quale straripava del sangue scuro e denso. Cominciò a sentire un lieve bruciore che dilagò presto in un dolore pulsante e tremendo. Dovette premere entrambe le mani sulla bocca per non gridare.
RIENTRO A SORPRESA(parte 2) testo di Stefano Previtali