Poi di nuovo. SGUINC!
Un paio di labbra rosse e carnose gli si aprirono all’altezza della spalla destra. Non sapeva come, ma era Alessandra, di là in cucina, a provocargli quelle ferite.
Non si trattava di tagli particolarmente profondi, per il momento, ma doveva fare qualcosa al più presto, prima di vedere le proprie budella spargersi sulle scatole di cartone contenenti le scarpe di sua moglie.
SGUINC!SGUINC!SGUINC!
La sua pelle si lacerò in più punti: sul pettorale destro, sul braccio nell’incavo tra l’avambraccio e il bicipite, su uno zigomo, molto vicino all’occhio.
Il taglio più doloroso era quello al braccio. Con tutta probabilità gli aveva reciso un nervo e sentiva un dolore lancinante bruciargli incandescente, mentre irregolari linee di sangue scivolavano, come piccoli torrenti, ad unirsi in un unico rivolo che gocciolava sul pavimento interno dell’armadio.
Non poteva più aspettare.
Si dibattè come una bestia in gabbia, alla ricerca di qualcosa che potesse servirgli come difesa.
La prima cosa che gli capitò fra le mani fu il casco della motocicletta. Lo afferrò dalla cinghietta rimasta chiusa dall’autunno precedente, quando aveva posato il mezzo nel garage con un pizzico di tristezza, cosciente del fatto che l’inverno sarebbe stato lungo da passare.
Uscì dall’armadio con una spallata energica, claudicante per via delle ferite, ma furioso come una belva selvatica presa in una tagliola da cacciatore. Il sangue colava sul corpo disegnando arcani graffiti.
Fissò il corridoio che portava alla cucina con sguardo feroce.
“Cos’è stato?” disse Elena allertata dal trambusto.
“Non ho sentito niente…” le rispose Raffaella, un’altra componente del felice gruppetto di amiche femministe sataniste e chissà cos’altro ancora.
“C’è qualcuno di là” ribadì Elena.
“No…non può…” disse Alessandra con voce tremolante.
“Non può cosa?” le domandò la Rambaldi con sguardo severo.
“Ale! Ti dico che c’è qualcuno!” gracchiò Elena colma di terrore.
Alla porta della cucina apparve una figura inquietante, un uomo robusto sul metro e ottanta, gli occhi malvagi e carichi di rabbia esplosiva, il corpo cosparso di sangue vecchio e nuovo sangue che fuoriusciva da ferite che sembravano provocate da una lama di coltello.
Le donne rimasero impietrite.
Alessandra si era fermata con le braccia a mezz’aria, in una mano un grosso coltello da cucina, nell’altra un pupazzo rudimentale fatto di plastilina al quale era stata appiccicata una ciocca di capelli sulla palla che doveva rappresentarne la testa.
Il corpicino del pupazzo era inciso dalla lama del coltello negli stessi punti in cui Alberto riportava le ferite.
Alberto vide che il tavolo era stato coperto con una tovaglia nera e, sopra di essa, bruciavano lentamente delle candele corte e tozze, sempre di color nero pece. Riposto con cura al centro, spiccava un grosso libro dalle pagine ingiallite che emanava un forte odore di soffitta e muffa. Le pagine erano scritte a mano, probabilmente con un pennino ad inchiostro e riportava miniature di ottima fattura al centro di ogni pagina. Due striscioline di raso, che fungevano da segnalibro, ricadevano mollemente sul tavolo, come aspidi morte.
“CIELO,MIO MARITO!” ruggì Alberto con occhi allucinati e un sorriso allargato e tremante, il sorriso di un folle.
Alessandra e le sue amiche lo guardarono impietrite, esterefatte.
L’unica a non mostrare segni di sorpresa né tantomeno di paura era la signora Rambaldi del quinto piano. Non a caso era la guida del gruppo, la grande sacerdotessa, la puttana del demonio. Al contrario, ricambiò Alberto con uno sguardo sottilmente malefico e un sorrisetto a mezza bocca che faceva gelare il sangue.
“Prosegui Alessandra…finisci il lavoro che ti è stato assegnato!” disse senza togliere il suo sguardo vitreo da quello di Alberto.
Alessandra rimase impalata, spostando continuamente lo sguardo dalla Rambaldi a Alberto, da Alberto alla Rambaldi.
“Avanti stupida puttana! Non osare trasgredire a quello che il demonio ci ha ordinato di portare a termine!” le intimò la Rambaldi sempre senza distogliere il suo sguardo di sfida da Alberto.
Alessandra rimase immobile, il corpo squassato da fremiti evidenti.
“Dai qua, stupida!”
La Rambaldi si voltò con uno scatto felino e strappò il pupazzo dalle mani di Alessandra, con veemenza.
Alberto non perse tempo. Approfittò dell’attimo di disattenzione e sollevò il casco con il braccio sano, facendolo poi ricadere sulla testa della Rambaldi con tutta l’energia di cui disponeva. L’urto risuonò tra le quattro pareti della cucina e la Rambaldi rimbalzò contro il piano della cucina per poi cadere a terra rovesciando fragorosamente un paio di sedie.
Il pupazzo fece un paio di rimbalzi sul pavimento e si fermò.
Alessandra e Alberto si guardarono, come se si stessero sfidando al gioco della bandierina.
Lei si lanciò verso il pupazzo, Alberto si lanciò su di lei. La colpì mentre si trovava a mezz’aria, facendole rimbalzare la testa contro lo spigolo del tavolo.
Alessandra stramazzò a terra con gli occhi sbarrati e colmi di sorpresa. Il suo esile corpo fu percorso da un paio di fremiti nervosi, come attraversato da corrente elettrica, poi si fermò del tutto.
“L’hai…L’hai uccisa!” esplose Elena con gli occhi gonfi di lacrime e la bocca impastata dalla saliva.
“Sì” disse Alberto freddamente, fissando con occhi spalancati il corpo di sua moglie riverso sul pavimento.
Senza esitazione si abbassò a raccogliere il pupazzo. Poi tolse con uno strattone il coltello dalla mano di Alessandra, le unghie ben curate.
Si rialzò, guardò le altre negli occhi e si chinò sulla Rambaldi, che sembrava solo svenuta. Con un fendente le conficcò la lama nella spina dorsale, all’altezza del collo, e si sentì un rumore secco di ossa che si rompevano.
La Rambaldi emise un suono stridulo che si trasformò in un gorgoglio. Poi si accasciò nuovamente.
Alberto fissò di nuovo le altre, che si tenevano strette in formazione di difesa.
Dopo un paio di minuti si girò e andò a prendere i vestiti che aveva appallottolato in bagno, nel cestone dei panni sporchi.
Se li infilò senza ripulirsi del sangue.
Tornò verso la cucina, diede un ultimo sguardo all’interno. Le tre ragazze erano ancora come le aveva lasciate, strette fra di loro e tremanti, con occhi spaventati da prede innocenti.
Alberto sapeva che non era così.
Aprì la porta d’ingresso ed uscì, con la camicia già zuppa di sangue.
Si trovava in un pub. Girava e rigirava tra le dita lo stesso bicchiere di whisky che aveva ordinato due ore prima. Sembrava pensieroso, intento ad elaborare qualcosa. Aveva la barba incolta ed i vestiti luridi sotto un cappotto lercio di terra e pioggia.
Fuori dai finestroni del pub cadeva una fine e gelida pioggia di Novembre, come piccoli cristalli caduti dalla notte.
Di colpo tolse i gomiti dal bancone incrostato da cerchi di fondo di bicchiere e si diresse alla cassa. Lo servì un ragazzo svogliato con i capelli rasati.
“Quant’è?” chiese Alberto.
“Quattro e cinquanta” rispose il ragazzo con tono annoiato.
Alberto estrasse un portafoglio sgualcito e porse i soldi al giovane.
“Fa freddo stasera, eh?” disse il ragazzo, in un patetico tentativo di risultare cortese.
“Freddo…già…” disse Alberto, poi si girò e si incamminò verso la porta.
Raggiunta l’uscita si fermò, come colpito da un’idea, si voltò verso il ragazzo alla cassa e disse: “Farà più caldo, all’inferno…buonanotte” ed uscì.
Il ragazzo fissò un cliente seduto ad uno dei tavolini con aria interrogativa, sbuffò una risata e tornò alle sue faccende.
L’aria notturna lo colpì sul viso facendogli arrossare gli zigomi. Uno recava una cicatrice evidente. Si incamminò lungo il marciapiede, stringendosi nel cappotto per arginare il freddo della notte.
Il vento fece svolazzare un foglio di giornale che si appiccicò come un cane in calore sulla gamba di Alberto, che lo scrollò incurante.
Sulla pagina spiccava un grosso titolo in grassetto:
L’ASSASSINO COLPISCE ANCORA
Nuova vittima del “Serial Killer” che terrorizza la città. Siamo a quattro.
E sotto:
La scorsa notte, nei pressi di Corso Einaudi è stato trovato il corpo di una donna orribilmente trucidata . Il nome della vittima era Raffaella Rocchi, aveva trent’otto anni. La donna è stata sorpresa sul pianerottolo delle scale, davanti alla porta del suo appartamento, al rientro dalla spesa. L’aggressore ha inferto una serie di pugnalate alla schiena della vittima. A nulla è valsa la corsa presso l’ospedale della zona. Raffaella è spirata in ambulanza alle 21:35 di ieri. Lascia un marito e due figlie piccole, rispettivamente di 8 e 6 anni. Non vi sono ancora elementi che accertino un qualche legame con l’omicida di Alessandra Valli e Margherita Rambaldi, identificato come il marito della Valli che risulta tuttora introvabile. A lui viene anche attribuita la responsabilità di un terzo efferato omicidio, quello di Donatella Poggi, avvenuto il 6 di agosto. Quello di Corso Einaudi potrebbe essere il quarto omicidio perpetrato dalla stessa mano. Il capo delle forze dell’ordine assicura che renderà noti tutti i dettagli nella giornata di domani e invita a non farsi prendere dal panico, ma c’è già chi parla di un “omicida seriale” e si teme che possa colpire ancora…
Alberto calciò una lattina che rimbalzò con clangore metallico contro il muro di un edificio. Si fermò sul marciapiede e alzò la testa, strizzando gli occhi colpiti dalle gocce di pioggia gelata.
La finestra del quarto piano era illuminata.
“Bene” pensò “ Elena dev’essere a casa”.
Si trovava in un pub. Girava e rigirava tra le dita lo stesso bicchiere di whisky che aveva ordinato due ore prima. Sembrava pensieroso, intento ad elaborare qualcosa. Aveva la barba incolta ed i vestiti luridi sotto un cappotto lercio di terra e pioggia.
Fuori dai finestroni del pub cadeva una fine e gelida pioggia di Novembre, come piccoli cristalli caduti dalla notte.
Di colpo tolse i gomiti dal bancone incrostato da cerchi di fondo di bicchiere e si diresse alla cassa. Lo servì un ragazzo svogliato con i capelli rasati.
“Quant’è?” chiese Alberto.
“Quattro e cinquanta” rispose il ragazzo con tono annoiato.
Alberto estrasse un portafoglio sgualcito e porse i soldi al giovane.
“Fa freddo stasera, eh?” disse il ragazzo, in un patetico tentativo di risultare cortese.
“Freddo…già…” disse Alberto, poi si girò e si incamminò verso la porta.
Raggiunta l’uscita si fermò, come colpito da un’idea, si voltò verso il ragazzo alla cassa e disse: “Farà ancora più freddo, all’inferno…buonanotte” ed uscì.
Il ragazzo fissò un cliente seduto ad uno dei tavolini con aria interrogativa, sbuffò una risata e tornò alle sue faccende.
L’aria notturna lo colpì sul viso facendogli arrossare gli zigomi. Uno recava una cicatrice evidente. Si incamminò lungo il marciapiede, stringendosi nel cappotto per arginare il freddo della notte.
Il vento fece svolazzare un foglio di giornale che si appiccicò come un cane in calore sulla gamba di Alberto, che lo scrollò incurante.
Sulla pagina spiccava un grosso titolo in grassetto:
L’ASSASSINO COLPISCE ANCORA
Nuova vittima del “Serial Killer” che terrorizza la città. Siamo a quattro.
E sotto:
La scorsa notte, nei pressi di Corso Einaudi è stato trovato il corpo di una donna orribilmente trucidata . Il nome della vittima era Raffaella Rocchi, aveva trent’otto anni. La donna è stata sorpresa sul pianerottolo delle scale, davanti alla porta del suo appartamento, al rientro dalla spesa. L’aggressore ha inferto una serie di pugnalate alla schiena della vittima. A nulla è valsa la corsa presso l’ospedale della zona. Raffaella è spirata in ambulanza alle 21:35 di ieri. Lascia un marito e due figlie piccole, rispettivamente di 8 e 6 anni. Non vi sono ancora elementi che accertino un qualche legame con l’omicida di Alessandra Valli e Margherita Rambaldi, identificato come il marito della Valli che risulta tuttora introvabile. A lui viene anche attribuita la responsabilità di un terzo efferato omicidio, quello di Donatella Poggi, avvenuto il 6 di agosto. Quello di Corso Einaudi potrebbe essere il quarto omicidio perpetrato dalla stessa mano. Il capo delle forze dell’ordine assicura che renderà noti tutti i dettagli nella giornata di domani e invita a non farsi prendere dal panico, ma c’è già chi parla di un “omicida seriale” e si teme che possa colpire ancora…
Alberto calciò una lattina che rimbalzò con clangore metallico contro il muro di un edificio. Si fermò sul marciapiede e alzò la testa, strizzando gli occhi colpiti dalle gocce di pioggia gelata.
La finestra del quarto piano era illuminata.
“Bene” pensò “ Elena dev’essere a casa”.
RIENTRO A SORPRESA(ultima parte) testo di Stefano Previtali