Medèn

scritto da achiauthor
Scritto 13 anni fa • Pubblicato 13 anni fa • Revisionato 13 anni fa
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Testo: Medèn
di achiauthor

Si intravedeva tra la coltre di nebbia che avvolgeva l’unica strada con la quale era possibile raggiungere Xèros, la figura di un uomo solitario.
La nube non si diradava ma la sagoma densa e scura divenne chiara e distinta. Pantaloni neri, camicia nera, scarpe nere ed una zaino in spalla.
Il suo passo era pacato ma sicuro, non voltava mai lo sguardo, camminava tranquillo sul ciglio della strada, di quella strada di cui non si vedeva la fine, ma della quale lui sembrava conoscere la direzione.
Più quella figura si avvicinava a Xèros più il cielo si scuriva e la coltre di nebbia si faceva densa, quasi si stesse preparando per ospitare l’arrivo di creature provenienti dalle tenebre.
L’uomo giunse a Xèros, sembrava che la luce non avesse mai toccato quella città, ed era proprio così. Xèros era la tana dove si nascondevano le creature del male, deimo, fobo e le Erinni, divenute servitrici dell’oscuro signore degli inferi. Il loro compito era quello di restare nascoste a Xèros pronte ad agire, impalpabili, incorporee, subdole creature manipolatrici del lato oscuro degli uomini.
In un tempo assai lontano quando le creature degli inferi avevano già cominciato la loro opera di trasformazione sull’uomo, per condurre il suo lato oscuro a guidare ogni azione, in un villaggio, una piccola comunità suscitava apprensione per il signore degli inferi. In quella comunità il suo squadrone di furie incorporee, guidato dal crudele e spietato Medèn , sembravano non sortire gli effetti desiderati. Il signore degli inferi aveva capito che per assoggettare gli uomini al volere oscuro non era necessario infondere ad ognuno un sortilegio specifico, bastava sottrarre a tutti, tre cardini fondamentali: coscienza, discernimento, ed espressione del libero arbitrio. In questo modo ogni uomo avrebbe compiuto, giorno dopo giorno, i passi necessari verso l’abisso oscuro.
Nel villaggio di Nea le cose sembravano non andare nel modo sperato. Nonostante Medèn conducesse le sue creature ad impadronirsi delle menti e dell’animo degli abitanti, questi sembravano essere immuni agli attacchi, consideravano la diversità una forma di ricchezza, il pensiero comune era dettato da ciò che infondeva il bene naturale, non da imposizioni abilmente costruite, attorno alla subdola morale di società artefatte.
Un giorno accadde qualcosa di inspiegabile, che sfuggiva al volere del male e degli uomini. Tisbe , una giovane donna, si trovava da sola lontana dal villaggio, vicino alle sponde di un fiume. Ella sedeva su una pietra, alle sue spalle l’essenza incorporea di Medèn giunse, vide nell’acqua il riflesso della fanciulla, mostrava un volto triste, solcato dalle lacrime. Medèn pensò che quello fosse il momento migliore per attaccare la mente ed il cuore della ragazza. Subdola, rapida, l’essenza del male stava per unirsi al respiro della giovane, quando, ella si voltò come se fosse stata richiamata da qualcosa. Mentre compiva questo gesto, una lacrima scese giù dalla guancia e attraversò il suo respiro colpendo Medèn. In quel momento accadde qualcosa di incredibile, l’essere incorporeo di Medèn cominciò a condensarsi. Lo spietato e crudele condottiero degli inferi scappò via, trasportato dall’aria, fino a raggiungere in un luogo nascosto. Fu la che si compì la trasformazione di Medèn. L’essenza incorporea di uno spirito del male aveva assunto la consistenza di un uomo. Medèn aveva sentito parlare di quelle trasformazioni, ma sapeva che era accaduto solo una volta, poiché, affinché ciò avvenisse, era necessaria una quantità d’amore capace di esprimersi per ciò che era terreno e per ciò che di terreno nulla possedeva.
Medèn sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto fare per riacquistare il suo stato di creatura del male. Avrebbe dovuto mordere la gola di chi lo aveva trasformato e bere il suo sangue entro un’ora dalla trasformazione, esattamente come un vampiro.
E’ proprio qua che l’inimmaginabile si compì.
Medèn lasciò il suo nascondiglio per compiere il sacrificio, ma quando si avvicinò a Tisbe ella si voltò di scattò e guardò dritto negli occhi del demone. In quel momento Medèn attraversò lo sguardo di Tisbe fino a raggiungere i meandri più nascosti della sua anima. Fu in quel preciso istante che il cuore di Medèn cominciò a battere e sancì un unione indissolubile tra una donna ed il demone che il suo amore aveva trasformato in uomo.
Una delle erinni aveva assistito alla scena e corse subito ad informare il signore del male. La collera dell’oscurità si impadronì degli inferì, il loro sire decise che Nea era divenuto un posto troppo pericoloso, capace di minare le fondamenta del suo regno. Ancora una volta il suo più fedele condottiero, l’altra faccia del male, lo aveva tradito, doveva pagare, altrimenti avrebbe guidato la gente di quel villaggio a espandersi e infettare tutti gli uomini.
Così accadde, sebbene Medèn prevedesse cosa sarebbe accaduto e si adoperò per preparare l’intero villaggio, ogni sforzo fu vano. Un giorno, mentre Medèn era lontano dal villaggio, le furie del signore degli inferi attaccarono Nea, fu una lotta impari. Gli abitanti del villaggio vennero soggiogati nel corpo e nell’anima. Quando Medèn tornò a Nea trovò il villaggio devastato, corpi senza vita, e Tisbe. Ella aveva lottato fino a quando aveva potuto, intrisa del suo coraggio, guidata dal calore del suo amore. Medèn si inginocchiò accanto al corpo senza vita di colei che gli aveva donato il cuore. Pianse, continuò a stringere il corpo di Tisbe fino a quando le sue lacrime si furono consumate. Prese un coltello, si incise il palmo di una mano e lo poggiò su una ferita ancora sanguinante di Tisbe, poi raccolse lo zaino che portava con se e si inoltrò verso il bosco. La sua meta era Xèros.
In quel luogo si stava per compiere una delle più grandi battaglie tra il bene ed il male, ma anche il più grande sacrificio che un demone possa mai pensare di compiere, tutto a causa di quell’incorporeo alchimista chiamato Amore.
Si narra che Xèros fosse una città arida, la sua terra non dava alcun tipo di raccolto sebbene gli abitanti si dedicassero con ogni sforzo alla cura delle semine. Nessuno riusciva a spiegarsi il motivo, poiché Xèros era stata fondata in un luogo fertile, che in tempi passati aveva ospitato raccolti e mercati. Fu per questo motivo che nel linguaggio popolare le fu cambiato il nome da Alis che somiglia al greco antico e vuol dire in abbondanza a Xèros, arido.
Un giorno, però, giunse un uomo dai capelli bianchi e lunghi, vestito d’abiti larghi di cotone chiaro, con sé portava una borsa a spalla in juta. Attraversò le città e si diresse verso i campi. In quei luoghi restò per molte ore ad eseguire strane danze.
Le voci che giungo dalla narrazione di chi era presente raccontano che ogni movimento che l’uomo compiva era accompagnato da una luce azzurra che si diramava allontanandosi da lui, divenendo fioca come se scomparisse nella terra. Finita l’esecuzione di ogni danza, l’uomo prendeva una manciata di semi dalla sua borsa e li spargeva sui campi.
Al termine del suo rito si rivolse ai presenti e li invitò ad irrigare la semina, poi si recò in una capanna abbandonata per riposare.
Fu deriso da tutti.
Nessuno volle seguire le sue richieste, fece eccezione un fanciullo, che per tutto il tempo se ne era stato in disparte, a seguire ciò che stava accadendo.
Era un ragazzo con un lieve ritardo mentale che tutti allontanavano e schernivano, facendogli fare i lavori più umili. Fu proprio quel fanciullo a dare ascolto all’uomo venuto dal nulla e ad irrigare i campi seminati, da solo.
Dopo qualche tempo, nel quale il ragazzo aveva stretto amicizia con l’uomo del mistero, e lo aveva aiutato a curare i campi, furono chiari a tutti i segni del loro lavoro. Da quel giorno Xèros divenne terra fertile e meta ambita, l’angelo dai movimenti di luce guidò la città con il suo fedele braccio destro.
La storia continua perché il signore degli inferì si sentì fortemente minacciato; prima la nascita di Nea e poi l’arrivo dell’angelo delle luci. Era giunto il tempo di mostrare la sua forza, stroncare ogni tentativo di evoluzione dell’essere uomo. Così si recò personalmente a Xèros, rapì il fanciullo e lo condusse nei campi.
In quel luogo attirò l’angelo delle luci, Fàos . Non appena fu giunto sul posto Fàos vide il signore degli inferi devastare ogni cosa e trucidare senza esitazione il fanciullo. Fàos non esitò e si scagliò contro il male, ma la sua luce divenne sempre più flebile. Il signore degli inferi non lo uccise, per dimostrare la sua forza lo assoggettò al suo volere e gli ordinò di trasformare gli abitanti in demoni e di stabilire a Xèros la base terrena degli inferi. Da quel giorno Fàos che aveva perso ogni segno di luce, divenne Skòtos signore delle tenebre.
Medèn sapeva, conosceva ogni cosa. Aveva ascoltato molte volte quella storia che mostrava il potere del signore degli inferi, ora, però, era diverso, lui sentiva ciò che era accaduto e sapeva, sapeva e capiva ciò che il cuore gli sussurrava.
La figura solitaria di Medèn superò i confini con i quali i demoni avevano simbolicamente tracciato il limite entro il quale si trovava lo spazio protetto di Xèros, il cielo si oscurò, le furie degli elementi si agitarono come se non potessero avvicinarsi al luogo dove si stava per compiere la battaglia.
Il demone divenuto uomo, grazie al potere dell’amore, era solo, vide avanzare innanzi a se la densa coltre dei demoni guerrieri, mentre dal cielo tetro, ricoperto da una nebbia corposa, nera, spuntavano le sordide erinni.
Medèn sapeva sin dal principio quale sorte lo avrebbe atteso, se avesse osato sfidare le forze di Xèros. Era solo, privo delle maestrie demoniache, quando vide lo schieramento del male avanzare verso di lui, sentì scorrere lungo la schiena il brivido umano della paura.
Non fu certo questo sentimento dell’umana natura a fermare il suo incedere, si armò del coltello raccolto dalle mani di Tisbe, di tutto l’amore antropico che provava per lei e si lanciò contro l’esercito del male.
Una battaglia cruenta, vigliacca, attendeva quell’eroe nato dal nulla, Medèn si batté senza risparmiare colpi, guardando ogni nemico senza timore.
La battaglia ebbe termine quando accadde ciò per cui Medèn aveva raggiunto Xèros; donare la sua vita in cambio di quella di Tisbe.
Egli cadde al suolo, vinto dalla furia delle erinni e dal colpo vigliacco di Skòtos , dopo essersi scagliato contro il male da solo, sapendo di non avere alcuna speranza.
E questo è ciò che accadde mentre il cielo si oscurava e le furie degli elementi si agitavano come se non potessero avvicinarsi al luogo della battaglia.
Nel medesimo istante, tra le rovine di Nea Tisbe riprese a respirare, ma quando fu in piedi, guardò ciò che la circondava e ricordò. Un’improvvisa fitta al cuore la fece vacillare, non ci fu bisogno di vedere, questa volta Tisbe sentì, Tisbe capì, non versò nemmeno una lacrima. Da quel giorno nessuna emozione attraversò più l’animo di quella fanciulla ed il cuore batté solo per tenerla in vita.
Un solo obiettivo le pervase la mente, rifondare Nea, più forte e combattiva di prima, al fine di puntare tutto l’odio di cui un essere umano è capace contro Xèros.
Nel tempo trascorso da Tisbe a preparare la sua vendetta capì che l’odio avrebbe solo aiutato i demoni ad alimentarsi, trasformandoli in creature sempre più potenti.
La missione che voleva compiere doveva trovare un lama differente per colpire il male.
Il suo cuore era oramai una landa arida, desolata, ma seppe trovare la forza per irrigarlo d’amore, anche se fu solo per poco tempo.
L’esercito di Nea era pronto ad affrontare i demoni e le erinni di Xèros, per ridonare una nuova luce alla città.
Tisbe giunse nell’avamposto terreno degli inferi con il cuore palpitante, privo di egoistica vendetta, contro il quale i demoni sembravano essere attirati per poi infrangersi, svanire, senza lasciare alcuna traccia. La battaglia aveva ricondotto la luce su Xèros, essa tornò a fregiarsi nuovamente del nome Alis.
Da quel giorno il cuore di Tisbe non seppe far altro che riprendere a battere solo i ritmi biologici.

Medèn testo di achiauthor
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