L’orizzonte (2)

scritto da Astor Davas
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Secondo capitolo
- Nota dell'autore Astor Davas

Testo: L’orizzonte (2)
di Astor Davas

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Eleanor Vender sedeva al tavolo numero otto, ed era lei il motivo per cui l’artista aveva rotto il suo bicchiere di vino. Alexander aveva conosciuto la donna dodici anni prima, quando entrambi erano personaggi sconosciuti che frequentavano i cabaret scadenti della periferia. I due avevano vissuto una breve quanto intensa storia, che era finita dopo appena sei mesi, ma che aveva cambiato completamente la vita all’uomo. Era stata lei a convincerlo a mettersi in gioco e sperimentare, e lei era stata la sua musa segreta, per tutti quegli anni. Il celebre artista si ritrovò ad avere tremenda paura che lei lo riconoscesse, e che con il suo fare malizioso smascherasse ogni suo sentimento, come era sempre stata capace di fare. Provò ad allontanarsi rapidamente, affrettando il passo verso l’amico che l’aveva invitato. Ringraziandolo giovialmente per l’invito, si presentò alla moglie con un inchino, e cercò di convincerlo a farsi presentare i vari uomini dell’alta borghesia che si erano radunati dall’altro capo della stanza. La sala era enorme e variopinta, e i vari potenti, che parlavano fra loro, e le loro mogli, che collezionavano i complimenti come medaglie, sembravano non essere affatto a disagio di fronte all’evidente dimostrazione di gusto discutibile, come il lampadario di luci al neon, opera d’arte commissionata ad un artista giapponese. Mentre Alexander discuteva delle ultime innovazioni in questioni di tecnica industriale, argomento in cui era molto ferrato, con il magnate delle ferrovie Jonh Whican, Eleanor si spostò, dal tavolo, verso di lui. Così che, per un momento, l’uomo provò puro panico e dovette girarsi, chiedendo all’industriale di prendere un po’ d’aria insieme. L’invito sorprese il vecchio, che acconsentì, a patto che potesse salutare alcuni arrivati più tardi. Vedendosi sfumare l’occasione per uscire immediatamente, decise di seguire l’altro, con la speranza che in qualche modo potesse evitare di incontrarla. Ma, mentre stava attraversando la sala, lei gli si parò davanti, fermandolo. “Alex, è da tantissimo che non ci vediamo, quasi non ti riconoscevo” Disse, e nei suoi occhi scintillò un bagliore di divertimento: sapeva perfettamente che lui aveva fatto di tutto per evitarla durante la serata e si divertiva a stuzzicarlo. “El... Eleanor, com’è bello rivederti... Come stai?” Balbettò, imprecando dentro di sé. “Io? Bene, tu? Adesso sei un artista di fama mondiale, mi dicono, ne hai fatta di carriera.” “Eh si, ma tu non sei da meno, sei... sei una fantastica attrice” Il famoso don giovanni, che aveva conquistato il cuore di centinaia di belle ragazze, si ritrovava a balbettare timidamente un qualcosa che nemmeno pareva essere un complimento. Mentre lei stava per controbattere, il teatrino venne interrotto dall’ospite che voleva far conoscere agli investitori francesi l’amico artista. Alexander si ritrovò a ringraziare mentalmente l’amico, e trovata la scusa per liberarsi, iniziò a parlare vivacemente in fluente francese.

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Erano le due di notte, la festa era finita mezz’ora prima, e Charlotte si trovava da sola nella stanza coniugale. Il suo sorriso falso s’era spento e gli occhi tradivano la sua grande tristezza. Il marito era impegnato a salutare gli ultimi invitati, e lei si era ritirata in gran fretta. Suo marito, un banchiere di famiglia molto agiata, che aveva avuto il benservito per tutta la vita, non vedeva di buon occhio questi momenti di solitudine della moglie. Non comprendeva il bisogno di lei di riflettere, di liberarsi dei vincoli per essere se stessa. Ma per lei erano essenziali, senza di questi sarebbe senz’altro impazzita. La donna si mise sotto le coperte e, senza attendere il marito, si addormentò profondamente. Fuori dalla finestra si poteva vedere nevicare, come era solito succedere le notti d’inverno come quella. E mentre il cielo si copriva di una coltre spessa di nuvole, lei sognava. Sognava dei giorni felici della sua infanzia, quando ancora viveva in campagna, quando i suoi genitori non avevano ancora l’imperioso desiderio di elevarsi socialmente. Bisogno che si era concretizzato in ore di straordinari per il padre, e in ore di educazione rigida per lei. I suoi genitori erano stati intellettuali colti che avevano rinunciato alla loro carriera per lei, perché al tempo soffriva di una pessima salute, e si erano trasferiti in campagna per aiutarla a respirare meglio. Tuttavia, dopo la morte del loro migliore amico, suicidato per debiti, i suoi genitori decisero che era necessario fare il possibile per evitare la stessa sorte. E fu a tredici anni che la sua infanzia, fra i campi e gli orti, si interruppe.

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Vincent non aveva mai avuto un’infanzia. Fra gli impegni di suo padre, un archeologo al massimo della carriera, e la mancanza di sua madre, che era venuta mancare durante il suo parto, era stato sballottato di paese in paese, da uno scavo archeologico all’altro. Aveva dovuto imparare a cucinare per sè e suo padre, e a soli sedici anni era già capace di gestire brillantemente le spese di casa e le sue occupazioni erano lo studio e il lavoro come garzone in una cucina durante i fine settimana. Il ragazzo non ne sentiva nemmeno la mancanza, della sua infanzia. Era felice di come viveva, si sentiva, anzi, fortunato ad avere un padre così particolare, sebbene lo vedesse poco, e quando lo vedeva, i due, erano troppo stanchi per parlare. Forse, l’unico suo rimpianto, era che non aveva mai avuto modo di avere veri amici perché gli unici a parlare con lui erano i colleghi del padre, i quali spesso lo avevano ignorato o deriso bonariamente. Così che Vincent aveva conosciuto la solitudine e aveva imparato a convivere con questa.
L’orizzonte (2) testo di Astor Davas
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