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Scaldo il fiato nella mia testa e, dal fondo sporco di una stanza che sa di stanchezza, una fata mi appare.
È la prima volta che ci incontriamo, eppure c’è qualcosa di antico in lei. Non le ho ancora dato un nome. Le parlo senza filtri, confessando tutto ciò che la mia pelle ha smesso di avvertire, come se il mondo, a un certo punto, si fosse anestetizzato.
Le domando, con la voce che trema:
«Che ne dici di farmi sapere che almeno tu guarirai? Non so se darti molte occasioni per rispondermi, poiché fisicamente non sarò più in grado di leggerti.»
Penso che tra una decina d’anni forse non sarai più qui.
Di te non avrò più notizie e credo che non cercherò nemmeno di procurarmele. Non saprò se nel frattempo avrai mangiato, se ti sarai concessa una tregua, se avrai continuato a inseguire i tuoi sogni.
Cosa farai tra dieci anni?
Che fata sarai, quando tutto questo rumore si sarà spento?
Ascolto musica in cuffia. Una melodia che scava proprio dove fa male.
Bevo gin e ascolto blues.
È uno dei pochi momenti in cui riesco a scrivere. Quando il bicchiere comincia a svuotarsi, le difese si abbassano e le cose smettono di avere contorni precisi. Forse è per questo che continuo a farlo.
Sto arrancando su una strada che non porta da nessuna parte, vivisezionando la mia vita un brandello alla volta, fino a non riconoscere più la faccia che mi guarda dallo specchio.
Qualcuno dovrebbe occuparsi di me.
Rimettere insieme i pezzi.
Io, però, non voglio.
Non ne ho la forza. Forse non ne ho nemmeno il desiderio.
Resto aggrappato ai ricordi. Soprattutto a quelli della mia famiglia. Sono l’unica radice che riconosco ancora dentro questo terreno friabile.
Intorno a me ci sono libri.
Sono dappertutto.
Sembrano conoscere risposte che io non ho più voglia di ascoltare.
E intanto resto qui.
Immobil?.
A bere, ad ascoltare musica, a guardare il soffitto.
A condividere la stanza con l’unica persona dalla quale non posso andarmene:
me stesso.-
G.L. 2022