Frammenti di pioggia

scritto da Deaexmachina
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 6 anni fa • Revisionato 6 anni fa
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Testo: Frammenti di pioggia
di Deaexmachina

La pioggia di novembre picchia duro, scende come una cascata, si accompagna al freddo e gioca beffarda con le foglie larghe degli alberi di città.
Solo un idiota poteva scegliere di invischiarcisi di sua sponte, o un folle, o qualcuno che doveva assolutamente fare qualcosa, lì e subito..
Franco l'aveva tenuta al telefono per ore, a lamentarsi della vita, degli errori, dei fallimenti, in un'alternanza di urla e sussurri, con voce ora rotta ora stridula, in quello strano amalgama di rabbia depressa.
Franco era uno dei suoi più cari amici, erano lontani, si sentivano spesso, ma senza esagerare perché Gioia, al contrario di lui, non le sopportava le 'vicinanze'.
"Non mi dire la solita cazzata del 'passerà'...", aveva concluso la sua lagna di sfogo.
Lei era rimasta in silenzio, col telefono tra l'orecchio e la spalla, a guardare i circoli di fumo della sigaretta avanzare verso il soffitto e svanire prima di toccare il soffitto; quando qualcuno sfiata il malanimo, è sempre meglio aspettare che sia venuto fuori tutto, come con gli sbronzi. Parole su parole di uno che ha da dire sovrastano la saggezza spiccia di uno che, suo malgrado, si ritrova ad ascoltare.
"Se proprio non ti viene in mente altro, dillo... che passerà...", aveva ripreso Franco, a metà tra il dubbio che fosse cascata la linea e l'incredula sensazione che la sua amica si fosse addormentata. "Allora?!".
"Ho capito", concisa, sdraiandosi con rassegnazione.
"Hai capito... Nient'altro... Che razza di amica sei...", riprendendo a urlare parole, questa volta all'indirizzo di un'amicizia che si disinteressava delle pene.
"Ciao", aveva tagliato corto Gioia, chiudendo la comunicazione.
Un'occhiata alla rete, una all'orologio, una fuori dalla finestra. Zaino da battaglia, due stracci, il berretto liso calcato in testa e via, nel diluvio di novembre.
Franco era sempre stato un po' troppo sensibile agli sgarri della vita e ci passava attraverso con la lenta agonia di un ago nella stoffa.
Gioia non temeva l'artrite della pioggia d'autunno, e nella vita ci passava andando a rintuzzare i piedi negli accumuli di acqua e fango.
All'autostazione comprò il biglietto per un pullman, primo mezzo a disposizione, per 700 km di sonno.
Appena seduta sul sedile assegnato, si cambiò i calzini zuppi e stese il giubbotto di pelle ad asciugare sui posti accanto. C'erano solo altri due viaggiatori, accampati vicino all'autista e già in procinto di dormire per rendere meno lungo il viaggio.
Sul cellulare, messaggi su messaggi che andavano da coloriti epiteti alla sua persona a grigie comunicazioni dell'ininterrotto stato d'animo in pena.
Stronza, insensibile, apatica... sì, ci poteva stare, non era la prima volta che lo notavano. Sparire era una delle caratteristiche cui gli amici stentavano ad abituarsi.
Gioia era tutto e niente: onnipresente quando necessario, per chiunque, ma i suoi momenti di down erano solo suoi. Passavano muovendo passi nella notte, a capo chino, fino a un qualche muretto su cui riposarsi a parlare al cielo, ché lassù qualcuno in ascolto doveva pur esserci, disegnato come una costellazione, o voltato con la testa calva a mostrarle solo la nuca.
Le domande le rivolgeva con lo sguardo, ché tanto a pronunciarle con la voce il senso non sarebbe cambiato.
Ma per gli amici c'era sempre, per la famiglia (quella stretta) altrettanto, per gli amori... bé quello era un altro discorso: dammi tutto il calore che hai il desiderio di condividere, e poi non tenermi più i polsi per costringermi a 'sentire' e ascoltare.
Che personaggio Gioia! La si poteva odiare o amare, ma non lasciava mai indifferenti... io lo so.
Nel riflesso del finestrino, oltre il quale l'Italia passava veloce, di regione in regione, un'occhiata all'ammasso del cielo con la consapevolezza che quell'ennesima follia era la sua iniezione di felicità.
Sgranchite le ossa e i muscoli, col viso impiastricciato di kajal e sonnolenza, si avviò a piedi su strade assolate dall'alba.
Portone dello stabile bloccato con un piede poco prima di chiudersi, due rampe di corsa, campanello, "Chi è?!", spioncino a battito di ciglia e porta aperta di scatto.
"Testa di cazzo!", l'accolse Franco.
Gioia fece spallucce e si sorbì la stretta dell'abbraccio commosso, in un silenzio che diceva tutto.
"Fammi un caffè, disperato!", l'apostrofò per districarsi da quelle braccia grate.

La Gioia non risponde nella disperazione ma, quando meno te l'aspetti, è già in viaggio verso di te.
Frammenti di pioggia testo di Deaexmachina
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