Calandrinologia
Tal Calandrino, giovine pittore
a far niente passava le sue ore
coi fidi amici Buffalmacco e Bruno
nel millequattrocentosettantuno.
La città di Firenze egli abitava
che sotto il gran Lorenzo prosperava,
e pur se c’eran ricchi a destra e a manca
al poveretto mancava la palanca.
Di chiese da dipingere ce n’era
però la concorrenza era severa,
e se Pier della Francesca si strippava,
la cinghia Calandrino ormai tirava.
E mentre il Botticelli insieme al Lippi
facea con le madonne grandi inghippi
nell’amor, sua unica maestra,
era stata a Calandrin la mano destra.
Tra una Sistina, un Cristo e una Pietà
il Buonarroti faceva zum-pà-pà
e inventava Leonardo per di più,
ad evitar lacchezzi, il primo Hatù.
Per metter dunque fine a questo smacco,
recatosi un bel dì da Buffalamcco
mentre questi faceva colazione,
raccontò fiducioso la questione.
Buffalmacco, che più che di gran dame
si intendeva di vino e di salame,
e sei gotti di chianti avea bevuto,
cominciò a ragionar con fare arguto:
‘Per far nascer sulle labbra
della donna una risata
tu, condottala in disparte,
svelto dalle un’abbuffata:
se lei cede a quell’invito
tra l’erbetta poggia un dito
e rastrella piano piano
con l’amor di un ortolano.
A tal punto, o Calandrino,
tu le togli il corpettino
ma sta’ attento a non tardare
ché ti devi anche spogliare!
Quando senti che l’è carda
tra le zampe alla leoparda
devi entrare ‘sine mora’
con la spada già di fora.
Alla porta, per entrare,
col batacchio déi bussare:
se sei ospite gradito
ti scappelli ed entri ardito.
Questa casa è tutta scale,
pria si scende e post si sale:
tra l’andare ed il venire
ci si stanca da morire
ma il lavoro è compensato
da un salario inaspettato
perchè in cima a quei gradini
ci son trombe e cherubini.
Se buon musico sarai
gran concerto suonerai
con quell’organo che, strano,
or tu suoni sol con mano.
Giunto al fin della tenzone
non discender dall’arcione,
ma ad insegne ancora alzate
parti ancor per le crociate!
Ma stavolta con la spada
devi andar per altra strada
dove, dice Ser Latini,
non ci nascon mai bambini.
Poi, sconfitti i Mussulmani,
prendi i panni tra le mani
e indossati i pantaloni
ratto fuggi dai coglioni.
Questi pochi insegnamenti
son per ora sufficienti:
dell’amore la sapienza
giungerà con l’esperienza.’
E rimessosi con lena a desinare
di donne seguitava a ragionare
e tra galletti, quaglie e vino Chianti,
di consigli a Calandrin ne dette tanti.
Nel nostro Calandrino l’illusione
nacque d’esser gran re di seduzione
e in Piazza Pitti oppur sul Ponte Vecchio
a ogni fruscìo di gonna tende orecchio.
Ma un bel mattino in una stretta via
presso la Piazza della Signoria
gli capitò davanti all’improvviso
dama dagli occhi azzurri e dal bel viso.
Lo spettacolo fu tanto sopraffino
che più non si trattenne Calandrino
e lesta mano, senza dir parole,
la toccò là dove non batte il sole
e proprio nel bel mezzo della via,
con l’altra le strizzò la latteria.
La madonna, colta di sorpresa,
di pudico rossore il volto accesa,
si mise a starnazzare a più non posso
e a Calandrin saltaron tutti addosso.
Fu trascinato dipoi verso il Bargello
dal popol che in corteo facea bordello
e qui rinchiuso in una cella oscura
piena di topi, piattole e lordura.
Piangeva l’infelice e strepitava,
ma niuno dei suoi strilli si curava
anzi le guardie, senza compassione,
giocavano tranquille allo scopone.
‘Ohimè tapino! Guarda che insuccesso!
Quale mai grande colpa avrò commesso?
Perché m’avranno tratto qui in catene
promettendomi dure e tristi pene?
Perchè m’avran picchiato come un mulo
per aver solo smanacciato un culo?’
E indolenzito, pesto ed impaurito,
passò la notte senza aver dormito
ed appena il galletto ebbe cantato,
davanti al tribunal fu trascinato.
‘Si giudica quest’oggi, nel mattino,
un uomo che si chiama Calandrino,
ma prima d’iniziar le discussioni
ci legga il cancellier le informazioni!’
disse con fare altero e voce grave
il presidente di quel gran conclave,
e tra di tutti massima attenzione
cominciò il cancellier la relazione:
‘Di mestier cortigiana fu sua madre
e sconosciuto a tutti resta il padre,
ei dice d’esser abile pittore
ma tra i bagordi passa le sue ore
ed afferma l’accusa ch’egli sia
molestator di donne in sulla via!
S’alzi dunque, si mostri l’imputato,
per esser dalla corte interrogato!’
E Calandrin, col cuore nei calzini,
fece tre passi avanti ad occhi chini
e un vecchio dalla barba un po’ stopposa
cominciò a ragionar con voce irosa:
‘La giovane che fu da te assaltata
è figlia di gran nobile casata.
Si narra passeggiasse nel giardino
dei Medici, d’autunno un bel mattino,
e che al sommo Lorenzo, a tal visione,
si sia ringalluzzito il pistolone
che non sparava più la sua coppiola
da quando fe’ bruciar Savonarola!
Da quel giorno si dice, e non son balle,
che sullo stemma mise ben sei palle
e sedutosi poscia al suo comò
scrisse i versi che or vi leggerò:
‘E’ grandissima sconcezza
toccar culi per la via,
castigato voglio sia,
chi lo fa, con gran durezza!’
Quindi non posso, o giusto tribunale,
che chiedere la pena capitale!’
E si sedette nobile ed altero
guardando Calandrin con occhio fiero
mentre dall’altra parte della panca
s’alzava il difensor con aria stanca:
’Da quando l’Alighieri nel passato
ha scritto quel poema rinomato
che Inferno, Purgatorio e Paradiso
ci fa passar tutti davanti al viso,
non si sa più se umana punizione
collimi con divina dannazione.
Ei pone al sommo onore la Beatrice
che quanto sgallettava non si dice
ed all’opposto mette il grande Ulisse,
che più che farne, cento ne descrisse.
E pure al padre Dante fea piacere
guardare e palpeggiare un bel sedere,
perciò che Calandrin bruciato sia
in sulla Piazza della Signoria
è decisione stolta a mio avviso:
potrebbe ritrovarsi in Paradiso!
Quindi, per metter fine alla questione,
propongo la totale assoluzione.’
Dalla folla arrivò, ben prepotente,
uno scrosciar di mani, e il presidente
rivolto all’accusato, in nobil posa:
’Vuoi tu parlar? Vuoi dire qualche cosa?’
‘Piuttosto che palpare un deretano
mi taglierò da me la destra mano!’
Insorse Calandrino con affanno
saltando quasi fuori dal suo scranno.
Dipoi si ritirarono i giurati
e dopo che si furon consultati
uno di loro, a voce forte e piena,
lesse da grande carta pergamena:
‘La nobile dei giudici congrega
evitando al processo brutta piega,
sapendo che non basta a Calandrino
toccare un cul per esser libertino
e fidando che il crimine accaduto
non abbia ad esser unquam ripetuto,
dispone che dal rogo sia salvato
ma vuol che per tre anni sia esiliato
in paese lontano da Fiorenza
e per rientrare aspetti tal scadenza,
perché se prima proverà a tornare
lo capo a tondo gli farem mozzare!’
Il cuore a Calandrino più non tenne:
dall’emozione il poveretto svenne.
La mattina dipoi, tra tre soldati,
dopo avere gli amici salutati
ed aver dato sfogo ai suoi dolori,
con quattro calci fu buttato fuori,
alla grande Fiorenza die’ la schiena
e prese a camminare verso Siena.
Un piede avanti all’altro, senza fretta,
facea proponimenti di vendetta:
’Dalla città natale m’han cacciato
ché a Lorenzo la donna ho palpeggiato
e credono, con questa punizione,
d’avermi tolto di circolazione.
Però non mi dispero e, cosa strana,
quest’esilio mi sembra un toccasana:
io, valente pittore fiorentino,
in campagna vivrò da signorino
e come il Macchiavelli a San Casciano
più donne avrò di un arabo sultano.
Questo mi servirà per imparare
e quando potrò a casa ritornare
De’ Medici Lorenzo, il gran signore,
cercherò di far becco a tutte l’ore!’
A tal punto, da un nero nuvolone,
si scatenò di botto un acquazzone,
ma scorto a cento passi sulla via
cartello che indicava un’osteria
ivi lui si diresse di filato
per asciugarsi i panni, prender fiato,
e rifletter su tutta la questione
davanti ad una lauta colazione.
La donna che serviva da mangiare
era sì bella e dolce a riguardare,
che preso da gran fuoco dentro il cuore
Calandrino le disse con timore:
‘Nemmeno dentro gli Orti Oricellari
ho visto chi in bellezza vi sia pari:
darei mille di tutti i miei domani
per avervi una notte tra le mani!
A voi, bellissima madonna,
piacerebbemi tirare su la gonna,
poi togliere il corpetto di broccato
per veder quanto il seno è sviluppato,
levare le culotte ratto ratto
per constatar se il retro è tondo o piatto
ed ammirata la vostra bellezza
regalarvi su questo una carezza!’
‘Sollazzerebbemi fare il suggerito
ma son donna dabbene ed ho marito!’
’Mia cara, mia dolce, mia speranza,
vostro marito non ha importanza!
Qui dicon ch’è partito il dì passato
per recarsi lontano ad un mercato.
Di Fiorenza son nobil cittadino,
faccio il pittor, mi chiamo Calandrino
e per le prestazioni del mio billo
da tutte son stimato gran mandrillo!
Non vi farebbe colpa il buon creatore
se voi mi concedeste un po’ d’amore!’
‘Per ir nel letto di una donna perbene
bisogna averci il fuoco nelle vene!
Potrei darvi di certo quell’amore
se voi foste un bravo scalatore:
un’edera per potersi arrampicare
vi menerà alla finestra dove entrare:
in quella stanza, stesa sopra il letto,
io sarò ignuda e ansiosa che vi aspetto!’
Calandrino, ormai deciso a tale impresa,
sul letto se la vede già distesa
e nella notte, come un lestofante,
lui sale sulla pianta rampicante.
‘E’ notte, è freddo e piove in questo muro
d’arrivar fin lassù non son sicuro,
mi s’impigliano nei rami anche le brache
mi s’attaccano al collo le lumache
e dentro alla casacca ho dei pruriti:
son certo ragni grossi come diti!
Ma pel cul di una donna il beri-beri
sfiderei coraggioso anche se ieri,
reso dal tanto vino troppo ardito
delle infelici frasi ho proferito
senza aver calcolato, nel parlare,
quello che avrei finito per rischiare.
Ahi lasso! La vita com’è dura!
Potevo dedicarmi alla lettura
dei carmi del Petrarca o del Boccaccio
invece di passar la notte al ghiaccio!
Quasi quasi mi vien da rinunciare,
ma stanotte mi devo riscattare,
ed anche infreddolito come un micco
e l’appuntello ai’ muro e glielo ‘nficco!’
E bestemmiando come vil garzone
giunse alla fine in vista del balcone
e come un ladro, tutto circospetto,
entrò pian piano in camera da letto.
‘Oh caro! Finalmente sei arrivato!
Tra quei tralci ti credevo ormai impiccato
ma sei sì forte, sei così prestante
e il tuo cordone è sì grosso e pesante
che nemmeno settanta montanari
potrebbero legartene i calzari!
Or sarò tua e a te mi consegno
priva di pudore e spoglia di ritegno
togliti le vesti che son d’impedimento
per portare il nostro amore a compimento!’
Allor si spoglia lui con lesta mano
dicendo alla madonna piano piano:
‘Or gittandomi sul letto
vo toccandoti un po’ il petto
poi la penna da notaio
bagnerò nel calamaio!’
‘Sii frugale, sii veloce!
Mio marito è assai feroce:
se mi vede in compagnia
spesso manca d’ironia
già una volta ad un maschione
ha mozzato il baccellone
mentre quegli, il bel maschiaccio,
m’inzuppava il biscottaccio.’
‘Stai tranquilla, cara mia:
ti sollazzo e vado via!
Se sei pronta, come spero,
te lo tonfo infin’ai’ nero!’
Ma proprio mentre stava per entrare
sentì la donna, a un tratto, mormorare:
’Per la salita sopra l’erto muro
sarai sudato e sporco di sicuro:
non voglio che il piacer sia rovinato
da qualche odore poco raffinato!
Nell’altra stanza c’è di che lavarti:
io sto qui tutta calda ad aspettarti.’
A Calandrino non restò da fare
che, nudo, il gabinetto ricercare
e, dopo una cannella aver trovato
ed essersi ben bene insaponato,
cominciar con gran fretta a risciacquarsi
per potere al più presto sollazzarsi.
Ma mentre il nostro si rendea pulito,
ritornò l’oste tutto infreddolito
e trovando la moglie sì arrapata
gli dette, ben contento un’abbuffata.
La pia donna, nel buio della notte,
non conobbe chi era che la fotte
e credendo quell’uomo Calandrino
s’abbandonò all’amplesso sopraffino.
Il meschino, lindo e profumato,
ignaro nella stanza era rientrato
e nella luce della Luna che entrava
vide sul letto un culo che ansimava:
non pensando che fosse del marito
tutto rimescolossi a quell’invito
e preso da una voglia sovrumana:
’Infra le terga ora lo vuoi, puttana!’
E fatti quattro passi di rincorsa
ti sodomizza l’uomo a tutta forza.
Stupito dal dolore inaspettato
sentendosi quel coso ben piantato
di scatto si girò verso l’intruso
colpendolo col gomito sul muso
e la donna, che stava per venire:
’Oh Calandrino, tu mi fai morire!’
’Quel Calandrino di cui parli ora
è questo qui con tutto il mazzo fora?
C’ero io sopra il letto amore mio,
ora ‘sto stronzo te l’aggiusto io!’
’Ma fu issa, fu lei, gliel’assicuro
mi disse vieni su, sali sul muro!’
‘Non è vero è bugia, marito mio,
ei sta mentendo, te lo dico io!
Non prestar bada a tal topo di fogna
tutto ciò ch’egli dice è una menzogna!
Non ho mai visto prima la sua faccia
ed or m’accusa d’esser gran donnaccia!
Deve pagar ben caro quest’affronto,
e tu devi saldare questo conto!’
‘Di mia moglie onorata ho gran rispetto:
so che con te non ci verrebbe a letto.
E vai pur dietro alle madonne altrui,
ma in cul lo metti a li mortacci tui!’
E datagli nel viso una labbrata
nel muro gli fe’ batter gran testata,
poi presolo del dietro per la tromba
conto la porta a vetri lo rimbomba.
Cercando di scampare a quella furia,
dimentico oramai d’ogni lussuria,
pensava Calandrino sventurato:
’Ma guarda dove mai son capitato!
Mi tocca prender botte e poi, per giunta,
più vergine rimango dell’Assunta!’
Indi fu tratto su da un braccio forte,
gittato dal terrazzo, e fu la morte.
E mentre il corpo sulla terra stava
la Morte come un falco lì piombava
e con la falce, senza esitazione,
tagliavagli di netto il birillone.
Ma l’anima che intorno era volata:
’Non fare questa cosa sì spregiata
su questo corpo ormai da me diviso,
da me che sto per ire in Paradiso!’
‘In Paradiso, amico, non andrai
quant’è vero che i’ cinci ti tagliai!’
’Ma se all’Inferno devo andare, dillo!
Perché tu mi mozzasti il coccodrillo?’
‘Non credevo che fossi sì coglione:
te ne daranno un altro in dotazione
così lungo che fino sotto i denti
t’arriva quando s’alza sull’attenti!’
Là nell’Inferno, come Dante canta,
di mogli troppo allegre n’è millanta
condannate dal padre di Gesù
a un eterno, piacevole su e giù.
La tua spingarda, così grossa e forte,
sarà strumento di loro eterna morte!
Di ‘sì punirne al giorno venti e venti
ti si condanna dalle braci ardenti!
Là non ci sono mariti o donne serie,
non patimenti e nemmeno miserie,
mangiare tu potrai fino a scoppiare,
basta tu ti ricordi d’inzuppare!
E con tutto quel fuoco che c’è posto
vivrete sempre in un perenne Agosto
e durante l’inverno, caro mio,
non tremerete come trema Dio!’
Di questo bel poema la morale
è tutta contenuta nel finale
e dice: ‘Buon mortale non far guerra
a tutti i bei piaceri della terra!
Non aspettar soltanto di morire
vedendo tutti i sogni tuoi svanire!
Tu la vita ogni dì devi godere
alla ricerca di quel gran piacere
che è ogni giorno, a giovani madonne,
andare a trafficar sotto le gonne.
E pur se mai divina punizione
ti porterà l’eterna dannazione
e nell’Inferno un giorno piomberai,
Calandrino e Lucifero vedrai:
vanno a braccetto, l’allegria sul viso,
prendon pel culo i Santi e il Paradiso.
Calandrinologia testo di EmilioFranciniNaldi