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La sala odora di attesa
e di mani che hanno imparato
a sperare per riflesso.
I numeri scivolano fuori
come pensieri casuali,
indifesi,
senza alcuna intenzione
di cambiare il destino
di qualcuno.
All’improvviso
una voce si alza
prima ancora del motivo.
“Bingo.”
Lo dice come si dice
“sono arrivato”
quando si è ancora
in ascensore.
Le teste si girano,
le pupille fanno un rapido
controllo di qualità,
le cartelle restano immobili,
inermi come foglie stampate.
Sulla sua scheda
non c’è un disegno riconoscibile,
solo un’idea vaga di vittoria,
un concetto mal riuscito.
Ma lui sorride lo stesso,
perché il sorriso
non richiede verifiche,
né numeri in fila,
né conferme ufficiali.
Il silenzio riprende posto,
qualcuno tossisce,
il gioco prosegue
come se nulla fosse successo,
come fa sempre la realtà
quando qualcuno anticipa la gioia.
Il “bingo” resta lì,
sospeso,
una parola senza corpo,
un traguardo parcheggiato
in seconda fila.
Forse domani
quel grido avrà una ragione.
O forse no.
Nel frattempo
qualcuno ha già vinto qualcosa:
l’attenzione per tre secondi
e l’illusione di essere stato
quasi vero.