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Mi sveglio al suono del cancello stonato:
voce ferrosa, vecchia di ruggine.
Sempre lei.
Sempre uguale.
Inizio la liturgia del cammino,
il solito percorso,
per raggiungere i prati più freschi.
L’erba gustosa mi dona sollievo,
quasi un motivo.
Tuttavia,
non ho mai assaggiato le foglie degli alberi.
E nel ruminare
il tempo zoppica,
nella mia effimera libertà —
al di là del recinto
che mi limita nel suo abbraccio di legno.
Poi,
il mio vello rubato da un agiato Giasone,
e senza virtù abbasso il capo.
Subisco, con tatto,
la razzia del latte.
Mani esperte mi prosciugano,
parlando poi di un ovile maestoso
del quale non farò mai parte.
Arriva la sera.
Rimango sveglia,
per non consumare nel sonno
i miei istanti puri.
Mi arrendo al dovere:
conto gli uomini per addormentarmi.
Forse domani
sarà un giorno più belo