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Abbiamo tolto la pelle al vespro
e intrecciato i fili delle mongolfiere
con sopra la villeggiatura dei nostri cuori
navigando sul cassero di un vascello di cartone
con una falla nella stiva
diretto verso un punto sul fondale
di quando abbiamo lasciato scadere
il nostro contratto sull’altare
che non serve l’avvocato dei nocchieri
per dirci
che sul nostro conto in banca
è rimasta solo la polvere cinerea
del rancore
Dal protocollo
del nostro anello
col sigillo in ceralacca
della morte che separa
è uscita l’anima di una sconfitta
io
tu
noi
quello che è stato
quello che ora siamo
quello che non saremo
di quando abbiamo perduto
la formula chimica del perdono
lanciandola con un bastone di parole vuote
senza un cane da riporto
verso l’ultimo orizzonte
dell’ultimo pianeta
Dal nostro passaggio
sull’autostrada del disamore
si è creato un gorgo
di stagioni perdute
nel rincorrere una ragione
o un selciato di rimorsi
che più non passa
dalla cruna della comprensione
nel guardarci allo specchio
dove io vedo solo il mio riflesso
tu il tuo
con una voragine al centro
Forse
non abbiamo fasciato abbastanza il petto
nel crederci due gocce di carne
della stessa essenza
e nemmeno combattuto con rabbia
contro il re del distacco
oppure
è stato semplicemente
un ramo che si è spezzato
dal peso del nostro sfiorire
Intanto
nel tempo che scivola dai rivoli
tu hai avuto la forza
di credere ancora in un fascio di luce
che presto nascerà dal tuo ventre
io
continuo a coltivare
il mio cataclisma di terra notturna
concimata di ricordi acquiferi
gocce salate che bruciano
e cose perdute
In fondo
io ho dato il meglio di me
tu hai dato il meglio di te
e non è bastato