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Lo stavano accerchiando. Quei maledetti e accaniti nemici non rinunciavano all'assedio, consapevoli che le munizioni erano terminate. Aveva sparato loro contro ogni proiettile. Tutto vano. Le bottiglie vuote, come bossoli, giacevano a terra ai suoi piedi occupando ogni singolo e minimo spazio intorno. Solo l'appoggio dei piedi era consentito. I mostri si avvicinavano sempre più. Ne avvertiva l'alito fetido e lo sguardo di scherno. Era il sentimento peggiore. Lo consideravano un misero involucro per ossa senza alcuna qualità. Nulla più. Non un uomo. E il loro pensiero si era così incuneato da divenire il suo. Lo sentiva rimbombare nei timpani. Si guardò intorno. Nessuna possibile arma. Poi l'idea. Sollevò il braccio destro. In mano un calice di cristallo, vuoto. Di quelli che, a volte, si divertiva a suonare scorrendo il polpastrello umido sul bordo. I mostri sghignazzarono. Avvicinò il cristallo alle labbra, come per sparare il colpo, ma una pistola trasparente e priva di proiettili non incute timore. Poi, compresero. Increduli. E la paura li assalì. Al primo morso il cristallo si frantumò tra i denti. La lingua si arrossò. L'assedio si immobilizzò. Lo guardarono. Masticò. Le gengive. Il dolore. Deglutì. Il primo fu insopportabile. Poi, il sangue rese scivolosi i successivi. Continuò sino a quando non rimase tra le dita sporche il solo stelo del calice. I mostri scomparvero, come lui.
Tra bossoli esausti, un'arma scarica, sul pavimento un misero involucro d'ossa.