Giganti e nani

scritto da Viteinmare
Scritto Un anno fa • Pubblicato Un anno fa • Revisionato Un anno fa
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Autore del testo Viteinmare

Testo: Giganti e nani
di Viteinmare

Gli capitava spesso di sentirsi inadeguato.
Allora ripeteva sempre lo stesso rituale.
Metteva le cuffie per isolarsi dal frastuono della vita, indossava la felpa rigorosamente con il cappuccio tirato su e due sigarette in tasca. 
A passo scandito, prendeva la solita strada.
Sguardo sempre a terra, conosceva ogni metro del cammino, ogni buca, ogni albero, arbusto e segnale a bordo strada.
Solo di tanto in tanto qualche sporadica pozzanghera rifletteva una figura distorta per ricordargli dove stava andando. 
Non c'era nulla di nuovo, eppure tutto era unico ogni volta. 
Suoni, colori, profumi, avevano quell'unicità di una fontana che non ripropone mai lo stesso getto. 
Mirabili lampi di luce improvvisi che catturano gli sguardi attoniti di coloro che sono in attesa di risposte, e sperano in un segnale divino nascosto nella semplicità dell'acqua che fluisce.
Poveri stolti... 
Macinare metri e poi chilometri non era fatica, ma una semplice   metafora dell'esistenza stessa. 
In fondo lo spazio non esiste se non nelle umane convinzioni, nel paradosso che ci impone di sapere dove siamo. 
Non dovremmo forse  chiederci quando, invece che dove?
Passato e futuro non sono forse dimensioni che celano quella impalpabile zona di buio dove memoria ed immaginazione si fondono con la facilità dello stagno?
Immerso nei pensieri il nastro di asfalto scorreva come sempre con una dannata facilità, la stessa che pervade un maratoneta che è sempre più vicino al traguardo e assapora quell'eccitazione, mista a voglia di realizzazione, di raggiungere la metà. 
Il respiro lento e modulato, il tonfo di ogni singolo passo, seppure non udibile, facevano il resto. 
La salita oramai non era più una nemica, ma una dolce meretrice che lo prendeva per mano quasi con una promessa di piacere carnale.
E lui si lasciava sedurre, come la ciurma di Ulisse dalle sirene. 
Sapeva  che l'epilogo sarebbe stato differente, che ciò che lo aspettava era il suo desiderio radicato nel presente, qui ed ora. 
Nulla era più dolce dell'irto cammino, ogni singolo passo era un passo in meno per la meta.
Aveva il suo posto, la sua mattonella, la sua finestra sull'infinito.
Il rituale prevedeva gesti e movimenti precisi, paragonabili ad  un film visto chissà quante volte. 
Ma tutto era a rallentatore, come per non lasciare nulla al caso..
Tutto doveva avere un proprio senso compiuto, il rituale doveva ripetersi ogni volta con la precisione e la perseveranza con cui il sole, da innamorato, lascia posto alla luna donandole i suoi raggi per renderla bella e misteriosa. 
Quell'omaggio che solo a pochi è concesso.
Seduto si accendeva la prima sigaretta, avido di nicotina e pronto a gustare a pieni polmoni quel gesto tra il proibito ed il malsano. 
Aspirava così voracemente che sembrava volesse risucchiare tutto il mondo, quell'intero dipinto che aveva davanti, dove  tutti i toni del verde si mescolavano con il rosso e l'arancio del tramonto.
Dove le cime confuse delle colline sullo sfondo costringevano gli occhi a sforzarsi, a cercare di riconoscere quei confini così impastati. 
Solo alla fine dell'ultimo tiro si alzava in piedi, dritto, nel suo posto, nella sua mattonella.
Si sentiva fiero come un monolite che ha sfidato i millenni ed ha vinto contro tutto, vento, pioggia.... Tempo.
Già... Il tempo... Il bene più che prezioso, l'unico dono che ci viene fatto dal momento in cui inaliamo il primo respiro al momento in cui esaliamo l'ultimo. 
Non c'è nulla di materiale nel tempo, eppure pesa come mille zavorre.
Allora e solo allora toglieva il cappuccio e le cuffie, perché nulla doveva ostacolare quella sensazione quasi tattile che da lì a poco lo avrebbe pervaso. 
Il rituale, proprio così, una sequenza di gesti e pensieri, null'altro che questo. 
Guardava in basso, verso la città che ignorava la presenza di un tale colosso.
Tutto scompariva e tutto aveva un senso infine.
Ora era lui il gigante che osservava quel mondo fatto di nani da giardino, operosi ed indaffarati a cercare, a suo avviso, ciò di cui non avevano bisogno. 
Si divertiva a colpirli con le dita come faceva da bambino quando giocava a tappi o a subbuteo, oppure li prendeva per il bavero e li spostava a piacimento nelle vie della contea. 
I più meritevoli guadgnavano spazi, gli altri finivano in prigione senza passare per il via, come a monopoli.
Il tutto durava il tempo di un battito d'ali di un colibrì. 
Ma gli bastava, la cattiveria bisogna saperla coltivare, accarezzare, coccolare, vivere, non può essere lo sfogo di un gigante sui nani. 
La seconda sigaretta era la fedele compagna del ritorno, cappuccio tirato giù e testa alta.

Giganti e nani testo di Viteinmare
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