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Angelica salì la scala come se rincorresse un presagio. In cima, la terrazza respirava luce lunare: una nebbia turchina, nata dal mare, avvolgeva ogni cosa come un velo caldo, quasi un ricordo che non vuole svanire.
Paturel era già lì, immobile e assorto, intento a interrogare gli astri. Gli strumenti — il cannocchiale, il sestante, i globi di rame — riflettevano la luna come piccole lune domestiche, tremanti e vive. Quando studiava il cielo, amava cingersi il capo con un turbante dorato: così sembrava più alto, più fiero, più distante. Sembrava un mago. Forse lo era.
Angelica si fermò accanto a lui, lasciando che il Mediterraneo le entrasse negli occhi.
Quel mare la conosceva: la sua bellezza, il suo coraggio, la sua ferita segreta. Bevve un sorso di caffè turco, appena zuccherato, e la nostalgia le cadde addosso come un sonno improvviso. Lo ritroverò? Aspettava che il cielo rispondesse, che una stella si muovesse per lei.
«Marchesa,» disse Paturel, tracciando nell’aria una spirale invisibile, «se aveste lasciato fare al destino, ora sareste con lui. Ma siete fuggita. Avete voluto piegare la sorte. E la sorte non si lascia piegare, se non da chi possiede una volontà feroce.»
Le lacrime le velarono lo sguardo.
«Non piangete, Firuzè. Portate felicità. Assomigliate a tutte le donne, eppure non siete uguale a nessuna.»
«Firuzè?» sussurrò lei.
«Perché nei vostri occhi il mare arde e vibra di turchese.»
Angelica si avvicinò, come attratta da una forza antica.
Paturel la sollevò e il loro bacio fu un lampo: improvviso, inevitabile. Nel battito furioso del cuore di lei, lui — che si credeva mago — lesse un destino che non aveva previsto.
«Firuzè… mia Firuzè dagli occhi turchini.»
Eppure il destino rimase immobile. Angelica era mutevole come l’orizzonte; Paturel, fermo come il Sole.
La portò al piano terra, la adagiò su un giaciglio provvisorio. Lei aveva il volto felice, gli occhi socchiusi, le labbra impazienti.
La bellezza di Angelica gli attraversò il sangue come un torrente in piena. La strinse, forte, come si stringe un tesoro che non si vuole perdere.
«Sei arrabbiata con me?» mormorò.
«No. Non avete sentito che mi rendevate felice.»
«Tu ami davvero l’amore. Ora dormi, agnellino mio.»
Angelica chiuse gli occhi. E nel silenzio che precede il sonno, pensò soltanto: Non amarmi così forte, Paturel. Non amarmi così forte