La stanchezza e le emozioni l’avevano provato a tal punto che si addormentò senza nemmeno un pensiero, né per la sua sorte né per Giada che lo stava cercando, addolorata e molto preoccupata.
Non sapremo mai se nel suo lungo sonno il nostro eroe abbia fatto dei sogni sereni oppure se sia stato assalito da incubi terrificanti perché quando si svegliò credette proprio di essere nel bel mezzo di un sogno: non era più raggomitolato nelle spire della robusta corda che odorava di mare e di pescato, ma riposava in una specie di grossa cesta, sopra uno strato di paglia o, forse, di alghe secche. Gatto si stiracchiò allungando prima le zampette anteriori e poi quelle posteriori, sbadigliò spalancando le fauci rosate nelle quali i minuscoli denti aguzzi brillavano bianchi e intatti,
ma si accorse di non provare il consueto gusto a questa cerimonia del risveglio, perché non capiva, proprio non capiva dove si trovava e come c’era arrivato. Poi che cos’era quel movimento sotto di lui, quella specie di dondolio, come se fosse salito sulla giostra del parco?
Certo non poteva sapere che un giovane marinaio al suo primo viaggio per mare l’aveva preso con sé, senza che il resto dell’equipaggio se ne accorgesse. Adesso l’aveva nascosto nella cambusa, in una cesta destinata al pescato, in attesa di decidere se confessare o meno di averlo portato a bordo.
Temeva molto le reazioni dell’ufficiale in seconda, perché sapeva che costui era allergico ai gatti in tutti i sensi, e non poteva prevedere quanto le sue rimostranze avrebbero potuto influenzare il verdetto del capitano circa la sorte del suo nuovo amico.
Se Gatto fosse nato molti anni prima e questa sua avventura avesse avuto come data gli inizi del 1900, non solo nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire sulla sua presenza a bordo, ma sarebbe diventato subito il beniamino dell’intero equipaggio. Purtroppo i tempi cambiano e al giorno d’oggi non dico su una nave da crociera ma persino su un peschereccio un gatto non sempre è gradito: non c’è più bisogno di lui per tenere lontani i topi, non c’è tempo né voglia di accudirlo… insomma per il giovane marinaio non sarebbe stato così semplice convincere i superiori.
Se inoltre Gatto avesse saputo in quale situazione precaria si trovava in quel preciso momento avrebbe smesso di strusciare i fianchi lungo il bordo della cesta e di infilzare uno sbadiglio dietro l’altro, state sicuri. Gli mancavano solo due cose: il tepore profumato della cucina di casa e il calore morbido tenero rassicurante delle dita di Giada che gli sfioravano affettuose la schiena, che passavano veloci decise sul suo capo e si soffermavano sotto la gola per una serie di piccoli “grattini”che erano una delizia indescrivibile.La nostalgia che lo invase fu così forte che se fosse stato un cucciolo d’uomo avrebbe pianto strillato chiamato disperato la mamma o almeno la sua padroncina “Giada, Giada dove sei?… Dove sono?”…
Ma era un gatto e poi non era più tanto cucciolo perché la sua età, se riferita agli umani,
corrispondeva circa ai sette anni di un fanciullo, così non miagolò né si abbandonò allo sconforto, fece quello che il suo sano istinto felino gli suggerì: cominciò a vagare nel locale per riuscire a capire dov’era e per trovare qualcosa di commestibile per il suo stomaco ormai da ore completamente vuoto. In un angolo trovò dei croccantini molto simili a quelli che Giada gli dava per premiarlo le rare volte in cui le ubbidiva, erano forse ancora più gustosi, almeno che non fosse la fame a renderli così buoni. Dovevano essere caduti da una confezione rotta o aperta, perché Gatto non riuscì a capire in quale dei tanti grandi scatoloni appoggiati su una serie di scafali fossero conservati. Dovette quindi accontentarsi di quelli, sapendo bene che non c’era la ragazza pronta a farsi convincere dai suoi miagolii sussurrati imploranti a elargirgliene un’altra dose.
Stava leccandosi i baffi e le zampette quando sopra la sua testa sentì risuonare i passi di una persona l’interstizio che aveva scorto fra uno scafale e un grosso armadio e attese che i colpi rimbombassero sempre più forti, sempre più vicini. Dal suo nascondiglio poteva scorgere bene il grosso portello che collegava la cambusa col resto della nave. In quel preciso momento, una lama di chiarore intenso tagliò di sbieco il pavimento della stanza mentre il portellone veniva spinto cigolante sui cardini e una figura snella si stagliava in contro luce: era Omar, il marinaio che lo aveva nascosto nella cambusa e che era sceso per vedere in che condizioni fosse il suo piccolo prigioniero.
- continua ... -
GATTO SELVATICO -QUARTA PARTE testo di friede