Giorno numero uno
“La storia paga il prezzo di una moneta che non ha coniato”
I ricordi belli, a volte, è disdicevole pensarli come belli.
Mi ritrovo quindi con un carico di ricordi terrificanti, agghiaccianti, segnati da persone segnate da Uomini Neri, che non hanno saputo né fronteggiare né tantomeno sconfiggere.
E la morte.
Non una sola volta sono uscita uguale dalla carezza di questa danzatrice risolutrice.
Lascia segni.
Questo è certo.
Eppure, ognuno di questi tetri ricordi, solleticherebbe gli istinti di comprensione, perché comprensibili.
La morte, la malattia, il sesso.
Richiami comprensibili, intriganti, rattristanti di quella tristezza di rappresentanza, che piace dire di provare. Un po’ meno provarla.
Al contrario, uno dei ricordi più piacevoli e belli e veri, la persona che più mi ha formata per quel che sono, bene o male che sia, meglio celarla agli occhi e alle orecchie che, con ogni probabilità, incarnerebbe nell’immaginario comune l’esempio cliché dell’Uomo Nero di tutta un’epoca.
Visto col senno di poi.
Distorto dal senno di poi.
In passato la bellezza è stata concretamente di casa, in questa casa.
Alto.
Elegante. Molto elegante. Anche in abiti da lavoro.
Retrò.
Sognatore.
Ricordo osservarlo con la faccia schiumata radersi meticolosamente, con il pennello nel pentolino dell’acqua tiepida e poi nel contenitore del sapone.
Lo specchietto rettangolare da viso, appoggiato in bilico sul tavolo della cucina.
La precisione meticolosa dalle basette al mento.
Le forbici precise ad aggiustare i baffi bianchi.
Ogni mattina.
Tardavo all’asilo per guardare il nonno in quest’attività di una geometrica precisione ipnotica.
Ordine.
Rigore.
Regole.
Riteneva la regola indispensabile ad ogni forma di convivenza. Senza regola non valutava possibile il rispetto reciproco come naturale conseguenza.
Non ritenendo le persone affatto inclini alla bontà, alla stima e al riguardo verso l’altro, alla necessità altrui prima che alla propria, imponeva la regola se si voleva avere a che fare con lui.
E non transigeva.
Se tardavi a pranzo, se tardavi a cena, se tardavi per l’ora decisa per rincasare la sera. In sintesi: conveniva organizzarsi ed evitare di tardare oppure avere un valido motivo oppure: niente pranzo, niente cena e si dormiva nel portico. Agosto o Dicembre era indifferente.
Più ancora, riteneva le persone inclini ad una mancanza di rigore e tendenti alla pigrizia.
L’obbligo ai doveri, il premio al risultato.
Ricordo sere seduta sotto al tavolo, schiena appoggiata alle sue gambe, guardare Peppone e Don Camillo mentre arrotolava sigarette che avrebbe acceso solo quando noi bambini fossimo andati a dormire.
Dignità, correttezza, regole. Tanta dolcezza. Tanta inventiva. Un pensiero sempre per noi, bambini pendenti dalle sue labbra e dai suoi racconti.
La pista delle biglie! Quanti pomeriggi.
Quando raccontava della guerra, poco si soffermava sul fronte. Eravamo piccoli. Terrorizzarci, spaventarci o, peggio, eccitarci, non era un suo fine.
Era qualcosa che apparteneva ad un tempo che non apparteneva a noi. Raccontarlo sarebbe stato viziare le nostre teste su convinzioni che appartenevano ad un’altra generazione, in un tempo differente.
Raccontava fatti che potevamo capire. Legati alla casa, alle persone che vivevano attorno a noi, che in guerra c’erano andate, alcune con entusiasmo, alcune perché era così. Con o senza convinzione tutti infelici di essere tornati. Non di certo di essere vivi. Ma tutti con convinzioni stravolte o con qualcuno da piangere.
Non lo sentii mai parlare di fame. Di razzismo. Di cattiveria gratuita.
Ma era la campagna.
Non obbiettivo bellico. Non avamposto di frontiera. Non nulla. Un posto un po’ nel nulla, come tanti altri, dove ognuno campava un po’ di quel che aveva. Non avevano l’oro e curavano l’erba come fosse oro, che le bestie erano da difendere dagli sciacalli, che altri non erano che gli sbruffoni e i delinquenti o gli inetti di sempre, in tempo di pace e tempo di guerra.
Una sorta di guerra nella guerra. Di sopravvivenza nella sopravvivenza. Dell’arte dell’imparare un mestiere che, per fare il soldato, qualcosa lo dovevi saper fare e, in guerra, servivano tanto combattenti quanto mestieranti.
Quei mestieri poi, per chi tornò, divennero lavoro.
Obblighi.
Obblighi.
Una vita, quella dei soldati, fatta di obblighi.
Gli obblighi hanno questo strano vezzo di comportamento. C’è chi adempie per credo. C’è chi adempie per devo. C’è chi non adempie per credo. C’è chi non adempie per infingardaggine.
Per come si risolve una guerra, si distribuiscono poi piedistalli.
Racconti strani di cose non scritte nei libri di scuola.
Non è la storia delle retate naziste. Neanche la storia dei coprifuoco sotto i bombardamenti. Non è la storia degli intrighi politici.
E’ la storia della gente, non metropolitana, non necessariamente razzista, non necessariamente dello stesso credo ma non per questo nemica.
Storia di tanta italianità celata dai grandi eventi. Dalle date. Dai patti. Dall’essere stati legati alla follia di un altro popolo, con altri odi intestini, con un’altra logica di pensiero e vita, che non ci ha mai accomunati affatto.
L’anteguerra e la guerra, presero tanta parte di vita giovanile di molti come mio nonno.
E poi si proseguì.
Negli anni a venire, sentii il nonno commentare alcune scelte logiche o meglio, logiche in una società lasciata alla lascività, priva di regole e punizioni.
“Che si parla a fare di nucleare in questo paese. Non si può, in un paese allo sbando, parlare di qualcosa che è buono e cattivo allo stesso tempo. Il buono resterà discutibile, il cattivo verrà subito praticato come scelta prima. Se sotterrano le batterie delle macchine, che ci faranno mai con tutto il marcio che viene da quei mostri? Che esplodano centrali al confine è un rischio, che ci si infesti di pattume mortifero, una certezza”.
Prima che lo dicesse la storia, guardava la gente in declino. Priva di regole la cui trasgressione sarebbe coincisa con immediata e severa punizione.
“La legge la legge! In un mondo senza regole, la legge è la prima che scende a compromessi con le regole. Si tira come quei palloncini che fate voi giovani, maleducatamente, con la cicca. E poi vi esplodono in faccia, prima o poi. Maleducati e puniti dalla vostra maleducazione”.
Odiava vederci ruminare senza senso.
“si mastica per nutrirsi. Solo le mucche e le capre masticano continuamente. Sei forse una mucca o una capra?”.
E con sdegno, liquidava tutte le faccende che lo urtavano.
Non c’era argomentazione che reggesse. Almeno, non in sua presenza.
“Che a dare a tutti modo di dire la propria, tireranno solo acqua ai loro mulini”.
“Sai chi parla tanto, signorinella? Chi non ha nulla da dire. Se non hai nulla da dire, se sono solo banalità, taci.
Sarai più dignitosa”.
Impari a stare zitta e a soppesare quel che dici. Che ogni parola detta, resta detta. Quand’anche te la rimangiassi, resta detta.
“Educazione non è cortesia. Essere cortesi è una velleità, per compiacere a volte. Essere educati, una regola che non ti metterà mai dalla parte del torto”.
Impari a stare zitta e ad importi d’essere educata. Malgrado a volte, tutto l’insieme, suoni estremamente scortese.
“Non rinnegare mai le tue idee. Non te ne vergognare. Coltivale con cura e rispetto”.
Ed impari a tacere, ad essere scortesemente educata, ad avere idee ben ferme che non è detto tu debba sbandierare ai quattro venti ma, non per questo, le rinneghi. Agisci di conseguenza, in silenzio, educatamente scortese.
“Essere popolari. Se lo sei per meriti, ti dissezioneranno per accollarti demeriti. Se lo sei perché sei di tutti, alla mercé di tutti, accessibile a tutti, non sei nessuno”.
Ed impari a star zitta, a essere scortesemente educata, con idee ferme che custodisci gelosamente e, infine, schiva.
Sostanzialmente mi ha formata all’antipatia, all’insofferenza, alla sfiducia e diffidenza.
Singolare che trovi ancora tutto sottilmente piacevole.
La coerenza per principio. Uomo libero che imponeva alla sua libertà l’obbligo di ritenere ogni sua scelta una catena. “Noblesse oblige: fai una scelta e sii sempre coerente con essa”.
Intransigente con se stesso. Intransigente con gli altri.
Che cosa fa di quest’uomo l’esemplificazione dell’Uomo Nero per antonomasia, per generazioni a venire? Cosa non lo rende semplicemente uno strambo nonno, un po’ inventore, un po’ musicista, piuttosto intelligente e, come lui, tanti e tanti altri uomini, non riportati nei libri di storia?
Mio nonno era ed è stato, per tutta la vita, un uomo profondamente giusto e rispettoso della vita altrui e, non di meno, orgogliosamente e dichiaratamente fascista.
L'Uomo Nero - Giorno uno testo di Dirce