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Sole, profumo di primavera e voglia di cambiare le cose.
Si, cambiare il corso della mia vita che oramai sembrava essersi sbiadita, diventata monotona e carente di tutto ciò che è colore. Voglia di novità, di profumi, di suoni e di tutto quello che possa risvegliare i cinque sensi.
Certo superati i quarant’anni, senza vincoli matrimoniali o genitoriali e con qualche soldo da parte, dovrebbe essere più semplice prendere una tale decisione.
In realtà non lo è stato, ci ho messo quattro anni per decidere il dove, il quando e il perché.
Ci vuole coraggio, molto coraggio ed io non lo avevo. Poi qualcosa in me ha fatto sì che questo coraggio arrivasse, più che qualcosa qualcuno: la mia psicologa.
Ha compreso, ha elaborato e mi ha spiegato che sarebbe stata la cosa giusta per capire dov’è il mio posto nel mondo. Dove mi sentirò realmente a casa, dove realizzerò, se realizzerò, i miei sogni. Tutto ciò però molto, troppo lontano da casa. Presa la decisione non si torna indietro.
Scatoloni pronti, biglietto aereo pronto, appartamento trovato online (sperando che le foto siano veritiere), meteo ascoltato così per regolarmi, ultimi saluti a chi per dovere e a chi per piacere, si parte. Mille sensazioni contrastanti, mille dubbi e mille certezze. Si parte con la consapevolezza di ciò che si sta lasciando e con la curiosità di ciò che si sta cercando.
Come da mia consuetudine arrivo in aeroporto con quasi due ore di anticipo, la mia ansia non mi permette di rischiare.
In aeroporto il solito trantran, cosa che mi ha sempre affascinato. Un mondo parallelo fatto di gente di ogni tipo che si trova lì per motivi diversi: il personale tanto e con tante mansioni diversissime tra loro; i pendolari, i vacanzieri, i viaggiatori per lavoro o per piacere.
Girovago un po’ osservando tutto ma soffermandomi sugli schermi delle partenze, leggo il gate del mio volo e mi dirigo pronta a mettermi in fila. Ma quale fila? non c'è nessuno! Ovviamente l'orario per l'imbarco è previsto di lì a un'ora. Non importa io ci sono.
Decolliamo, il cuore accelera la sua corsa, ci aspettano molte ore di volo e forse ora è il caso di mettersi tranquilli. Indosso le cuffie e decido di vedere uno di quei film che trasmettono in volo, sperando di trovarlo in lingua italiana per potermi concentrare meglio, ma allo stesso tempo rifletto sul fatto che iniziare a fare amicizia con la nuova lingua potrebbe essermi utile.
Ovviamente opto per la mia madrelingua e con molta difficoltà cerco la posizione migliore, che sui sedili della economy class non è una cosa semplice; stendo leggermente il sedile, ho sempre avuto l'incubo di dar fastidio al passeggero dietro di me.
Play, il film inizia. The end e titoli di coda. Che dire, non sarà contento il regista ma questa pellicola è stata davvero rilassante fino ad una bella dormita. Decido cosi di chiamare l'hostess per sgranocchiare e bere qualcosa ma, guardandomi intorno, mi accorgo che dormono tutti e probabilmente anche le hostess e gli stuart. Effettivamente sono circa tre ore che voliamo e soltanto io ho già fatto due ore di sonno.
L'unica alternativa è iniziare un gioco che facevo da piccola: osservare ogni passeggero ed immaginare la sua vita, da dove viene e dove è diretto. Il mio sguardo cade subito su una signora di una certa età, capelli biondi e corti come appena uscita dal parrucchiere, abito azzurro e una parure di perle che sembrano dire "sono una signora elegante". Viaggia sola e questo mi incuriosisce molto. Continuo a fantasticare sulla sua vita: avvocato in pensione, vedova già da un po' e con la voglia di viaggiare finché la salute glielo permetterà. Guardo più attentamente e mi accorgo che non dorme come gli altri ma legge, non riesco a vedere cosa e quindi decido di alzarmi per sgranchirmi un po’ le gambe e approfitto per avvicinarmi a lei. Come immaginavo, legge una guida turistica e prende appunti, starà pianificando il suo viaggio.
Continuo la mia osservazione ma questa volta mi cade l'occhio su una coppia di ragazzi molto giovani, sulla ventina, che dormono poggiando le loro teste l'una contro l'altra. Sono teneri ed io immagino che abbiano deciso di cambiare vita molto prima di me. O meglio, la loro deve ancora iniziare e hanno deciso di iniziarla dall'altra parte del mondo. Chissà, penso, probabilmente saranno senza un soldo ma la loro voglia di avventura, il loro amore e la giovane età li porterà lontano. Mentre continuo il mio gioco ecco spuntare uno stuart, notevolmente carino, cosi decido di approfittare per chiedergli qualcosa da mangiare e da bere e, perché no, scambiare due chiacchiere in questa lunga notte. <<Salve Giorgio (ovviamente il nome scritto sulla divisa mi invita a prendermi una certa confidenza) non vorrei disturbare durante la notte ma avrei un leggero languorino, potrebbe aiutarmi?>>E lui prontamente: <<sarà un piacere soddisfare i suoi appetiti! >> senza esitare neanche un istante.
Penso a chi sia stato più sfacciato tra i due, io che gli ho dato confidenza? O lui che non ha mantenuto le distanze? Proprio quel che mi ci voleva per smuovere le acque era imbattermi in un incontro casuale. Appena ho incrociato il suo sguardo mi sono lasciata sedurre dai grandi occhi neri di uno sconosciuto, sarà quello che chiamano "amore a prima vista"? No di certo, l'amore è un sentimento profondo che non va confuso con l'attrazione per quanto forte essa sia.
Immediatamente, come al solito, risveglio la mia lucidità e razionalizzo l'incontro che appare predeterminato dal destino, ma penso subito a tante altre prime impressioni che hanno avuto esiti deludenti.
Giorgio, tra il perplesso e il divertito, dopo qualche minuto ritorna al mio posto con un tramezzino, dei biscotti ed una bottiglietta d'acqua. Ringrazio soddisfatta ma rinuncio ad attaccare bottone ulteriormente vedendo il suo viso assonnato. Effettivamente questo spuntino l'ho gradito e mi permetterà questa volta di rimanere sveglia per vedermi tutto il film. Riaccendo il monitor e ripremo play ma la mente continua a ripensare all’incontro con lo stuart riportandomi al mio gioco fantastico.
Giorgio, sulla trentina, con una vita molto movimentata in giro per il mondo e con una fidanzata in ogni aeroporto; spirito libero, senza fissa dimora ma con la voglia un giorno di fermarsi, quando il destino gli avrà fatto incontrare la persona giusta. Ho sempre immaginato come possa essere elettrizzante e allo stesso tempo solitaria una vita come quella di Giorgio, sempre con una valigia pronta, ogni giorno una destinazione diversa, ogni giorno passeggeri diversi con esigenze diverse. Però ogni sera in un albergo diverso, da soli o con una compagnia casuale e momentanea. Mica male, a pensarci bene, come vita. Al momento non riesco a pensare alla parte negativa e solitaria.
La solitudine, se si sta bene con sé stessi, non sempre è una condizione di malessere; porta a prendere consapevolezza di chi siamo, di cosa facciamo e di cosa vogliamo, tutte cose a cui non sempre riusciamo a pensare durante la vita frenetica.
La vita, frenetica e solitaria allo stesso tempo, che mi ha accompagnata fino ad oggi. Una vita ricca di persone, di lavoro, di impegni; ma una vita senza stimoli, senza una reale esigenza di qualcuno o qualcosa. Tutto ciò mi ha portato ad essere oggi su questo volo e a “giocare” con la vita degli altri.
Ecco un’altra coppia, più avanti con l’età; non dormono ma, con le cuffie e i 50 anni trascorsi insieme scritti sui loro volti, sulle loro mani intrecciate in una sola, seguono lo stesso film. Dove andranno? A trovare figli e nipoti trasferitisi dall’altra parte del mondo? A fare una vacanza, anche se troppo lontana e troppo faticosa, perché pensano di non avere più tanto tempo a disposizione? Non riesco proprio a seguire un film. Sono troppo appassionata ai film che tutti i passeggeri possono offrirmi, e a pensare al film della nuova vita che mi attende. Finalmente si accendono le luci, mancano solo due ore all’atterraggio e ci prendiamo tutto il tempo per fare colazione e andare in bagno a sistemarci un po’.
Il nuovo mondo non può accogliermi in disordine, la prima impressione sarà importante.
Ma non sono l’unica a pensarla così: la signora in blu si mette in fila per il bagno, la coppia giovane si è svegliata e sembra affamata, la coppia “più adulta” si è addormentata. Giorgio ricompare chiedendomi se avessi bisogno di qualcosa prima che inizi l’atterraggio; contenta per il suo interessamento, ringrazio e accetto un altro caffè. Porgendomi il caffè mi chiede: <<è la sua prima volta a New York? Vacanza o lavoro? Ha qualcuno che l’attende in aeroporto?>> Un po’ confusa dalle tre domande così dirette, rifletto sul fatto che in effetti arriverò a New York completamente sola, in una città che non ho mai visto e in cui non conosco nessuno, e decido di essere sincera: <<sì, è la prima volta a New York, no non mi aspetta nessuno, e arrivo per cambiare vita; ha delle dritte da darmi?>>.
Giorgio, ora confuso anche lui, si offre come eventuale consulente dicendomi che conosce la città, ci ha vissuto per qualche anno, ha molti amici e anche un appartamento. Lo ringrazio con un sorriso e gli rispondo <<ci si vede allora! Vorrà dire che ci incontreremo per le vie della grande mela>>.Lui scoppia a ridere e si allontana.
Il sole inizia ad entrare dagli oblò, le nuvole ancora fitte non lasciano vedere nulla, ma l’immaginazione invece è galoppante. La mia mente sempre in movimento immagina già tutto, programma ogni cosa, ogni spostamento, ogni incontro che avverrà di lì a poche ore. Pur cosciente che nulla andrà come previsto, pur cosciente che il cambiamento di vita presuppone il mio cambiamento. Devo imparare a non programmare proprio tutto, a pensare che molti avvenimenti possano prendere una strada loro e che io debba essere pronta a seguire quella strada. Ci siamo, abbiamo attraversato le nuvole e… waooo sono in un film!!! Si mi sento letteralmente in un film, uno dei tanti girati a New York che iniziano proprio con la visuale dall’alto. Ma ora non è un film, ci sono, è tutto reale. Andiamo!!!
Dopo due ore trascorse tra ritiro bagagli e controlli vari, finalmente esco dall’aeroporto. C’è un sole caldo nonostante sia aprile ed io, stordita dai rumori, dalle voci, dai colori, mi fermo un attimo a fumare una sigaretta e a guardarmi intorno.
Emozionata, ma terrorizzata allo stesso tempo, mi dirigo verso un taxi e, a causa del mio orribile inglese, decido di mostrargli il bigliettino con l’indirizzo del mio appartamento: 43Rd Street, Astoria.
Mi sistemo in macchina e durante il tragitto, con il naso all’insù come una bimba a Disneyland, osservo attentamente tutto ciò vedo cercando di memorizzare il più possibile.
New York, incredibile, immensa, super popolata, super colorata.
Ed io, che vengo dall’altra parte del mondo, da una cittadina a misura d’uomo, per un attimo mi domando “ma cosa ci faccio qui? Come farò ad ambientarmi, a imparare tutte queste strade, a conoscere gente con un vissuto totalmente diverso dal mio e con cui non ho nulla in comune? Ecco, lo sapevo, il primo momento di sconforto è arrivato. Tutta l’euforia, la curiosità, l’emozione, che avevo in volo ha lasciato spazio al terrore. Ma non devo farmi prendere dalla me negativa, dalla me spaventata. Per fortuna il taxi si ferma, siamo arrivati a destinazione e questo ha permesso di distogliermi dai pensieri negativi.
Pago il tassista, scendo dall’auto e prendo le mie valigie, continuando a guardarmi intorno. Noto subito il verde presente nel quartiere, l’ordine, la pulizia e la tranquillità, tutto ciò a soli 15 minuti di metropolitana dalla chiassosa Manhattan.
Davanti a questa palazzina a due piani trovo ad aspettarmi una giovane donna che mi accoglie con un sorriso e, per la mia felicità, mi parla in italiano: <<salve, sono Anna dell’agenzia immobiliare, benvenuta a New York. Le ho portato le chiavi e le mostro l’appartamento>>.
Piacevolmente colpita dall’accoglienza, e soprattutto dal non dover improvvisare il mio terribile inglese: << salve, sono Valeria e la ringrazio per avermi aspettato nonostante il ritardo, purtroppo i controlli in aeroporto portano via molto tempo>>
La seguo, con le mie valigie, mentre sale le due rampe di scale, per fortuna il mio appartamento è al primo piano, pregando ancora che non sia molto diverso dalle foto pubblicate sul sito.
La porta, dopo qualche difficoltà, si apre; un piccolo ma grazioso ingresso con una piantana per cappotti in metallo verde, una consolle classica su cui hanno sistemato una piantina fiorita, uno specchio a muro. Proseguendo Anna mi porta in cucina, molto piccola ma anch’essa graziosa, moderna e colorata di bianco e verde, con piano cottura, lavandino, frigorifero, due pensili e un piccolo tavolino per due persone.
Lei è positiva, immagina che potrò invitare qualcuno prima o poi.
Mi mostra l’accensione delle piastre ad induzione, del forno, del microonde, e della caffettiera per il caffè americano. Cerco di memorizzare tutto, ma so già che tra dieci minuti avrò dimenticato. Troppo tutto questo, tutto insieme. Io sono ancora confusa e incredula per fermarmi a riflettere sull’uso degli elettrodomestici.
Finalmente il tour dell’appartamento termina con la camera da letto e il bagno. Anche quest’ultimo piccolino ma grazioso; la camera da letto, con letto matrimoniale e un armadio a due ante.
Anna mi saluta rassicurandomi che lei è comunque disponibile per qualsiasi informazione o necessità.
La ringrazio soprattutto per il fatto che avere un riferimento per i primi tempi può solo aiutarmi ad affrontare la Grande Mela.
Ci salutiamo con la promessa che presto ci saremmo riviste per un caffè.
Chiudo la porta e realizzo: ora sono a casa mia! La mia nuova casa, la mia nuova vita.
<<Alexa riproduci musica pop!>>
Tell me somethin’ girl
Are your happy in this modern world?
Or do you need more?
Is there somethin’ else you’re searchin’ for?
I’m falling
In all the good times I find myself longin’ for change
And in the bad times I fear myself.
Perfetto, Lady Gaga era pronta a dedicarmi questa canzone.
Sulle note di questo splendido brano decido di prendere confidenza con l’appartamento; apro le finestre per respirare aria fresca newyorchese, apro armadi e cassetti iniziando a pensare a come sistemerò le mie cose. Tutto ciò mi porta, per qualche ora, a non riflettere sulla nuova vita e, di conseguenza, a non farmi prendere dall’ansia.
Il tempo passa velocemente e dopo aver pulito e sistemato tutto, mi accorgo che sono le 20,30, oramai da 24 ore attiva ininterrottamente, decido di fermarmi.
Dopo una doccia rigenerante non mi resta che scendere e cercare qualche posticino dove mangiare. Certo, detto così sembra facile, ma subito realizzo che non so neanche dove mi trovo e muovermi alla ricerca di qualcosa, di sera, non sarà semplicissimo. Ma comunque se voglio mangiare devo darmi da fare.
Indosso una tuta, mi hanno detto che a New York l’abito “non fa il monaco”, scarpe da ginnastica, un cappottino e sono pronta per la mia prima esplorazione.
Con Google Maps come amico, apro il portone e sono fuori.
Fortunatamente in un quartiere tranquillo ma attivo; è ora di cena o dopocena e quindi c’è gente per strada. Mi incammino guardando ovunque e qualsiasi cosa, cercando di non perdere la strada di casa. Le palazzine, tutte uguali, non mi permettono di memorizzare il percorso, ma continuo a camminare seguendo un po' anche le persone che incontro. Ad un certo punto trovo un locale la cui insegna dice semplicemente “PIZZA”, naturalmente decido di fermare la mia ricerca, per stasera va bene così.
Entro e mi accoglie un uomo sulla sessantina che, ovviamente, rivolgendosi in inglese mi chiede se voglio accomodarmi e se sono da sola. Che bello accorgersi di riuscire a comprendere, nonostante la mia poca conoscenza della lingua, e riuscire a rispondere. Probabilmente a causa del mio accento l’uomo si accorge che non sono americana e, improvvisamente mi chiede << Italiana?>>, ed io sbalordita ma divertita << si, si nota molto?>>. L’uomo sorride e mi spiega, nel suo italiano non perfetto, di essere nato in Italia ma di vivere a New York da quando aveva 15 anni.
Mi fa accomodare e, senza che io ordinassi nulla, dopo cinque minuti mi porta al tavolo una gigantesca pizza margherita ed una Coca Cola. Avrei preferito una birra, ma non ho replicato a questa sua iniziativa, anzi data la velocità del servizio ho ringraziato entusiasta. Non so se fosse stata la fame a farmi apprezzare quella pizza, ma davvero mi è piaciuta, e anche l’uomo italoamericano se ne accorge e si avvicina nuovamente al mio tavolo.
<< noto con piacere che la pizza è stata di tuo gradimento! >>,
<< effettivamente devo ammettere che sono rimasta stupita, la pizza è davvero buona, sicuramente ci rivedremo, comunque io sono Valeria e mi sono trasferita oggi a New York>>
<< bene allora benvenuta, io sono Lorenzo e spero di rivederti!>>
<<certamente, anche perché il mio appartamento e in questa zona. Mi porteresti il conto cortesemente?>>
<< per stasera, come benvenuto, offre la casa>>
<< ti ringrazio davvero ma non è necessario>>
<< lo so che non è necessario, ma questo gesto vuole davvero farti sentire a casa. Qui sono passati, negli anni, tanti italiani e con ognuno di loro abbiamo stretto una bella amicizia. Sai, i primi tempi saranno un po’ difficili, non voglio spaventarti, però avere un posto dove trovare gente con le tue stesse “difficoltà” aiuta ad affrontare il tutto con meno ansia. Quindi da oggi sappi che questa sarà la tua seconda casa. Vieni qui quando vuoi, non solo per mangiare ma anche per scambiare due chiacchiere>>
Rimango senza parole, non me lo aspettavo e riesco solo a ringraziare e ad andare via.
Durante il tragitto verso casa ripenso alla bellissima accoglienza avuta, e a quanta gente sarà passata da quella pizzeria raccontando ognuno il proprio vissuto e lasciando a Lorenzo un racconto della loro Italia.
Immersa in questi pensieri arrivo a casa. Sembra strano chiamarla “casa” ma mi dà un senso di possesso e libertà allo stesso tempo. Per oggi basta con i pensieri, è ora di andare a letto e… “domani è un altro giorno!”.
La sveglia suona, come sempre alle sette, anche se in realtà non ho ancora pianificato cosa farò oggi.
Un lunedì di aprile, inizio settimana, tutti hanno qualcosa da fare, io no! Decido comunque di alzarmi aprire le finestre e vedere che tempo fa. Uno splendido sole sta già riscaldando l’aria e nel quartiere c’è movimento. Noto subito i mattinieri che fanno jogging, i solitari che portano i cani a spasso, le mamme indaffarate a sistemare i bimbi nelle auto per portarli a scuola. Tutto sommato la vita normale che si trova in ogni città. Questo mi rasserena, non sono andata sulla luna ma semplicemente in un altro paese dove tutto scorre nello stesso modo e dove io potrò cambiare la mia vita.
Bene, è ora di fare colazione, ma come primo giorno mi concedo una colazione fuori casa. Sistemo le ultime cose, mi vesto, questa volta meglio della sera precedente, e scendo in cerca di un posticino carino per bere un caffè.
Passeggiando per le vie di Astoria incontro casualmente Anna, che era nei paraggi per mostrare appartamenti. Approfitto per ringraziarla dell’accoglienza e le chiedo se posso offrirle un caffè, pur non sapendo dove andare. Anna accetta e mi porta nella caffetteria dove di solito si ferma lei durante il giorno.
Ci sediamo in questo posto molto carino, tipico americano ma dove fanno un caffè espresso ottimo.
<< devo dire che tra la pizza mangiata ieri sera e il caffè di stamattina non mi sembra di essere così lontana dal mio paese >>
<<hai ragione!>> mi risponde Anna <<ma sai oramai qui gli italiani sono così tanti che ci si è dovuti adattare anche a livello gastronomico>>.
<<Anna, se posso chiedere, qual è la tua storia di ragazze che viene dall’altra parte del mondo? >>