L'Uomo Nero - Giorno cinque

scritto da Dirce
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Autore del testo Dirce

Testo: L'Uomo Nero - Giorno cinque
di Dirce

“Dovevi solo camminare abbastanza”




L’Uomo Nero esiste.

Il Babau che sta sotto il letto, prima.
Che ci minaccia dolore se non ci comportiamo a modo. Che ci fa paura, anche quando ci comportiamo come si deve, ma il desiderio di far altro è forte, la tentazione quasi sublime.
La paura le domina.
Il terrore le schiaccia indietro.

L’Uomo Nero governa la nostra coscienza imposta.
Non quella profonda. Intima.
Quella di Pinocchio. Che da fuori campo frinisce le regole del vivere giusto. Che ci fa comportare “come Dio comanda”. Nostro malgrado.
Non fosse un comando divino, faremmo probabilmente tutt’altro.

L’Uomo Nero, quando lavora bene e con successo, è quella creatura evanescente che ci lega tutti assieme e ci minaccia tutti delle stesse minacce, con lunghe unghie taglienti, ma con la leggerezza di un danzatore di ombre. Che si posa, di volta in volta, sulla bocca, togliendoci il fiato. Sul torace, pesando di una pressione che ci schiaccia. Bisbigliando, tormentando il sonno che ci abbandona.
Ogni volta che abbandoniamo la strada giusta che ha segnato per noi. Che ci condurrà dritta fino ad un discreto epitaffio.

Abbiamo tutti il nostro Uomo Nero. Siamo tutti l’Uomo Nero di qualcuno.

E’ quella forma malsana di convivenza che ci porta a pensare che, per essere accettabili, si debba salutare sempre. Quando il novanta per cento delle volte, tu hai tanta voglia di salutare quanto, chi incroci, di risponderti. E, pur di mancare a questa regola, cambi strada.
Le cartografie di James Coock erano un modo lecito per beffare l’Uomo Nero dall’obbligo dei gesti di convenienza-

L’Uomo Nero non si presenta bussando alla porta, come The Cat in the hat. Sconvolgendo la vita e mettendo l’esistenza a soqquadro. Spingendoti ad inciampare e porre retto rimedio continuamente.
No.
Bussa alla porta come un vampiro e aspetta che tu lo inviti ad entrare. E sei tu a dargli il permesso.
Ti seduce proponendoti scelte che, per ipocrisia, non avevi mai contemplato. Ti delude dandoti il potere di decidere della tua vita, ma al prezzo è che tu sia disposto a perdere tutta la tua vita.
Ti fa assaggiare la sensazione di completezza e appagamento e ti obbliga a tecerla al mondo, come un desiderio meschino che macchia di colpa e peccato.
Ti obbilga a mentire. A scendere a patti con te stesso per non spostare l’equilibio instabile della vita, tua e altrui. E quando l’Uomo Nero altrui assale, quando non sono le tue scelte, ma quelle dei lampi di vita altrui, lì si che aggredisce come The Cat in the hat, con tricchi che non si sanno affrontare.
Perché non sono tuoi.
Perché non ti completano.
Ti lanciano in un baratro che non ti appartiene. Né per scelta né per conseguenza di tue azioni.
Come le trecce colorate di fili per cucire che, ogni volta che ne sfili uno, ingarbugli, annodi e immobilizzi gli altri, che restano ammorbati, sfilacciati e imprigionati. Inutili.
Questo è il gioco dell’Uomo Nero.

L’Uomo Nero non evita tragedie evitabili. Cerca quelle inevitabili, per lanciare il guanto della sfida e giocare al duello che qualcuno raccoglierà.

L’inquieto fantasma che da sotto il letto fa da guardiano alle tue scelte, intimando e intimorendo, ti lancia la sfida. Sollevando la perplessità che ti fa riflettere su a che punto tu sia arrivato, attraverso la tua giusta esistnza, fatta di giuste scelte e consensi. Dritto dritto verso l’encomiabile epiaffio.

Ti ritrovi con quel gusto acre in bocca: essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Se mai è stato giusto, perché potrebbe anche esserlo stato giusto, in un dato momento. Adesso non lo è.
Una vita fatta di una prima scelta e di innumerevoli scelte di conseguenza.
Una prima scelta, giusta in un dato momento, che di conseguenza in conseguenza ha portato a qualcosa di sbagliato. Fatto trenta, seguendo la logica della consequenzialità, non resta che fare trentuno. Non considerando che non è obbligatorio e, volendo, si potrebbe anche tornare a ventinove.
Fosse solo semplice comprendere che azioni giuste, in progressione, potrebbero anche generare scelte sbagliate, se prese come semplice conseguenza di una strada intrapresa di cui si è troppo sicuri della direzione, da non vedere che ci porta dritti ad un burrone.

Fa paura.
Ad un certo punto, realizzi la paura.
La realizzi quando guardi i vicini che si svegliano, si alzano, accompagnano i figli, vanno a lavorare, tornano a casa. Pizza il Sabato. In vacanza al mare. Si sorridono piacevolmente.
Salutano sempre.
Che famigliuola gradevole.
Sono proprio fortunati.
Guarda come stanno bene.
Sono proprio da invidiare.

Le persone felici, ce l’hanno scritto in faccia. Esattamente come ce l’hanno scritto in faccia le persone tristi.

E quella bella famigliuola guarda te.
Che sorridi e saluti sempre.
Ma ogni singolo gionro senti il cappio della fune che scrive sulla pelle il quasi orgoglioso epitaffio, cancellando ogni desiderio di vita e accompagnandoti nelle tue ineluttabili consequenziali giuste azioni che ti fanno andare avanti per la strada intrapresa, frutto di una singola scelta a cui ne sono susseguite altre, uguali ma sbagliate.
Senza razionalità cominci a considerare che, esserti comportato da epitaffio fino a quel dato momento, ti abbia tolto ogni desiderio di fare altro. Non che non ti piacesse farlo. Fino a quel momento neanche avevi mai considerato ti piacesse o meno.
Era così e basta.
Razionalmente: perché mai doveva essere diverso? Diverso da cosa?
Perché l’ansia ti dice che qualcosa non va.
E che ci può essere che non va se, fatto trenta hai fatto trentuno? Se hai fatto tutto quel che c’era da fare, “come Dio comanda”?.
C’è che non l’hai comandato tu. Ma la razionalità di fare le cose decentemente, della decenza da uno più uno, che fa sempre due. Per tenere sedato l’Uomo Nero, per il quieto vivere tuo e degli altri.
E per far tacere quel petulante frinire, disco interrotto alla frase: non si fa. Non si deve. Non si può.

“Egregio Uomo Nero, come mai potrebbero vincere le sue tentazioni su di me. Intentabile, nella convinzione di aver sempre fatto quel che volevo e di essere esattamente dove voglio, alla faccia tua.
E di essrci con il compiacimento altrui ed una buona bozza di epitaffio, anche.
Come pensi di poter vincere, piccola ombra dei capricci lasciati tra le lenzuola sotto il cui letto ti nascondevi per intimorirmi e indicarmi i sentieri da non percorrere?
Non li ho percorsi perché non ho voluto.”

Fino a che questa convinzione prende la prima cantonata.
Perché non si è sempre uguali, anche se ci si ripetono sempre le stesse cose.
Perché non si è sempre felici, anche facendo sempre le stesse cose che ci rendono felici.
Il tempo è maligno.
E un piccolo cambiamento, cambia qualcosa. Che cambia altro. Che cambia altro. Che cambia tutto.

E gli imbrogli e le menzogne dietro a cui nascondi questi cambiamenti, ti rendono triste, insofferente e soffochi.
E fai la cosa sbagliata e la colpa è tua.
Tua per te. Tua per gli altri.

Ad un certo punto, l’Uomo Nero non c’entra più. E quando fai la cosa sbagliata, la colpa è tua.

Good times for a change
See, the luck I've had
Can make a good man
Turn bad

So please please please
Let me, let me, let me
Let me get what I want
This time

Haven't had a dream in a long time
See, the life I've had
Can make a good man bad

So for once in my life
Let me get what I want
Lord knows, it would be the first time
Lord knows, it would be the first time
(The Smiths)


L’Uomo Nero danza con ogni debolezza.
L’Uomo Nero danza con ogni desiderio.
L’Uomo Nero danza con le paure.
L’Uomo Nero danza anche con la felicità. Ti fa temere di perderla, non appena la raggiungi.
L’Uomo Nero danza con l’essenza di te e della tua vita. Non ti tocca mai. Ti volteggia attorno a spirale.
Come l’aria.
Ma soffoca.

Immaginiamo la vita come una galleria con illuminazione a sensori che si attivano al nostro passaggio. C’è luce. C’è chiaro. Vedi il tragitto e cammini a passo sicuro.
In un dato tratto una luce è spenta
Ed è buio.
Non è semplicemente oscurità. E’ buio. E sei disorientato.
Se la tua vita è un percorso lineare, provi ad andare dritto, per quanto il senso dell’andare dritto, al buio, non sia proprio così retto a filo a piombo.
Se sei propenso ad inciampare spesso, piedi strascicanti insicuri. Ed è probabile inciampi comunque.
Se il buio ti disorienta, sei disorientato. O ti blocchi o ti prende il panico. O ti fermi lì e aspetti che accada qualcosa. O ci provi e speri nella fortuna.

In quel buio danzano gli Uomini Neri.
Vorticosi, vorticano,
Una spirale affannosamente isterica che ti mulina attorno.

Fino a che, i tuoi passi titubanti, ti riportano nuovamente dove i sensori del senno fanno luce.
Ammesso che tu abbia continuato, in qualche modo, ad andare avanti. Che era l’unica cosa che avresti dovuto fare.


Esisteva un altro uomo.
Uguale e differente.
Differente e uguale.

Gli Uomini Neri delle persone che lo circondavano e condividevano la sua esistenza, si combattevano e si elidevano vicendevolmente, continuamente.
Così facendo distraevano e lasciavano sedati i suoi.
Quest’equilibrio gli permise di crescere, nella sua eccentricità, senza mai porsi troppi interrogativi.

Gran lavoratore.
Apprezzato.
Gran accumulatore di ricchezze.
Apprezzato.
Pochi svaghi e apprezzabili.
Misogino, taciturno.
Il suo mondo doveva essere sempre perfettamente in ordine, o sarebbe crollato.
Non disprezzabile.

Fino a che, per i casi della vita, nell’equilibrio tra Uomini Neri, venne meno il più forte. Il più dominante.
Come in ogni regno senza legittimo erede, gli Uomini Neri cominciarono a combattere una guerra senza sangue ma con molte vittime.

Esisteva un uomo che, di punto in bianco si ritrovò a dover vivere quelle cose che venivano definite apprezzabili, stimoli di Uomini Neri mai riconosciuti come tali. Le voci divennero prima sibili appena percepibili, poi bisbigli e sussurri continui.
Discuterci non portava a nulla ma non poteva esimersi dall’ascoltarli.
Di negare e convincersi, contemporaneamente, di potersi fidare solo che di loro. Che la gente ha altri scopi, altri pensieri, propri Uomini Neri animati dal rancore, dall’invidia e dalla cattiveria.
Non esiste amore.
Non esiste do ut des.
Esiste solo homo homini lupus.

Esisteva un uomo compatibile con la vita tra gli uomini fino a che il suo Uomo Nero non lo convinse che non esistesse al mondo creatura che l’avrebbe accettato incondizionatamente. Tutti scaltri nel tentativo di piegarlo e ridurlo ad una vita ad altrui condizioni.

Esisteva un uomo solo, che vagava bisbigliando tra sé e sé, sporco ed emaciato. E faceva paura. Divenne in breve, per la gente, l’Uomo Nero di cui le mamme narrano ai bambini per farli addormentare velocemente e senza pensieri.

E venne curato come gli uomini curano gli Uomini Neri.

Tornò a vivere quella vita socialmente accettabile che ogni uomo guarda con il timore che possa accadere a lui. Sedato di ogni pensiero. Mutilato di ogni personalità.
Continuò ad esistere senza la consapevolezza di essere e vivere.
La vita finisce.
Si piange, si rimpiange e poi si dimentica chi muore.
Ci sono vite che, anche se per età anagrafica non sembra aver senso finiscano, arrivano al loro naturale o innaturale esaurimento.
Non le si comprende.
Non ci si capacita.
Poi ci si rassegna e si dimentica.
O si ricorda di quella capacità che i ricordi hanno di cancellare ciò che fa male.

Ci sono poi vite che finiscono anche se non finiscono. Ogni voce è silenziata. Ogni azione è inebetita. Non camminano, calpestano la terra. Esistono ma non sono.

Giù i riflettori.





















Tutto questo comincia ad assumere tinte piuttosto agghiaccianti.
Gli Uomini Neri non sono tutti da psicodramma.
Capitano a tutti. Portano differenti mantelli.
C’è chi scappa.
C’è chi affronta.
C’è chi si ferma. Ed è perduto.
L'Uomo Nero - Giorno cinque testo di Dirce
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