L'entropatia del dolore

scritto da pensieri scomposti
Scritto 4 anni fa • Pubblicato 4 anni fa • Revisionato 4 anni fa
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Testo: L'entropatia del dolore
di pensieri scomposti

Come si lascia spazio al dolore? Come se ne traccia matematicamente il suo perimetro esatto? Come si sviluppa e si incastra il processo di gestazione del dolore nel fluire inalienabile della vita, che per sua stessa essenza è qualcosa di subitaneo,ondivago?
La vita va di fretta e non tollera contrattempi, ritardi, dilatazioni temporali e il dolore è un lusso che va pagato a caro prezzo. Quindi no, non riesco a trovare una risposta fulminea e diretta al primo quesito che mi sono posta. Sembra quasi che il dolore non trovi una sua locazione precisa nella scacchiera che è la vita, e di conseguenza girovaga come un apolide nella nostra psiche irradiandosi in ogni fibra del nostro corpo. Il dolore è patico, come un cuore che pompa sangue, vascolarizza ogni capillare della mente, eppure è difficile tracciarne una sua estesiologia, una sua anatomia. Il dolore non ha neanche un suo statuto letterario, filosofico o poetico; perché anche il più grande pessimismo radicale sulla vita finisce per renderlo romantico, prosaico il dolore. Nemmeno Leopardi ci è riuscito, nell’ardito tentativo di invischiarsi completamente negli interstizi della sua nebulosità spirituale, alla fine ci restituisce un affresco romantico e rifulgente del dolore. Perché tutto ciò che scrive col suo inchiostro è un’opera d’arte, e in ogni lacerto di ogni suo scritto finiamo per immedesimarci empaticamente nel suo senso di inadeguatezza e di idiosincrasia con la vita. Il dolore non è un’opera d’arte e non credo si possa sentire attraverso l’empatia, l’immedesimazione, perché la nostra natura è congenitamente e irrimediabilmente proclive all’egoismo. E non c’è alcun sottofondo morale o etico in ciò, è la biologia, la genetica a dimostrarcelo. Forse il dolore altrui si può sentire solo per entropatia, e forse è proprio lo scacco della capacità di immedesimazione nell’altro, la consapevolezza dello iato con l’altro, il mezzo più potente attraverso il quale auscultiamo l’altrui dolore. Non si riesce a sentirlo per empatia, ma non per un radicale disfattismo verso il genere umano, ma perché il dolore è come il DNA e il suo corredo cromosomico non è trasmissibile da persona a persona. Non possiamo de-responsabilizzarci dal nostro proprio dolore perché farlo implicherebbe una nostra “de-ipseizzazione”, implicherebbe un conculcamento del nostro DNA. Eppure ci riesce difficile ospitarlo nelle mura porose della nostra essenza…
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