I.
Chiudo gli occhi.
Nuda nella stanza, soffocata dal nastro adesivo e dal collare all’altezza del naso, sanguinavo. Davanti a me si stagliava la luce, sola e calma, nella costanza del silenzio, mentre il sudore dei miei arti inferiori portava questi ad avanzare verso il basso, carezzando con prepotenza la poltrona nera in pelle, su cui mi contorcevo. Così si stava diluendo il mio tempo, infinito, unico, inconsistente, irrilevante per lo spessore del mio vissuto. La mia mente era consapevole della necessità di staccarsi dalle manie del corpo, ma era altrettanto certa della sottile impossibilità che ciò potesse accadere. E allora tremavo, ansimavo svelta, abbandonavo i sensi al freddo secco, ascoltavo la bizzarra aritmia che m’accompagnava con sospesa dolcezza; amavo le mie forme quando s’irrigidivano e poi si distendevano, desideravo la mia bocca, il suo sapore, guardavo le mie mani nascondersi. Non potevo far altro che modificarmi, mutando la struttura delle mie azioni, le consuete modalità di pensiero: dovevo sopravvivere in astratto. E però, tanto più tentavo di scovare le linee, le geometrie di quello spazio, quanto meno riuscivo a non sentirmi.
Eppure, avevo sognato di essere qui.
II.
Non ho percepito fatica e ho aperto gli occhi,
ho fermato il taglio della nebbia che era passata poco prima. Qualcuno, forse in un trito momento d’incoscienza, m’aveva detto che sarebbe arrivata; così l’ho immaginata donna, bianca e sottile, vestita dell’acqua più fredda del torrente, leggera. Mi chiamava con tono sordo, e mi chiedeva di seguirla, veloce e sfrontata. Però l’avevo persa, stordita dal buio circostante, addentata dalla veemenza del fiume. Avrei voluto non essere lì, anche se ogni volta raccolgo i miei passi, imploro un dio di tornare, poiché qui allievo il mio ossessivo sentimentalismo, accetto la scomodità della realtà sottostante, recupero la dinamicità del mio movimento, rido dell’incoerenza del mondo. Porto con me chiunque osserva e dimentica, quando c’è da dimenticare, e ricorda, con divina dedizione, l’istante, alla maniera dell’eternità.
Fulminea, la fuliggine chiara avanzava verso di me, accelerava in silenzio, e il mio respiro si strozzava a tratti violenti. Possente come un puledro, mi bloccò i fianchi e penetrò attraverso la pelle, consumando consistente calore vitale, ed addensandosi i miei liquidi corporei, caddi spenta sulla Terra.
III.
Avevo mantenuto a lungo gli occhi chiusi,
la schiena distesa, ma ritta a dovere, ai fini della corretta riuscita della seduta: si trattava di un gioco, è vero, ma è chiaro che tutto ciò che accade, che scaglia pur leggere sommosse all’esperienza, possiede solamente la parvenza di uno scherzo. E comunque, mi trovavo ai limiti della veglia, e i miei riflessi ne risentivano, accoglievano il tempo con svogliatezza.
Mi alzai dalla sedia, con discreta indifferenza rispetto agli oggetti che mi circondavano, che mi osservavano ad ogni movimento goffo; consapevole dell’unicità della mia azione, uscii dalla stanza e attenta osservavo di fuori: sapevo che lui non si sarebbe mosso per tutta la procedura, che sarebbe rimasto sullo sdraio, immobile, con il volto chino, plastico ed aggrottato. Conservavo forze da un po’, oramai, e non tradii la mia condizione dal taglio moraleggiante, sorretta da un principio che avevo elaborato accuratamente, e di questo mi compiacevo. Allora mi spostai in avanti, sola, ma libera: il peso della smarrita identità si dileguava tortuoso, ma efficace:
…
Il fiume aveva quella consistenza terribile, sapeva di sporco infetto, era visibile agli occhi; eppure, contava un considerevole assortimento di colori, che s’abbracciavano e a tratti illudevano d’essere uno soltanto: s’avvertiva l’impurità nella sua bellezza. Ininterrottamente seguiva Max Richter ad Ezio Bosso, e viceversa, ed indistinto, il succedersi dei suoni incalzava, finché un impulso sollecitò le mie braccia ad alzarsi, ad imitare un volo rapace: l’assenza di gravità sfidava la natura del mio corpo, e di tutti gli altri; l’astrattezza delle leggi universali si faceva materiale, tangibile era la sua sostanza. Non v’era niente al di fuori di me, alcun rumore, disturbo ricorrente, nessun ostacolo, perché così avevo scelto, e alla stessa maniera tutto sarebbe proseguito.
IV.
‹‹Ho gli occhi gonfi,
stammi vicino. Ho lasciato gli ultimi carteggi sul tavolo della cucina, così non dovrai metterti a cercare. Ho anche chiamato il tizio di martedì sera; ha detto che sarebbe passato domani. Ascoltami: smetti di alimentare le brutture che senti, non ha senso, poiché la natura non guarda in faccia all’anima viva, ma solo al corso di se stessa. Prometti a te stesso, piuttosto, che lo slancio vitale ti tenga compagnia fino a che, stanco, non deciderai di valicare il nulla.
Come in quel vecchio film, in cui è detto:
“Laggiù contro quelle nuvole scure. Sono tutti assieme. Il fabbro e Lisa, il cavaliere e Raval e Jöns e Skat. E la morte austera li invita a danzare. Vuole che si tengano per mano e che danzino in una lunga fila. In testa a tutti è la morte, con la falce e la clessidra. E Skat è l'ultimo e ha la lira sotto il braccio. Danzano solenni, allontanandosi lentamente nel chiarore dell'alba, verso un altro mondo ignoto, mentre la pioggia lava e quieta i loro volti e terge le loro guance dal sale delle lacrime.”››.
SECONDO PIANO. Non ho indossato le lenti, però ho messo lo stesso gli occhiali da sole.
Continua
La Scala testo di ElenaNati