Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
È l'Effetto Zeigarnik
Scorgo la luce dietro la finestra, ti intravedo mentre passi da una stanza all’altra. La luna è piena. Le nuvole caricano il cielo. C’è aria di pioggia. Vieni ad affacciarti. Scruti la strada semideserta. Un clacson 'urla' a qualcuno di scendere. Penso: pizza, cinema o discoteca!? Vorrei IO urlarti di scendere. A squarciagola urlare il tuo nome. Attirare in qualsiasi modo la tua attenzione. Io sono qui, sotto casa tua. Aspetto.
Uno scroscio di pioggia mi induce a correre via. Mi rifugio in macchina. Aspetto che di nuovo ti affacci. Niente, neanche l’ombra. A mezzanotte tiri giù le persiane, spegni le luci. La strada è deserta.
L’alba giunge, ed io sono qui, sotto casa tua.
Il mattino è fresco. Sarà una bella giornata. Finalmente scendi. Jeans e giacca corta. Capelli lunghi appena lavati. Il tuo passo è veloce. Dove corri? Ti vedrai con qualcuno? Che fatica starti dietro. Come mai non hai preso la macchina? Prima tappa farmacia. Per chi saranno le medicine? O forse compri creme e cremine? Ti piace essere bella. Ma non lo sei così tanto, a detta del mio amico. Ma per me sei bellissima e unica.
Mi ricordo ancora la prima volta che ti vidi. Dio che stretta al cuore! Ti presentasti semplicemente dicendo: piacere, Lilla. Cominciai col chiedere spiegazioni sul tuo nome, se era un diminutivo di quale altro nome. Poche battute e tu e la tua amica, in comune con me, ve ne andaste via. Avrei voluto osservarti meglio, stare lì e continuare a stringere la tua mano e non lasciarla scappare via. Ho ancora nel cuore il colore dei tuoi occhi: verdi, verdissimi.
Vorrei fermarti, con una scusa o altro e camminare al tuo fianco.
Entri in un ufficio postale. Mi accosto ad un albero e con le mani in tasca aspetto che esci. Mentre passeggi ti soffermi di tanto in tanto a guardare le vetrine. Mi chiedo: ma come è possibile che non si accorge di essere seguita, o forse lo sa e di questo se ne compiace. Sì, sarà così. E com’è che di me non si ricorda? Non è poi passato così tanto tempo, da quando ci siamo presentati. Beh, forse venti anni è un tempo considerato relativamente lungo! Venti anni… boh! Per me è come se fosse ieri.
Ieri ho saltato l’appuntamento. Forse anche l’altro ieri e così l’altro ancora, e l’altro ancora. Beh, si, a pensarci bene e da tanto che non ti vedo. Non sei cambiata, sei sempre bella.
È mezzogiorno. Dio, quanto cammini! Al portone di casa ti scontri con un uomo. Chi è? Perché gli sorridi! Che hai da raccontargli! Se ti tocca lo uccido. Lo so, lo so, che non ho alcun diritto su di te. Si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Però… però se ti tocca lo uccido.
Ti ricordi il nostro primo bacio? La nostra amica in comune mi dette il tuo numero di telefono. Uscimmo il giorno dopo la telefonata. Ero così emozionato. Arrivai all’appuntamento un’ora prima. Quando finalmente arrivasti il tempo si fermò. Due baci sulle guance e l’argomento cadde sulla nostra amica in comune: Lauretta.
Cara e piccola Lauretta, te ne andasti prima che la vita si impossessasse di te. Libera e spregiudicata rendevi ridicolo chiunque si ostinava a cambiare il mondo. E così un giorno, il caso ha voluto che una corsa in motorino fosse l’ultima della tua vita.
Quanti anni hai, che scuola fai, ti piace leggere, che musica ascolti, tante le domande, al solo scopo di arrivare al desiderato bacio. E quando finalmente arrivò era l’ora di rincasare. Ci incamminammo pensando che domani ci saremmo rivisti. Tutto il tragitto del ritorno fu pieno di abbracci, soste con baci e sguardi timidi e impacciati. Al portone, l’ultimo bacio era la promessa di rivederci l’indomani, stessa ora, stesso posto. Invece qualcosa successe.
Ti chiamai al telefono. Mi rispose tua mamma dicendomi che eri uscita. Provai a richiamarti. Ma tu ancora non c’eri. E così dopo un’ora, ancora non c’eri. Provai la sera, ma non c’eri. Il giorno dopo, eri già uscita, finché non decisi, dopo settimane, a non volerne più sapere. A ben pensarci, non ti ho mai più incontrata, anche se in cuor mio avrei tanto voluto che succedesse, magari in pizzeria o scontrarti semplicemente per strada, invece niente, di te non seppi più nulla. Neanche Lauretta mi seppe dire che fine avevi fatto; dopotutto non eravate grande amiche.
Gli anni a venire trascorsero nella più assoluta mediocrità. Finita la scuola mi seppellii nel negozio di papà. Conobbi Angela e dopo otto anni ci sposammo. Nacquero Domenico e Sebastiano. E di te mai più l’ombra. Si, pensavo a te di tanto in tanto. Dov’eri, con chi eri, e soprattutto… perché. Già perché sparisti? Perché non ti inventasti qualsiasi cosa per dirmi che non volevi più vedermi? Non che tra di noi ci fosse chissà che cosa... Perché non hai mai più voluto incontrarmi? Quel pomeriggio non mi desti l’impressione che io non ti piacessi, anzi! Tutto presupponeva che sarebbe nato qualcosa, perlomeno un prosieguo che avrebbe avuto un senso, anche qualora la cosa non avesse funzionato. Invece, niente. Nel più assoluto mistero di te non seppi più nulla. A volte penso che sei stata uno scherzo della mia mente, forse ero talmente in pallone, in uno stato di pura demenza che ho finito col confondere il reale con l’immaginario. D’altronde era il periodo degli spinelli e delle perette, sentivo dire che erano sostanze che avrebbero potuto creare dei disordini mentali, ma non credo proprio di aver avuto allucinazioni, disturbi del pensiero o altro, né problemi paranoici, per cui assolutamente scarto a priori una simile congettura. Tuttavia, mi resti un mistero, per quanto ci pensi non riesco mai a trovare una risposta. Mi sono anche detto che forse eri morta e nessuno ha avuto modo di riferirmelo, ma so da me che era un pensiero cattivo per fartela pagare. Pensarti morta mi procurava una sorta di sollievo, perché contro un evento del genere non ci sono grandi perché e per come, succede e basta. Spesso, invece, mi ritrovo a darmi dello stupido. Se mai raccontassi a mia moglie di te mi iriderebbe in faccia dandomi dell’imbecille, dell’infantile che sto a pensare a qualcuno che in fondo non ho mai conosciuto. E avrebbe ragione.
Angela non è particolarmente gelosa, lei è concreta, affidabile, pensa al dunque. Le sue storie d’amore non hanno avuto vita lunga e ben lontane poi dal genere passionale. Le piace tanto programmare la vita, il futuro, costruirlo pezzo per pezzo e inorgoglirsi quando il quadro non presente alcuna sbavatura. Con tanta lucidità e fermezza programmò il concepimento e la nascita di Domenico e Sebastiano. Con Domenico e Sebastiano è una mamma chioccia e non vuole interferenze. Lei sa come si educano i figli. Non ha bisogno di consultarsi con me, mi reputa troppo ansioso e permissivo con i figli quando invece dovrei essere severo ed autoritario. Tante volte mi sono chiesto perché l’ho sposata? L’amavo?! Non lo so se l’amavo e tantomeno ora so se l’amo o meno. Anche se ormai tutto ciò non ha più la minima importanza, adesso sono altre le cose importanti. Già, le cose importanti. Quali sono le cose importanti?
Sono le sette del mattino e mi ritrovo sotto casa tua ad aspettare che tu esca. Ore 8:15, sali in macchina e ti avvii percorrendo la strada che ti porta in centro. Leggo e rileggo la targa per memorizzarla. Parcheggi e ti dirigi con passo veloce verso il municipio. Ti seguo finché non entri in una stanza riservata al solo personale. Allora esco e chiedo all’usciere in quale ufficio ti posso trovare: per avere conferma che tu lì ci lavori. E resto fuori ad aspettare. Ore 12:30 sbuchi dal portone. Ti seguo e ti vedo entrare in un supermercato e mentre sto per affiancarti vicino al banco dei surgelati squilla il telefonino. È il mio. Per un attimo ti giri e mi vedi. In una frazione di un secondo i nostri occhi si vedono. Mi fermo per rispondere mentre tu carichi il cesto e prosegui. Chissà se mi hai riconosciuto! Mi chiedo sempre se di me ti ricordi. Io, non ti ho mai dimenticata. Perché, poi, non lo so. D’altronde un bacio non ha mai legato nessuno per l’eternità. Se penso alle ragazze prima di te con le quali ho avuto più di un bacio! Eppure di loro ricordo poco e niente. Non riesco proprio a capacitarmi. Ma chi sei? Chi ti conosce? Perché mi sto fissando con te? Corro al negozio, c’è un problema di fornitura. Rincaso che sono le 15:00. Angela è abituata ai miei orari. Non mi chiede più la causa del ritardo e tanto meno io sto lì a raccontarle le rogne del lavoro. «Porto Sebastiano da Luca» e vola via sbattendo la porta. Tra palestre, piscine, lezioni di piano e scuola scorre la vita di Angela. Tanto tempo è passato da quando ci raccontavamo ogni nostro pensiero, ogni accadimento, ogni piccola sciocchezza che occupava la nostra vita. Per quanto la nostra vita possa essere scontata non credo che ci farebbe male dirci ancora un po’ di cose. Per esempio, vorrei provare a dirle di cambiare modo di vestire senza che in questo ci vedesse un attentato alla sua personalità, oppure dirle di non essere così invadente nella vita di Domenico, ormai sedicenne da solo saprà come mettere a frutto la “sua” educazione. Vorrei provare a dirle di non essere “mamma” con me senza che mi rispondesse: «Questo è il ringraziamento di quello che faccio per te». Già, sono tante le cose che vorrei provare a dirle, ma, conoscendola, ci rinuncio.
Ore 19:00 mi ritrovo sotto casa tua. Tutto mi sembra così semplice, eppure se devo agire è tutto così maledettamente complicato, allora mi pento e torno sui miei passi. Avevo pensato di citofonarti, farti scendere giù, e in un modo o nell’altro farti ricordare di me. Già, ma che ti dico al citofono, penseresti subito di avere a che fare con un folle. E semmai ti ricordassi di me, penseresti perché mai ti ho cercato, cosa voglio da te. Beh, come farei a spiegarti che dopo vent’anni sento ancora il diritto di una spiegazione. E poi sarei capace di non sentirne la benché minima emozione, la quale, ne son certo, mi produrrebbe uno scompenso colloquiale? Come faccio a farti capire il terremoto che hai lasciato in me. Come posso farti partecipe del mio desiderio. Sono sicuro che ti metteresti a ridere ed io questo non lo sopporterei. E poi, quel che più mi preoccupa, saresti tu. Averti di fronte, guardare i tuoi occhi, sentirti parlare … non potrei più lasciarti andare via. Non avrei rispetto della tua vita, entrerei prepotentemente e insistentemente finché non ne farei parte anch’io. Ma questo non lo voglio, non voglio crearti fastidi o problemi. Non so se hai un marito, un compagno o altro, non so niente della tua vita. Comincio ora a conoscerti, seppure in un modo non troppo corretto. Ma non ho altro modo, credimi!
Il telefono squilla. Angela mi ricorda della cena a casa dei suoi. Sono tutti presenti: cognati, cognate, nipoti, zii. Si festeggia il settantesimo anno di età del suocero. Il solo andare mi mette addosso una tristezza infinita e il pensiero di ritrovarmi già lì, col sorriso sulla bocca, fare gli auguri, augurare altri cento di questo giorno, salutare tutti, baci sulle guance, strette di mano, rigirare per l’ennesima volta un evento uguale di anno in anno… mi angoscia. Per cui sto lì a raccontare ad Angela la prima idiozia che mi viene in testa: non potevo raggiungerli in quanto il commercialista voleva vedermi urgentemente, per cui iniziassero senza di me, avrei fatto di tutto per accelerare i tempi ed esserci per lo meno per la torta. Non mi sentivo affatto in colpa, non avvertivo alcun tipo di sentimento. Anzi il mio animo sollevò subito un gran respiro di sollievo.
Alzo gli occhi e ti vedo… dietro la finestra. Resti lì immobile per un po’. Fumi?! Si, stai fumando. Qualcun’altro si avvicina a te. Chi è? Vi osservo fino a quando entrambi non vi allontanate dalla finestra. Attendo un po’ ma all’improvviso una incontrollabile rabbia mi assale. Giro i tacchi, mi infilo in macchina e senza pensarci mi avvio ai festeggiamenti.
Il giorno dopo ripenso alla mia rabbia e non riesco a darmi una spiegazione logica. Non riesco a capire come tutto questo possa influenzarmi a tal punto. Io ho la mia vita, la mia famiglia, il mio lavoro, la fortuna di essere in salute. Tutto scorre nella maniera più tranquilla e serena possibile e a fronte di problemi ora piccoli ora un pò più seri non mi sono mai tirato indietro. Cos’è che manca? Ma è veramente qualcosa che manca?! Non sarà forse la mitica crisi della mezza età? A dire il vero il pensiero della mezza età non mi ha mai messo di malumore, il non sentirsi più giovani e tantomeno vecchi non mi squarcia l’anima. Sarà un problema di sesso? Mi dicono che è del tutto naturale che dopo un po’ il desiderio sessuale si attenui, per questo diventa giustificabile cedere alle attenzioni e alle lusinghe di chi ti guarda senza sapere chi sei. Se ripenso a Rita… con lei ho davvero rischiato di mettere in crisi il mio matrimonio con Angela. Dopo solo due incontri cominciò a martellarmi di telefonate, squilli, sms, pretendeva di voler passare più tempo con me, che con lei non dovevo scherzare, che non avrei dovuto iniziare una storia sapendo che prima o poi l’avrei interrotta. Il gioco finì dopo due mesi con un tira e molla che mi sfibrò ogni cellula del mio corpo. Credo che anche Angela abbia avuto le sue scappatelle. Non ha mai tentato di nascondere più di tanto le sue occasioni. Non so se per ripicca o perché avesse voglia di evadere, di sentirsi desiderata o altro. Non ho mai approfondito la questione. No che non mi importasse, ma semplicemente perchè i ragazzi non si mettessero in testa chissà quale elucubrazioni e deduzioni. A volte l’assenza di gelosia nei confronti di Angela mi dà da pensare. Se Angela se ne andasse, ne soffrirei la mancanza? Mi chiedo poi perché se ne dovrebbe andare! Non sono forse un buon marito? Dopotutto è lei a gestire il menage familiare e a me va bene così. Mi chiedo, invece, se ad andarmene fossi io, come reagirebbe Angela. Per come penso di conoscerla non credo che creerebbe tanta confusione: non alzerebbe la voce, né mi chiederebbe le ragioni di una simile scelta, semmai metterebbe subito in chiaro quel che devo economicamente e finanziariamente a lei ed ai ragazzi. Quante volte per puro parlare mi ha detto: «quello che decidi è una tua scelta ma la tua scelta non deve pesare su di me e sui ragazzi». Ho già le sue risposte per ogni inconveniente. E se a fronte di un avvenimento, un qualsiasi avvenimento, tu, cara Angela, non reagissi per come io mi aspetterei, cosa vorrebbe significare? Che in realtà non ti conosco? Che, per come da sempre ti vedo è un mio limite? Ed io, ne resterei sbalordito? E se non manifestassi alcuna reazione?
Passarono dieci giorni prima che il caso volle che ti rivedessi. Fermo sulla porta del mio negozio, ti vedo entrare in un bar. Sei in compagnia ma questo non mi scoraggia. Entro anch’io, ordino un caffè mentre tu sorseggi un succo. Ti odo parlare, sento la tua voce ma non mi è per niente familiare. Hai toni alti quasi striduli, non la ricordavo così. Ridi. Ti metti a ridere e la tua risata sonante e fragorosa mi provoca un senso di disagio, come se gli altri si accorgessero dell’intesa tra noi. Parli alla tua amica di un favore che ti dovrebbe fare, non seguo la conversazione, guardo le tue mani, la tua linea un po’ appesantita, la tua bocca piena di rossetto e ben delineata. E per un istante mi soffermo sui tuoi occhi… belli, belli come sempre, ma non sono verdi, verdissimi. Ti vedo, Lilla. Sei vicino a me. E mentre tu ti accorgi di me io furtivamente scosto il mio sguardo. Sussurri qualcosa alla tua amica e difatti lei impercettibilmente mi osserva. Te ne vai con la convinzione di aver fatto colpo su di me. Vorrei rincorrerti, fermati e farti ritornare a vent’anni fa. Ma come si fa!
Passai tutta la notte a girarmi e rigirarmi nel letto. Pensavo a vent’anni fa a come la vita avrebbe potuto seguire un altro destino… se tu…se io…
Altri giorni passarono, anzi mesi prima che ritornassi sotto casa tua. Sono le tre del pomeriggio di una domenica tipicamente primaverile. Il bel tempo mi ispira buoni sentimenti. Sento la sorte a mio favore, oggi tutto può succedere. Mi immagino sottobraccio a te, sotto questo sole che scalda solo per noi, che chiacchieriamo del più e del meno con autentica e reciproca affinità. Immagino un tuo abbraccio, così stretto e così pieno di fiducia da togliermi il respiro. Immagino il tuo sorriso, le tue labbra che si posano sulle mie con la dolcezza e la voracità di cui si nutre un intimo da tempo assopito. Immagino noi… sotto e sopra le lenzuola. All’improvviso una signora sui sessanta anni, distinta e ben vestita, si avvicina e mi chiede se potevo darle qualche spicciolo, scusandosi per il disturbo e blaterando un discorso alquanto concitato e frammentario. L’episodio, come una doccia fredda, mi desta dalle fantasticherie e mi induce a fare quattro passi. Mi guardo attorno e quattro anime vedo in giro: due ragazzi seduti su una panchina a leggere chissà che, un signore che accompagna un cane al guinzaglio, due signori intenti a discutere, e un gruppetto di anziani che giocano a carte con allegra animosità. Ritorno sotto la tua finestra, mi appoggio alla macchina e aspetto. Finalmente ti decidi ad uscire. Ti seguo. Entri in un portone e di te non so più niente. Sono le sette e la stanchezza sopraggiunge. Non ho più tanta voglia di starti vicino, mi sento sfinito, sfiancato e… idiota. Ti inseguo credendo di poter riallacciare un qualcosa che non è mai esistito, ti inseguo illudendomi di rifarmi un’altra vita insieme a te, ti inseguo pensando che sei la risposta ad ogni mio malessere. Si può essere più idiota di così?
Mi sono messo in testa che assolutissimamente ti devo fermare. Sono giorni e soprattutto notti che penso e ripenso con quale scusa posso venirti incontro e parlarti. Ho pensato ad uno scontro involontario, magari girando l’angolo a testa bassa facendo in modo di venirti praticamente addosso, per poi fare le scuse, soffermarmi, guardandoti con un leggero e sorprendente stupore e pronunciare finalmente il tuo nome: «Lilla, sei proprio tu! Ma sei veramente tu, Lilla! Non ti ricordi di me?»… No, no, no. Sarebbe forse più naturale se passo dal “tuo” ufficio per chiedere un certificato di nascita e fare in modo che intravedendoti chieda di te e… no, potrei non vederti, no, le probabilità che poi ti possa vedere risultano esigue, no. Potrei semplicemente fermarti e chiedere se sei Tizia De Piscopo, tu risponderai di no, allora io farò il tuo vero nome, ti farò ricordare di me… noooh, troppa intraprendenza, troppa sicurezza. Potrei spedirti una lettera o, meglio, una cartolina per darti un appuntamento al nostro posto. No, potresti cestinare la cartolina e allora io non saprei più che fare. Se solo avessi il tuo numero del cellulare, Lilla. Non so proprio come procurarmelo. Possibile che finora non ti abbia mai visto in compagnia di qualcuno che conosco? La nostra città non è poi quella grande metropoli in cui tutti siamo dei perfetti sconosciuti! Una scusa la devo trovare. Ti devo fermare. Ebbene, la dea bendata finalmente ha udito la mia invocazione.
È una stupenda giornata, piena di sole. È il giorno di San Martino. Entri nel mio negozio. Mi accorgo di te, però, quando sei già alla cassa. Con i capelli raccolti, un leggero trucco e una sciarpina intorno al collo, sembri stanca e depressa. Scambi poche parole con la Gina e le lasci il modulo compilato per la richiesta della carta Spesa-Punti. Mi precipito con un guizzo subito alla raccolta dei moduli, li prendo tutti e mi reco nello stanzino-ufficio. Leggo con una esagerata eccitazione la tua scheda. Mi annoto immediatamente il tuo numero di telefono e scopro, leggendo le marketing’s questions che il tuo nucleo familiare è composto solo… da te. Non so se esserne contento o triste per te. Dopotutto non so dove voglio andare a parare. Adesso che ho il numero del tuo telefonino non so più se voglio fermarti.
Siamo sotto le feste di natale e il lavoro è tanto. Eppure non riesco a non pensarti.
Giorno 28 mi ritrovo sotto casa tua. Fa un freddo cane. Sono le sei del pomeriggio. Resto in macchina con la radio accesa e ogni cinque minuti alzo la testa per vedere se per caso ti avvicini alla finestra, se per caso soffermandoti alla finestra osservi me e ti chiederai chi sarò mai, chi aspetterò, chi incontrerò.
Con le persiane semichiuse, le luci spente, sembrerebbe che nessuno sia in casa.
Una macchina arriva e parcheggia dinanzi a me.
Vedo due sagome femminili che si accarezzano i capelli, poi una mano sfiorare la guancia dell’altra, i due visi avvicinarsi e due teste muoversi come solo un bacio riesce a muoverle.
La portiera sinistra si apre, lei scende dalla macchina, chiude la portiera, gira il suo viso nella mia direzione, si assesta i capelli, si avvolge di più nel cappotto e si avvia verso casa sua. Lilla. Addio.