Appesa ad un filo,
imprigionata in una torre
di massi grossi e pesanti,
osservo il mondo
da uno spicchio di vita circoscritta.
Appesa ad un filo umido e logoro,
a metà strada tra conscio e inconscio
fra il chiaro e lo scuro,
con le unghie aggrappate ai sassi di quella vista,
è assoluta la convinzione che ciò che vedo
è ciò che realmente voglio,
e che il mio posto nel mondo
sia confinato in questo piccolo segreto anfratto,
dove nessuno verrebbe a cercarmi:
sopra di me un cielo raggiante
di splendenti colori,
con guanciali di nuvole di bizzarre forme.
Dal mio piccolo mondo osservo
ciò che vorrei vedere fuori
ed è dolce la vista e profumato il colore
che ne riporta agli occhi e al cuore solo serenità.
Ma un giorno ombroso
non vidi più i cieli, il mare, la rena,
vidi solo ombre e deturpate figure di dolore,
le nubi da bianche, divennero scure e le loro forme
solo immagini di orrore e desolazione,
solitudine e lacrime di pianto,
e il mio pianto pioggia
che incanalandosi nel pozzo del mio castello
mi travolse e fu freddo, e buio.
così lo sconforto si impadronì di me,
lasciandomi abbandonare
quella finestrella sul mio mondo
e lentamente
inconsciamente
lascivamente
tagliai il mio cordone
e mi lasciai scivolare nel baratro
accorgendomi di non essere l’unica,
sola anima in pena senza più
forma né scopo,
mi resi conto di altre presenze
ma scoprii in me una profonda solitudine,
avevo lasciato indietro ciò che più mi preme,
avevo scordato me e chi mi ha creato.
Ritrovai in quel momento un viso sorridente
Di invitante protezione
Mi aiutò a scalare il pozzo,
e poi, senza fretta, prendendomi per mano
mi indicò la strada da seguire.
appesa ad un filo testo di Maria Grazia