Io mi pongo domande, lo faccio di natura.
Cammino per strada, mi guardo intorno e apro gli occhi. Vedo la vita tutto attorno a me, come stesa su un piano, che aspetta solo di essere guardata.
Allora, mi chiedo di tutto.
Cosa studierò all'università? Come hanno fatto a costruire quel muretto? Quante persone hanno calpestato quel filo d'erba?
Per qualche motivo, in questi attimi, capisco cosa vuol dire vedere il mondo con occhi diversi.
Sfioro i muri come se fosse la prima volta e sento il vento che mi sposta i capelli come se non mi fosse mai successo prima.
È questo che mi rende spesso desolata, credo.
Sai, porsi tante domande, mettersi sempre in dubbio, dover avere ripetute conferme per sentirsi bene con se stessi e, una volta tanto, sentirsi fieri quando, a dire "Hai fatto bene, puoi stare tranquillo" è te stesso e non qualcun altro.
Capita spesso, che io mi senta un pesce fuor d'acqua, anche se sono normale.
Non ho nulla di speciale, mi piace scrivere, e allora?
Questo fa di me una persona fuori dal comune, solo perché assaporo ogni parola e lascio che queste mi cullino?
No, assolutamente.
Venire alla luce, mi spaventa.
Ho paura come un cucciolo smarrito, quando c'è il pericolo che qualcuno possa capire la mia persona e, ancora di più, quando sono io a fare la chiave per capirmi.
E sai perché?
Perché mi piace, quando qualcuno ci riesce.
Quando posso parlare di quello che ho scritto e di quanto mi piaccia quello che ho studiato, senza vergognarmene.
Io non me ne vergogno, no.
Vagare in questo stato è solo un modo come un altro per capire chi sono.
Ma non mi interessa che lo capiscano gli altri, mi serve che lo capisca io.
Domande testo di Francesca Carbotti