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Nell’età delle prime esperienze sul campo,
quando tastare ed esplorare sono ancora parte di un gioco e non di una sfida senza appello,
trovai un nido di formiche grande quanto un pomello
poggiante nel terreno scabro.
Mi ricordava un gigantesco brufolo annerito,
eruttante dalla pelle di carta velina.
Riempiva i bordi di crepe ordinate in fila,
a denotare l’autolesionistico sforzo
richiesto per quell’aberrante parto sul volto.
Il nido era pieno di piccoli buchi,
grandi quanto la puntura di un ago e ravvicinati,
dai quali migliaia di minuscoli corpi fughi
sgusciavano fuori e dentro come caccole da nasi intasati.
Ebbi un brivido respingente,
eppure faticavo a levare lo sguardo
da quei corpuscoli brulicanti,
non altri che formichine, del nido le abitanti.
Il mio amichetto di allora,
mosso dal mio stesso ribrezzo, ma privo del mio riguardo,
afferrò un ramo lungo quanto uno sfollagente,
si apprestò a schiantarlo sul nido affollato.
Lo fermai appena in tempo, evitando che facesse una strage
di formiche laboriose, con la sola colpa di apparirci repellenti.
Salvai loro la vita, ma il ricordo del nido grottescamente traforato per un po’ mi tolse la pace.
Punti, puntini, capocchie, spilli:
le loro combinazioni serrate
di brividi repulsivi sono le mie derrate.
Male fisico e pruriti sul corpo, peggio di un lebbroso,
provo di fronte al loro braille oltraggioso!
Si chiama Tripofobia,
ovvero dei buchi l’allergia.
Anche approfondirne il significato
mi crea malessere, se la ricerca tali immagini mi mette sotto il naso!
Lo odio con tutta me stessa
questo alfabeto demoniaco,
per taluni uno stratagemma salvifico
contro le minacce di germi e batteri.
Chissà se pure le nostre testoline rotonde
dall’alto paiono tante piccole moventi sonde,
vicine e raggruppate,
a qualcuno rimembranti dei batteri mortali.
In tal caso, spero che qualcuno faccia le mie veci e fermi il ramo alzato
pronto ad abbattersi e compiere un massacro!