Il grande Carlo Scarpa a Quero

scritto da autentico Marcello
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Testo: Il grande Carlo Scarpa a Quero
di autentico Marcello

Il grande Carlo Scarpa a Quero

Un racconto ricavato da internet dall'intellgenza artificiale

Tra i luoghi che Carlo Scarpa frequentò con maggiore affetto,
Quero occupa una posizione singolare. Non era una meta ufficiale, non era un luogo di lavoro, non era un cantiere né un museo: era un rifugio. Un paese raccolto, incastonato tra il Piave e le prime alture del Grappa, dove l’architetto trovava un ritmo diverso, più umano, più lento, più vicino alla vita quotidiana che tanto amava osservare.

All’epoca Quero era ancora un comune autonomo della provincia di Belluno; oggi è parte del nuovo comune di Setteville, ma conserva ancora la memoria di quegli anni in cui la villeggiatura veneziana portava in paese figure curiose, artisti, professionisti, amici di amici. Tra questi, appunto, Carlo Scarpa.

Scarpa soggiornava spesso all’albergo Al Sole, una struttura semplice, familiare, gestita da una famiglia che lo accolse con naturalezza, senza formalismi. Lì non era “il maestro”, non era l’architetto celebrato: era Iil prof. Scarpa, un ospite abituale, un amico di casa. Si muoveva con discrezione, osservava molto, parlava quando aveva qualcosa da dire, e soprattutto ascoltava. Amava i dettagli, anche quelli della vita quotidiana: un oggetto ben fatto, un gesto preciso, un sapore autentico.

In questo contesto nasce uno degli aneddoti più vivi e più affettuosi legati alla sua presenza a Quero: quello della lepre al cioccolato.

La ricetta apparteneva alla tradizione veneta più antica, quella che univa la selvaggina alla dolcezza amara del cioccolato fondente, creando un equilibrio complesso, profondo, quasi rituale. Il nonno dell’albergatore — uomo di poche parole, mani esperte, senso pratico e una cucina fatta di esperienza più che di misure — preparava questo piatto con una cura che oggi definiremmo artigianale. La lepre veniva marinata a lungo nel vino rosso, con alloro, ginepro, chiodi di garofano, un tocco di cannella. Poi, durante la lenta cottura, arrivava il momento decisivo: il cioccolato amaro, che trasformava il sugo in una salsa scura, vellutata, profumata di bosco e di fuoco.

Scarpa, che aveva un gusto finissimo e una sensibilità quasi tattile per le cose ben fatte, ne rimase colpito. Non solo per il sapore, ma per la struttura del piatto, per la sua coerenza interna, per l’armonia degli elementi.

L’episodio memorabile

Si racconta che, terminata l’ultima forchettata, Scarpa si fosse alzato lentamente da tavola, con l’aria assorta di chi ha appena vissuto un’esperienza estetica più che gastronomica. Guardò il piatto vuoto, poi il sugo rimasto nella terrina, e infine i presenti, che lo osservavano con un misto di curiosità e divertimento.

Fu allora che pronunciò la frase rimasta nella memoria di tutti, riportata fedelmente:
"Prima avevo detto che non avrei mangiato la lepre con le mani. 
Ora invece vorrei essere nudo per spalmarmi il sugo su tutto il corpo"

La dichiarazione, sorprendente e insieme perfettamente coerente con il suo carattere, scatenò una risata generale. Non era una provocazione, né un eccesso: era il modo in cui Scarpa esprimeva la sua totale, quasi fisica ammirazione per ciò che considerava perfetto. Per lui, quando un’esperienza era davvero compiuta — un dettaglio architettonico, un oggetto, un sapore — diventava qualcosa da vivere con tutti i sensi, senza riserve.

Quell’esclamazione, rimasta nella memoria della famiglia e del paese, è forse la testimonianza più vivida della sua capacità di lasciarsi sorprendere, di abbandonarsi alla qualità, di riconoscere la perfezione anche in un piatto di cucina montanara.

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Un ricordo che resta

L’episodio della lepre al cioccolato di Quero non è un dettaglio marginale: è un frammento autentico della vita di Scarpa, un tassello che illumina il suo rapporto con il territorio veneto e con le persone che lo hanno accompagnato, anche solo per un tratto di strada. È una storia che merita di essere conservata, perché racconta un uomo prima ancora che un architetto, e perché restituisce alla memoria collettiva un episodio che appartiene tanto alla storia locale quanto alla biografia affettiva di uno dei più grandi maestri del Novecento.

Il grande Carlo Scarpa a Quero testo di autentico Marcello
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