Perché? La domanda più logica e ricorrente di questa strana vita che ho scelto di interpretare. Qualcuno parla di legge dell’attrazione, un sistema secondo il quale si riceve ciò che si desidera realmente, in positivo e in negativo, ci si circonda di ciò che il proprio animo è disposto a recepire. Non me ne voglia l’idiota che ha formulato questa scienza dello spirito, ma il fatto è che quando mi alzo la mattina e vedo il mio volto allo specchio, so che sarà tutto lo stesso, quasi come quel film in cui il tizio si alza dal letto e ripete sempre la stessa giornata. Al giorno d’oggi dicono che avere un buon fisico serva a farsi notare, che possa aprire più porte rispetto a chi invece va avanti così com’è. Allora via a fare i miei esercizi, trecento addominali e cento piegamenti sulle braccia, niente male davvero. Ma dopo un po’ eccola di nuovo piombarmi nella mente come un bicchiere che casca sul pavimento senza che tu te ne accorga, perché? Non lo so, perché mi piace, perché mi sono convinto che è questo quello che devo fare, è questo ciò che devo a me stesso e a chi ha fatto tanto per me. Accendo il computer, e guardo la posta, ancora nessuna risposta, e pensare che fa anche rima. Non mi butto giù, d’altronde negli ultimi due giorni avevo inviato solo una decina di e-mail di lavoro. Pazienza qualcuno risponderà. Faccio la doccia, e al calore dell’acqua sulla mia pelle si unisce il riflesso argenteo del sole attraverso la finestra; sorrido alla vita, perché se per un attimo ella decide di fare lo stesso, guai a girarle la faccia. Mi vesto elegante, sembro proprio il soggetto ideale per un film esistenzialista che no farò mai. Perché non sono bravo? Al contrario perché li odio. Avevo ricevuto la sera prima la chiamata da parte di un’agenzia, che mi dice, “lei è risultato idoneo nella nostra selezione, venga domani per un secondo colloquio”. Sull’autobus guardo fuori dal finestrino i ragazzini che vanno a scuola, non posso non sorridere, perché la gioia di chi non conosce il proprio futuro e di chi non sa nemmeno cosa sia il futuro ti tocca il cuore. Ma non sono pessimista affatto, non voglio confondere il mio vivere la realtà con lo squallore di un disoccupato post laureato. Io quando ero bambino scrivevo commedie alle scuole elementari, che inscenavo anche con una certa precoce maestria. Creavo racconti per marionette che io stesso creavo e davo vita, al centro di palchetti costruiti con cassette di frutta e stracci della mamma. Avevo il mio pubblico.
Giungo all’agenzia, e mi tocca aspettare, mentre aspetto faccio il punto della situazione sul perché ero lì. Avevo risposto a un annuncio in cui si cercavano urgentemente ragazzi per un imminente film, io avevo fatto il provino, una cacatella su parte della durata di due minuti, che puntualmente avevo fatto male perché ero teso, dato che si trattava della mia prima volta davanti a una telecamera. Il direttore mi disse che i tre anni di accademia che avevo fatto non si erano visti per niente, e che in quelle condizioni non avrei mai potuto interpretare un ruolo serio. Sono un tipo risoluto quando mi va, allora prendo il direttore e gli chiedo di farmela rifare, lui all’inizio ci pensa su e quindi accetta, dicendomi che nessun altra agenzia me l’avrebbe concesso. Reinterpreto la parte come meglio non si poteva, lottando sia contro il nervosismo, sia contro l’omuncolo che mi dava le altre battute, sia contro l’astio nei confronti di quell’idiota che aveva scritto quella porcheria. Il direttore era entusiasta e mi dice che sarei stato ricontattato. Mentre ripenso a tutto questo al mio orecchio arriva la voce squillante di una giovane donzella che pronuncia il mio nome. Una volta dentro il tipo comincia a parlare, il mio sorriso vivo è in attesa di scoprire cosa il mio talento mi avrebbe portato. Il direttore comincia a elencare le mie capacità, le mie prospettive, e tutta una serie di progetti grandi e piccoli che si sarebbero realizzati nell’imminente futuro, ma qualcosa mi puzzava, quelle parole erano “carta conosciuta”. Intorno a me diventa tutto bianco, ci siamo solo io e il direttore, che continua a muovere le labbra ma io non lo sento, mi sembra tutto così maledettamente assurdo, fino a quando riesco a captare qualcosa che mi riporta in quel bell’ufficio con tante foto di vip attaccate alla parete.
“Come ha detto scusi?”.
“300 euro, per inserirla nel nostro database, ovviamente le ritorneranno tutti poco dopo”.
La vita è più vera di quello che si pensa. Con lo sguardo perso oltre la finestra alle spalle del direttore, mi alzo, gli volto le spalle ed esco. Quella sera a casa mi siedo di nuovo davanti al mio portatile, lo accendo, e noto con grande stupore che la casella della posta in arrivo è illuminata, la apro, con calma per godermi il momento, non sarà mica… i risultati di un gioco di calcio on line. Squilla il telefono, è mia madre. Sullo schermo del telefonino appare la foto di mio padre in pigiama, foto che gli avevo fatto all’età di 18 anni, il che significava che mi stava chiamando dal suo cellulare. Cosa le avrei detto? Le avrei raccontato quello che era successo? Che per l’ennesima volta nulla di nuovo era accaduto. Quando senti dalla sua viva voce la domanda “Allora, cos’hai fatto oggi?”, diventa davvero un cazzo di film esistenziale. Il telefonino smette di suonare, il rubinetto alle mie spalle comincia a gocciolare. Metto su un film, in fondo, domani è un altro giorno.
E poi chissà testo di Ettore Baldassarre