una storia

scritto da ugola bianca
Scritto 13 anni fa • Pubblicato 13 anni fa • Revisionato 13 anni fa
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Autore del testo ugola bianca

Testo: una storia
di ugola bianca

L’uomo era alto. Abbastanza sicuro di sé da rischiare e troppo occupato ad ascoltare le disgrazie altrui per immaginare di cacciarsi nei guai.
La donna era triste. Già oltre la propria disperazione per fermarsi in tempo davanti a tiepidi scrupoli.
Bevo, dottore, per sopportarne il peso, della vita intendo. Non che mi si possa definire un’alcolista. Ho solo scoperto il rito infrasettimanale dell’aperitivo, prima di restare regina pur contrastata della cucina all’ora di cena. Se vuole entrare nell’intimo di questa mia esperienza dovrebbe venire con me, una volta.
Era distratto, forse, quando calò il capo a dire sì.
Il locale era sufficientemente pieno da non prestare attenzione a quella improbabile coppia al banco.
Ancora troppo presto perché fosse l’oscurità a nascondere il loro stupore. Già troppo tardi per tornare indietro. La mano di lei stringeva il bicchiere. La mano di lei si lasciava accarezzare.
Le mani si intrecciarono come i pensieri. La mano di lei, la mano di lui. Mani come promesse senza futuro. Mani ansiose di adesso, protese al subito, qui, ora. Mani che posano i bicchieri. Mani che si alzano in fretta. Mani che sono già oltre, lontano dalle altre mani, al buio, in un angolo improvvisato di intimità. Mani che trascinano braccia, gambe, bocche. Mani che sono corpi e capelli, fiato e calore, sudore e respiri.
Abbiamo finito, signora.
Il silenzio tra i due era durato un attimo di troppo, il tempo di un sogno ad occhi aperti. Anche per quella volta il loro incontro era stato banale, come tutta la vita, niente che potesse farne una storia, da raccontare, almeno.
Ci vediamo tra una settimana, alla solita ora.
No, avrebbe voluto urlare. Tra una settimana o tra un mese, cosa cambierà se non l’avere fatto passare altro tempo tra la mia vita e la sua, vite che non si incontreranno mai, neanche nell’emozione di un sogno.
D’accoro, a giovedì allora.
Era fuori. Fuori da lì, fuori di sé. Camminava spedita, come sempre, come prima quando c’era un posto dove andare e la voglia di arrivarci in fretta. Superò l’auto parcheggiata, proseguì lungo il viale semideserto per un tempo interminabile finché non scorse l’insegna illuminata, entrò senza fermarsi nel locale e trasalì. Lui era là. L’aspettavo, disse. E’ in ritardo mi pare, è già ora di cena.
Sorrise, incautamente, e si avvicinò. Vicino, e terribilmente lontano. In un altro spazio, in un altro tempo. Con un altro uomo. Un’ombra passò ma fu un attimo. Sorrise ancora e tese la mano. Lui le porgeva un bicchiere. Lo prese, il sogno ora poteva cominciare. Avrebbe avuto una storia da raccontare.
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