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Taglio i fili adesso
sul tavolo del giorno.
Vi ho portato sulla schiena
per troppi inverni,
nutrendo i vostri morsi
col sangue dei miei sabati,
ubbidendo a quella voce di fumo
che mi dettava i passi.
Ma le mie mani
si sono svuotate di voi.
Per far spazio alle vostre pretese
ho dovuto rimpicciolire il mio sangue.
È scaduto il vostro contratto
di locazione nella mia testa.
Basta con i vostri calcoli,
con le gabbie di nebbia,
con i doveri lasciati a marcire
intorno al mio collo.
Non ho più un briciolo di carne
da gettarvi in pasto.
Prendete i vostri inverni
e andatevene.
Il mio corpo non è più la vostra stanza,
la mia mente non è più il vostro ufficio.
C’è un richiamo profondo
che viene dalle costole,
un’urgenza pulita
che spinge via le vostre ombre.
Io mi riprendo i piedi
e la strada.
Voltatevi dall’altra parte,
lasciatemi camminare,
lasciatemi sbagliare.
Da oggi
sputo il vostro sapore.