Squillò il telefono. Era l'una di notte. Mi alzai assonnata e attraversai il corridoio, rischiando di schiantarmi ad ogni letto o corpo che mi si parava davanti. Alzai la cornetta e sentii l'inconfondibile voce di Laurenn, ubriaca fradicia, che parlava a fatica. Dovetti prestare molta attenzione alle sue parole, che si confondevano con le mille voci del locale in cui si trovava, con risate esagerate e orribile musica a tutto volume. "Claudia, ciao.. scusa l'ora, ma ho bisogno veramente di aiuto. Sono a San Lorenzo, nel locale in cui siamo andate qualche anno fa, ricordi?.. Due tipi mi stanno fissando da un po' e non so cosa fare. Ho pagato il conto e mi stavo per alzare, ma ho visto che quei due facevano lo stesso. Che faccio? Ho paura.."
Io mi stavo ancora riprendendo dal tepore avvolgente del sonno, ma riuscii ad avere abbastanza lucidità per prendere la decisione adatta:" Rilassati Lur, sono là fra 20 minuti."
Sentii la sua voce più tranquilla e attaccai. Mi diressi verso il bagno togliendomi l'enorme maglietta che mi aveva regalato quello stronzo del mio ex e che ormai utilizzavo solo per dormire. Misi i primi vestiti che trovai nel cassetto dell'armadio e mi sciacquai la faccia. Un filo di trucco ed ero pronta; alla faccia di quelli che dicono che noi donne siamo lente a prepararci.
Uscii di casa, se mai una stanza di 50 mq occupata illegalmente e straripante di studenti medi e superiori si può chiamare così, e respirai l'aria fresca: era Settembre, il cielo era nuvoloso e minacciava pioggia. Nonostante l'ora e il fatto che fosse sabato sera la strada era deserta. Solo qualche macchina passava di rado, illuminata da quei pochi lampioni che ancora resistevano al degrado. Scrollai la testa e indossai il casco guardando l'orologio: stavo già facendo tardi e conoscendo Laurenn, sarebbero bastati pochi minuti in più a provocarle una crisi di panico. Accesi il motore e partii, pronta a tirare la mia amica fuori dai guai, per l'ennesima volta.
Entrando nel locale la puzza di alcool mi si impregnò nei vestiti e si appiccicò alla mia pelle. La luce era accecante. Passai in rassegna ogni tavolo, finchè non la vidi; Era rossa in viso e minacciava di svenire da un momento all'altro. Mi chiesi come si fosse ridotta in quello stato. Avvicinandomi notai due ragazzi dallo sguardo eccitato, col doppio taglio e i vestiti larghi. Avevano collane al collo e cappellini in testa. Li squadrai schifata; erano i classici tipi pronti ad approfittarsi di chiunque fosse solo e in difficoltà. Arrivata al tavolo di Laurenn la fissai in volto, le diedi uno schiaffo e la trascinai fuori. Uscendo uno dei due ragazzi fece per seguirci, ma l'altro lo trattenne per un braccio sussurrandogli qualcosa all'orecchio. Io gli lanciai uno sguardo sprezzante, e uscii sputando per terra.
"Non ci sarò sempre io ad aiutarti, idiota. Li hai visti? Ti potevano stuprare da un momento all'altro! Che ci facevi là da sola? Perchè cazzo eri ubriaca?" le urlai contro. Non moderai le parole evidentemente, perchè non feci in tempo a terminare la mia predica che scoppiò a piangere e si accasciò per terra sull'asfalto duro, ricoperto di sterco di topo o di chissà quale altro animale. Da quando la gente aveva smesso di pagare la tassa sui rifiuti, i più per disperazione ma altri perchè rinchiusi nelle proprie ville e dimentichi del mondo esterno non lo credevano necessario, i rifiuti giacevano in ogni angolo della strada, come cadaveri abbandonati a sè stessi e lasciati insepolti.
Vedendola stesa lì fra quelle porcherie provai un senso di disgusto nei suoi confronti del quale mi sentii subito in colpa. "Dai, andiamo" le sussurrai con voce colpevole "ne parleremo domani".
La caricai in motorino e, arrivata faticosamente nel palazzo scuro di sedici piani dove ormai, nonostante il caos, passavo intere giornate a studiare, la feci sdraiare sull'unico divano presente nella stanza. "Grazie al cielo è libero, anche Sergej è uscito" constatai mascherando la soddisfazione. Gli altri dormivano: alcuni per terra su un tappeto, quelli più fortunati sui materassi. Di letto ce n'era uno, quello in cui stavo dormendo io, che notai con fastidio essere già stato occupato da uno sconosciuto.
Mi sedetti vicino alla mia amica, in silenzio. Aveva a stento tenuto gli occhi aperti per tutto il tragitto e ora, con la pace apparente che regnava per la stanza, poteva finalmente chiuderli e concedersi un po' di sonno.
Ma un po' sentivo di avercela con lei e, accarezzandole la testa, non glielo permisi: sussurrando, cominciai a rievocare i ricordi che ormai bombardavano la mia testa cercando di uscire e che dovetti far fatica a rimettere in ordine:
Ci eravamo conosciute tanti anni prima che sembravano secoli, a una manifestazione. Distribuiva volantini per la libertà palestinese e io portavo sulle spalle la bandiera di Gaza. Questo ci avvicinò e cominciammo a discutere sulle possibilità che i Palestinesi avevano di essere riconosciuti come nazione e come popolo, della necessità di interrompere gli scambi economico-commerciali con Israele e dell'importanza della libertà. La musica forte rallegrava gli animi e i nostri pensieri trasmettendoci ottimismo e speranza. Notai subito la sua aria intelligente, il suo sguardo acuto e quella sua mania di correggermi ogni qual volta dicessi qualcosa di sbagliato, che in circostanze diverse mi avrebbe irritato, ma per cui quel giorno gli fui sorprendentemente grata. Camminammo vicine per tutto il corteo, e la sera mi invitò a mangiare a casa di alcuni suoi amici. Così cominciò la nostra amicizia. Con il tempo però lei perse interesse per la politica, conobbe le droghe pesanti e la dipendenza dall'alcol. Gli amici si allontanarono tutti; rimasi solo io e qualche compagno tossico. Cercai mille volte di farla smettere, provai con ogni mezzo. Continuavo a leggere libri e vedere documentari sui rimedi possibili, ma al momento di metterli in pratica cadevo in confusione e risultava tutto quanto inutile. All'età di 19 anni i genitori la trovarono moribonda sull'uscio di casa, le braccia ricoperte di lividi, l'alito caldo e pregno d'alcol. La madre scoppiò a piangere, e il padre cadde in un silenzio che sarebbe durato per i due anni seguenti.
Da quel giorno il clima in casa non fu più lo stesso. I genitori la evitavano e la madre tornava il più tardi possibile dal lavoro, inorridendo al pensiero di dover rivedere sua figlia. Laurenn, dal canto suo, passavo giornate intere nella sua stanza a maledire sè stessa, la sua vita e la sua famiglia, rimuginando sempre più sull'idea di scappare di casa: per lei lì non c'era più posto.
E fu così che tenne fede al suo proposito qualche settimana dopo. L'aria in casa era diventata irrespirabile e il continuo mutismo del padre, il vuoto e la disperazione la stavano uccidendo.
Prese le poche cose che le servivano e si rifugiò a casa di un'amico, anche lui tossico, che in poco tempo divenne il suo ragazzo. I due facevano piccoli lavori part time principalmente, per distrarsi e per evadere la triste realtà che avvolgeva le loro vite. Ma ciò che gli permetteva di vivere e di comprare eroina erano gli aiuti economici del padre di lui, senza i quali probabilmente sarebbero stati costretti a vagare per la strada senza dimora. La vita era dura, ma si sostenevano l'un l'altro per quanto potessero. Una notte Laurenn, stravolta dalla droga e dalla vodka, si risvegliò con una sensazione terribile di nausea e corse in bagno per vomitare. Alzando il viso pallido, colorato unicamente da occhiaie scure, si ritrovò davanti il calendario sul quale segnava accuratamente le date del suo ciclo (una delle ultime buone abitudini che le erano rimaste) e si accorse di avere un ritardo di due settimane. "Merda." esclamò. Barcollando si diresse al telefono e sfogliò la rubrica che notò per la prima volta sul mobile bianco davanti alla porta. Fra i numeri sbiaditi lesse il mio; incredibilmente si ricordava ancora di me. Parlammo a lungo di quello che era successo e di quello che avremmo dovuto fare, nonostante i suoi continui piagnucolii e idiscorsi ingarbugliati e scordinati. "Voglio abortire, Claudia, non sono pronta ad avere un figlio. Non sono nelle condizioni adatte.. Non voglio rovinarmi la vita. E soprattutto non voglio rovinarla a lui"
"Oh dio.. Laur. Ti capisco, è una tua scelta. Vediamoci domani sotto casa tua. Verrò con la macchina del mio ragazzo e andremo da una mia amica ginecologa." Biascicai in un sussurro. Ero sconvolta quanto lei. Mi bastò una telefonata a perdonarle tutti quegli anni di assenza e di voluto distacco. La mattina dopo mi presentai puntuale, salii in casa sua e la aiutai a scendere. "Andrà tuttto bene, vedrai. Ne sono convinta." le dissi fissandola, cercando di mascherare l'insicurezza della mia voce. Salite in macchina, mi raccontò che aveva accennato la cosa al suo compagno, che, ubriaco com'era, aveva cominciato a urlare ed era uscito di casa sbattendo la porta. "Non credo tornerà più.. Ho scelto il momento peggiore per dirglielo".
Arrivammo in una strada costeggiata da case eleganti e perfette in ogni loro particolare. I fiori nei balconi erano curati ed emanavano un profumo che entrando dai finestrini ci pervase, aiutandoci ad allentare per quanto possibile la tensione.
"E' qui il posto, siamo arrivate" sussurrai simulando un sorriso. Poi presi il cellulare e composi il numero di Julie, la ginecologa, facendo strada a Laurenn dentro un cortile largo e ombreggiato.
"E’ tutto pronto, ci sta aspettando. Non pensavo fossero così ben organizzata qui, dice che l'operazione durerà poche ore." “Bene.” Si limitò a rispondere; gli occhi grandi spalancati, fissi sull’entrata della palazzina.
Avrei voluto aiutarla a distrarsi, a pensare ad altro, ma la voce mi si bloccava in gola, avevo l’impressione di essere quasi più spaventata di lei.
Varcammo la soglia del palazzo che avevamo davanti e salimmo sull'ascensore. Laur era nervosa, tremava. "Voglio smetterla di essere la vergogna dei miei genitori, di sentire il mio nome pronunciato con disgusto da quelli che prima si dicevano miei amici. Rivoglio la mia vita di prima, voglio cambiare. Avvicinandomi all'alcol e alle droghe pensavo che la mia vita sarebbe cambiata in meglio. Detestavo l'apparente monotonia in cui vivevo e le mie abitudini da borgese. Volevo darle un taglio radicale. Il mondo della clandestinità mi ha sempre affascinata, come la gente che lo popola.. Non avrei mai immaginato di potermi ridurre in questo stato pietoso. Aiutami tu, sei l'unica corda a cui posso aggrapparmi.. Sei l'unica risorsa che mi è rimasta. Voglio ricominciare da capo, avere una vita normale, come la tua." e pronunciando queste parole non ruiscì a trattenere le lacrime . Le presi il viso con convinzione "Ehi, smettila immediatamente. Puoi uscire quando vuoi dalla situazione in cui sei piombata, l'importante è volerlo ed essere disposti a combattere per vedere dei risultati. Io ti starò vicina, ma tu non ti arrendere. Prendi l'operazione che ti aspetta come un punto netto della tua vita, come il momento dopo il quale tutto cambierà. Io sono con te, ti voglio bene" La abbracciai, e salimmo così avvinghiate gli ultimi due piani.
Sedevo nervosa su un divano la cui comodità e morbidezza mi irritavano. L'ansia mi invadeva il corpo e i nervi. L'odore di medicinale misto a quello di anestesia mi riempiva le narici. Intorno a me non c'era molta gente, solo una segretaria con un occhio vigile sul telefono e l’altro sul computer, un uomo che leggeva il giornale e una vecchia donna che non faceva che camminare avanti e indietro già da un lasso di tempo che cominciava a sembrarmi interminabile. Un telecronista dalla voce stanca e meccanica elencava le notizie del giorno, con una tale convinzione da renderne evidente la mistificazione a chiunque fosse sano di mente.
Erano già due ore che stavo lì e non avevo ancora avuto notizie sull'andamento dell'operazione. Mi sembrava di stare sull’orlo di un baratro: buio e infinito, non ne vedevo la fine, ma bastava che alzassi lo sguardo per vedere dalla parte opposta un futuro luminoso in compagnia di Laurenn. Era ripiombata nella mia vita nel momento esatto in cui la rassegnazione e la banalità della mia vita stavano cominciando a far barcollare i miei ideali.
..stavo sognando ad occhi aperti. Bastò che la voce dell’omuncolo al di là del televisore interrompesse la sua cantilena per farmi tornare all’ipocrita realtà di quella stanza e della gente che la condivideva con me.
Mi alzai di scatto, in preda all'esasperazione, e mi avviai spedita verso il corridoio bianco e buio che portava alle camere dei pazienti. La segretaria provò a dirmi qualcosa, ma non mi ci volle un grande sforzo per ignorarla. Mano a mano che passavo davanti alle numerose porte che spiccavano fra le pareti bianche, pulitissime, leggevo i nomi di chi stava dentro. Il nome della mia amica sembrava non dover apparire mai. Mi ritrovai inconsciamente a correre, con le gambe che quasi mi cedevano. Alla fine, all'ultima porta quando ormai avevo perso ogni speranza, lessi il tanto agognato nome:"Laurenn".
Spalancai la porta, ormai convinta che la visione che mi aspettava sarebbe stata quella del livido corpo di una ragazza ricoperto di sangue. Trattenni il respiro aspettandomi il peggio, ma, con non poco stupore, quello che vidi quando misi a fuoco mi commosse infinitamente: Laurenn stava al capo del letto, con un bicchiere di aranciata in mano e un po' più di colore in faccia. Mi guardava con l’espressione di chi se lo aspettava che la porta si sarebbe spalancata da un momento all’altro facendomi piombare dentro.
Corsi ad abbracciarla e, con mia grande sorpresa, mi sorrise. Rimasi a bocca aperta.
Julie si fece avanti raggiante: "l'operazione è andata meglio del previsto! Inizialmente la ragazza era sconvolta e le ho dovuto mandare uno specialista, uno psichiatra, che mentre il corpo si riposava sotto l'effetto dell'anestesia, le ha permesso di mettere in pace anche la mente. Le ha fatto vedere le foto di suo figlio, anche lui ha avuto problemi con la droga, è finito in prigione due volte, ma grazie all'aiuto della psicanalisi e degli amici che gli sono stati accanto è uscito fuori dall'incubo che era la sua vita, ritornando ad essere il ragazzo sveglio e intraprendente di una volta". Mi fece cenno di seguirla nell'altra stanza, sorridendo: “Lo sai, Claudia, qui siamo molto aperti e non facciamo problemi di alcun tipo. La tua amica ha sopportato una prova dura che molte donne non trovano il coraggio di affrontare. Lei ce l’ha fatta perché ha coraggio. Adesso però ha bisogno di te, non deve per nessun motivo al mondo rimanere da sola. Soprattutto nei mesi che seguiranno. Ha bisogno di te, è tu devi farti carico di una grande responsabilità.” Poi mi guardò negli occhi e continuò con espressione più grave senza aspettare una mia risposta: "starà qui qualche giorno, quando si sarà rimessa ti chiamerò e insieme contatteremo la sua famiglia. Ovviamente l’operazione e la permanenza hanno un costo, credo che tu già lo sappia. So che è profondamente ingiusto aggiungere l’onero di una spesa al dolore e ai sensi di colpa che la invaderanno, ma sai benissimo in che stato sia la sanità pubblica, quasi il 90% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le interruzioni clandestine di gravidanza abbondano in questo paese, provocando molto spesso il decesso, altre volte la sterilità. Ormai è diventato quasi un tabù: nessuno ne parla perché a nessuno interessa. Almeno finchè non ti tocca, è logico. E allora cominci a chiederti come sia possibile, che paese è mai questo dove una donna vittima di abusi, senza le possibilità economiche per crescere un figlio o l’età adatta si ritrova nell’incertezza, davanti a un bivio che non ha scorciatoie: mettere in pericolo la propria vita o quella di un bambino arrivato per sbaglio e senza un futuro. Noi siamo qui apposta, per contrastare questa vergogna, ma come sai tutto questo ha un costo. Cerchiamo di alleggerire le spese a chi non può permettersi nulla, ma molto spesso dobbiamo sbattere la porta in faccia a una donna in lacrime, spedirla a qualche ong a noi affiliata, anche se priva degli agi e delle sicurezze che puoi trovare qua. Ormai tutto ha un costo, anche quella poca aria pulita che respiri.. " Mi bisbigliò all'orecchio, gli occhi umidi bassi per la vergogna.
Mi limitai ad annuire, cercando di reprimere la rabbia rinnovata da quell’ingiustificabile, bruciante consapevolezza.
Tornai a casa sconvolta dalla fatica dell'attesa e dall'ansia, ma felice che tutto fosse finito bene, almeno per Laurenn. Forse sarebbe riuscita a dimenticare, e a godersi finalmente gli anni più belli della sua vita. Io ero decisa a non lasciarla andare mai più, ormai dovevo proteggerla come una sorella. Ne aveva bisogno.
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