Troisi, sorrisi, canzoni e Non

scritto da Francesco Giardina
Scritto 4 giorni fa • Pubblicato 4 giorni fa • Revisionato 3 giorni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Francesco Giardina
Autore del testo Francesco Giardina

Testo: Troisi, sorrisi, canzoni e Non
di Francesco Giardina


Non mi resta che piangere? 
Il film dice 'ci".
(È appena cominciato).
Timvision, lo guardo.
Scrivo. Lo continuo a guardare 
e scrivo..
scrivoguardo guardoscrivo.

Sto abbracciando tutta l'incertezza dell'essere moderno.
La sofferenza atroce è  che, mentre lo faccio, difetto di altruismo; mi crolla addosso tutto un sudario, come se in religioso silenzio non stessi più piangendo per l’umanità: avverto solo un egoistico essudato freddo.

Fa proprio tanto caldo  qui a Palermo, sudo per me stesso e non per altro. Ma soprattutto, mentre  mi accingo a questo faticoso e fragoroso abbraccio, rischio di perdermi il più bello: la (scena della) scopa di Leonardo.

Ma andiamo avanti, cercherò di fare prima quanto posso.

Intanto vi dico subito che non sarà un bel mattone, peggio. Quel che segue, v’avverto, è un’appiccicaticcia e posticcia 'filosolfa" ipo-sentimentale.

Quel che  leggerete non fa né bene né male, ma bene o male fa quello che deve fare: arrivare per tempo alla scena cruciale, alla battuta che mi interessa. Direi che è sufficiente appena a quello. Ecco, lo definirei un testo politicamente  intollerante e filosoficamente parecchio insufficiente. Un 6 politico dato sulla mia fiducia. Stiracchiato. Come vorrei trovarmi adesso; che me ne starei  bello stecchito e comodo sotto a un condizionatore, al fresco e al riparo dalla calura afosa di certi pensieri. E invece soffro, scrivo abbraccio guardo sudo e soffro.

Chi vuol dunque continui, altrimenti fa lo stesso. Qua e là  nel pezzo troverete una pezza fresca per asciugare il mio sudore. Il vostro climatizzatore funziona bene? E allora non temete, non suderete fino a quel punto: 25 gradi a deumidificatore dovrebbero bastare.

  

Ora m’appresto e lo faccio dall’inizio senza soggetto, e vi dico che questo non soggetto - che d’ora in poi chiamerò ‘Non” -  forse sta perdendo forma perché si adatta a tutto. Perché in fondo, forse un poco pure così ci piace. Sta benissimo e gode di buona salute 'Non";
sta benissimo ovunque, persino tra ovaie e sperma, anzi è proprio là che ci calza a pennello. ‘Non” è sempre in formissima, e performa e deforma a vista d’occhio e divinamente, mentre si perde di vista la stima della scena a scapito proprio do se stesso,
del nostro autentico soggetto.

È la scopa dell’assurdo il copione dentro al quale si muore di ‘Non”:
dal manico al manicomio, ci scopa e ci rastrella, sino alla follia.
E poi la morte che ci spazza via come fossimo polvere o avanzo di niente; come avanza ci scarta e ci butta
a suo piacimento.

È l'assuefatto senso di non colpa a renderlo così tanto ambiguo e poco chiaro. Impossibile distinguere cosa sia 'Non":  il soggetto o l’oggetto?
E tutto si complica maledettamente
di quotidiano,
fino ad eterno raffermo,
e ciò a discolpa dell'abitudine.

Come dirvi che io credo non per noia e non a caso che ci stiamo uccidendo tutti per molto meno.

 

Esagerato? No, Ester Refatto, la meravigliosa e misteriosa  donna ombrosa del progresso ormai scomparso. Era cubana, di fallite dittature socialiste e di plusvalenze capitaliste. Perché  forse il danno fu proprio il precoce distacco dal nome della placenta etico-sociale, e la conseguente anagrafe che consegnò l’aborto alla parola e alla sua farsa  punteggiatura, sin dall’origine. Come ad esempio la non più meraviglia o lo smarrito sgomento che proviamo  quando ci sforziamo di empatizzare col senso nobile della causa vita. Che pure la scienza ce lo ha detto; che il senso di vuoto che sentiamo è ancora prima fisico; che  l’umanità è grande quanto una zolletta di zucchero. Ma io, seppur creda che meccanicamente sia virtuosamente effettivamente quello, dissento sia nella forma che nella sostanza:  la materia umana dolce quanto una zolletta? Non sono d’accordo e  dissento non solo sulla dimensione, che lo so che siamo attaccati ed espansi per spirito, ma anche sul fatto che siamo dolci forse ho più di un dubbio.

E anche quando non lo saremmo, una zolletta amara mi sembra pure poca a giustificare tutta questa immensa amarezza nel vedere così poca dolcezza.

Forse è che  non sappiamo più cosa esclamare  al posto delle nostre emozioni, cosa mettere nei troppi punti falsi lasciati in sospeso velocemente. Punto.

(E lo metto in alto con questo pezzo).

 

Persino l'imprecisione soffre arrancando. Vedo che c’è troppa abbondanza di fiducia verso una certa mancanza di identità precisa.

Una sorta di falso mito che ha perso il sopravvento: non tira più un alito di speranza. Ci prende per mano l’ansia da competizione,  immersi come siamo dentro uno strumentalizzato e ben congeniato sistema architettonico. Imprigionati ‘pirandellanamente’  dentro una struttura che sovrastima la mitizzazione dell’essere più disumano.

Quando invece  è solo uno smontare di pilastri attorno un fondamentale equivoco che fa da base e da maceria. Un confronto impari,  soprattutto se si pensa -così come ci obbligano a fare- che non ci siano più nodi da sciogliere; che si vive mossi da venti fermi: da un lato la morte che soffia forte e dall’altro si spegne tutto.

 

Qualcuno dice che non ci sono più i forse di una volta, e forse è davvero  così.

È la cultura del dubbio estremo che sta prendendo campo.

Il precario e disumano esitenzialismo di chi ha dimenticato il motivo della fila. Esistere per esitare, esitare di esistere.

Il dubbio è che manchi la fila di chi cerca un’altra coda.

Ma adesso la comincio io la danza dei forse allegri. La ‘forsa delle mie Marianne”.

Che  forse è la coda dei capelli fatta male?

O una parrucca e una maschera pronta che ci aspettano ad ogni biglietto staccato dal grembo?

Che forse eravamo già in attesa di un posto da trovare anche prima di nascere?

Come fossimo i protoni antagonisti di un  film atomico mai visto, seppur girato  altre miliardi e miliardi di volte. Così da sempre.

Ma ai giorni nostri vivere è ancora più virtuale di prima, perché siamo stati mandati in onda fuori dal tempo in un futuro troppo modello e moderno.

 

Forse è stata la perduta peluria del nostro estinto, che dello smarrito filo interdentale non ha lasciato varco al pelo, soffocati dalla glabra noia.  Un  sorriso davvero smagliante, probabilmente solo una paresi, meglio ancora uno sbadiglio.

Ma del nostro molare bianco cos’altro è che lo macchia e lo affila così tagliente fino a non farci sporcare di sangue nemmeno le vene? Si dice che sia la mola del momento, che  lima o  limo fa lo stesso; sarà ma a me questa palude di agrumi non sembra nemmeno più fango: siamo sempre tutti  onlime, puliti e ripuliti a salasso.

Eppure eravamo scimmie di latte, coi denti decidui. Oppure forse come ci dice il poro azzurroceleste sopra le nostre teste, eravamo bulbi petrolchimici caduti dentro al pozzo dello spazio.

O forse eravamo proprio le star di quel film? Messi come divi dentro la raffineria dell’universo iconico?

Icomici, propenderei per questo ideale conio a sottotitolo di coda.

 

Forse soffriamo intellettualmente di calvizie animali e morali, che proliferano a seguito, probabilmente, di una domanda multipla e di una crescente, esponenziale, uguale offerta: tutte più meno esatte e giuste, le risposte ai germi e ai batteri sbagliati. Un’offerta perita per eccesso di difesa. Non c’è dato ascesso a comprendere le vie dei tesori del dolore.

 

Perché non era il dente a fare male. E quel che è  peggio, la lingua ci batteva ma per finta. Si prendeva gioco della sua stessa effimera vittoria. Parlavamo di un poetico dolore che aveva perso il suo antico e sacro gusto che, piuttosto di palato fine, oggi direi che  si parla troppo poco di un’altra vera e  profonda ferita: la fine del giusto.

La lingua batte sempre tutto, e fotte e se ne fotte, non si cura se ferisce oppure perisce. Non si cura più la lingua, ed è un vero peccato, morire per poca igiene orale. Non sicura più è la lingua. Incerta balbetta, e tra di noi ci si para il culo continuamente,  come se le labbra avessero un’altra pelle. E cosi, mentre il cuore dall’altra parte della bocca boccheggia, si stacca la spina dal dolore e si diventa, prima che muti, per sempre morti che in vita parleranno per finta d’altro: Eutanasia e Ipocrisia.

Magari un’altra volta lo riprenderò meglio questo concetto, (forse).

 

Si dice tempo al tempo – certamente, il tempo è un gran signore - ma anche quello a quale costo?  Il tempo, era di carie, non più medievale. Era glaciale, era tutto tempo perso e imperfetto, che eravamo a tempo pieno nella scuola del tempo atteso.

E nel frattempo cresce la condivisione generale che manchi una reale risposta  alla domanda primordiale.

Prende forma  un enorme e mistico quiz che ci rimbomba in testa: chi cazzo siamo? Forse un collettivo nomade, un tuareg senza andirivieni, mal posizionato e indigesto, un boccone di cielo andato a male, di traverso. Mentre un solitario deserto avanza, si bara come distesi su di un prato verde di rabbia, quando è servita sopra a un tavolo viola pieno di carte non più da decifrare, la fine della mano e della partita; come se venuto da lontano, quasi per giocarci a sorte, il destino  avesse afflitto ai suoi piedi i nostri chiodi e ora ci chiede: Dove andate? Inchiodati da una innocente domanda si continua senza sapere di camminare in croce. In un altro tempo. Uno sull’altro.

Si viaggia di carrozza in carrozza, a carro e paracarri, come da dogana, come se stessimo per pagare dentro un biblico fiorino tutta la merce dimenticata per risponderci continuamente, riparando e ripagando con lo stesso vaffanculo che ci passiamo da una vita, l’un con l’altro. Uno solo, sempre lo stesso, manco quello siamo riusciti a cambiarlo. Avanti il prossimo e tanto altro tempo.

 

Non ci resta che rimpiangere Troisi. Adesso vado, altrimenti mi perdo la battuta della scopa. Questo pezzo chiamatelo come volete: delirio? Forse. Ma fosse per me lo avrei chiamato esitenzialismo.

Non esitate a farmelo sapere, forse per me va bene anche tutto, o semplicemente  Leonardo. Se fosse chiamatelo pure forse tutto, o tutto in parte forse. Io per adesso l’ho chiamato così come vedete.

 

Ah, eccola. La mitica scena:

- Per terra ci stanno asso di danari e otto di spade, tu in mano tiene otto e bastoni. Che pigli?

- settebello e asso di bastoni.

-Leonà, ma nemmeno a’ scopa, mamma mia do' Carmine e che è!

Troisi, sorrisi, canzoni e Non testo di Francesco Giardina
5