L'uovo azzurro - seconda parte

scritto da Vittoria Solari
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Autore del testo Vittoria Solari

Testo: L'uovo azzurro - seconda parte
di Vittoria Solari

L'uovo azzurro

Seconda parte


Marcello uscì il diciotto di agosto, un martedì, con un caldo che faceva sudare anche i muri.

Non andai a prenderlo. Non me l'aveva chiesto, e io lavoravo. Quando tornai dalla Bonfanti, alle nove e mezza, lui era in cucina, in canottiera, con la finestra aperta e la radio accesa, e aveva mangiato quello che c'era. Si alzò e mi abbracciò. Era dimagrito ancora, e aveva la pelle bianca di chi non ha visto il sole per sei mesi, e sotto la canottiera sentivo le costole. Mi disse all'orecchio: «Hai visto cosa mi hanno fatto.»

Io gli misi le mani sulla schiena. Dissi di sì, che avevo visto.

La sera dopo era già al bar. Lo sentii dalla finestra, perché d'estate il bar metteva i tavolini fuori e la sua voce saliva fino al secondo piano: raccontava San Vittore come aveva raccontato la montagna, e nel racconto San Vittore diventava un'altra prigione, una prigione politica, piena di compagni, e lui era quello che teneva su il morale a tutti. Poi, piano piano, la prigione diventava la guerra, e la guerra diventava la brigata. Io stavo alla finestra, al buio, e ascoltavo. Era come sentire uno che canta una canzone quando tu sai già che il disco ha un graffio, e aspetti il punto in cui salta. Lui non saltava mai. Non se ne accorgeva. Il graffio lo sentivo solo io.

Non gli dissi niente del giudice. Non gli dissi dei copertoni, né dello zucchero, né di Ventotene. Ci pensai molto, in quei giorni, e decisi che dirglielo non serviva. Avrebbe negato, o avrebbe inventato un'altra storia, un'altra montagna, e io avrei dovuto contare anche quella. E poi dirglielo voleva dire litigare, e litigare con un marito vuol dire restare nella stessa casa arrabbiati, che è peggio che restarci tranquilli. Io non volevo litigare con Marcello. Volevo che Marcello non ci fosse più.

*

Il divorzio non c'era. In Italia, allora, non c'era, e nessuno pensava che ci sarebbe mai stato. C'era la separazione, ma per la separazione ci voleva un tribunale, e un avvocato, e una colpa da dimostrare, e io avrei dovuto andare da Lidia e chiederle aiuto, e raccontarle tutto, e Lidia l'avrebbe fatto, lo so, ma io non potevo. E poi anche separati si restava sposati. Marcello avrebbe potuto tornare, una sera, bussare, dire che era suo diritto. Lo conoscevo. I diritti Marcello li sapeva a memoria, tutti, quelli veri e quelli che si inventava.

Così capii, una notte che non dormivo e lui dormiva accanto a me con la bocca un po' aperta e il braccio sopra la testa, bello come un angelo di pietra: che non potevo andarmene io. Doveva andarsene lui. E doveva andarsene per conto suo, contento, convinto di aver deciso lui, verso qualcosa che gli sembrasse migliore. Perché un uomo come Marcello non lo mandi via. Se lo mandi via torna, perché gli hai tolto una cosa e lui le cose che gli togli le rivuole. Bisogna che sia lui a lasciartela, e che la lasci perché non vale più niente.

Non sapevo come. Ma avevo capito cosa, e per una come me, che per tutta la vita aveva fatto quello che le dicevano gli altri, era già molto.

*

Il consiglio me lo diedero al parco, un sabato di settembre, le bambinaie.

Il sabato pomeriggio portavo i due bambini della farmacista al Parco Sempione, dalla parte dell'Arena, dove c'era una panchina all'ombra dei platani che era un po' la nostra. Ci trovavamo in quattro o cinque, ognuna con i bambini di qualcun altro: la Pina, che era veneta e stava da un notaio di via Canova; la Rosetta, giovane, con due gemelli terribili; e la Teresa, che aveva cinquant'anni, due mariti, uno al Monumentale e uno chissà dove, e una lingua che tagliava. I bambini correvano sulla ghiaia e noi parlavamo, sedute in fila, con le borse sulle ginocchia.

Quel sabato si parlava della televisione. La Pina, dai suoi, la guardava in cucina, e c'era uno sceneggiato, il sabato sera, con un attore che faceva il medico, alto, con i baffetti e gli occhi scuri, e la Pina diceva che quando entrava in scena le venivano le vampate. La Rosetta diceva che non era niente in confronto a quello dei gialli del giovedì. La Teresa diceva che gli uomini belli sono come le paste della domenica: le guardi in vetrina, le compri una volta, e poi ti viene il mal di stomaco.

«Io ne ho uno in casa» dissi. Mi uscì così.

Risero tutte. La Pina mi diede una gomitata. Sapevano di Marcello: in via Cenisio lo sapevano tutti, e al parco le cose arrivano prima che al giornale. La Teresa non rise. Mi guardò di lato, con gli occhi stretti, e disse:

«E te lo tieni?»

Io non risposi. Lei si accese una sigaretta.

«Il primo me l'ha portato via la guerra. Il secondo l'ho mandato via io, in due mesi» disse. «Senza avvocati, senza preti, senza niente. Per la legge è ancora mio marito, ma sta a Genova con un'altra, e io sto benissimo. Sai come ho fatto? Niente letto.» Soffiò il fumo verso i platani. «Un uomo senza letto dura un mese, due. Poi va a cercarselo da un'altra parte. E se lo trova, da un'altra parte, non torna più. Mal di testa, stanchezza, le cose delle donne. Tutte le sere. Vedrai come se ne va.»

La Pina rise ancora e disse che lei non ci sarebbe riuscita nemmeno con quello dei baffetti. La Rosetta si alzò a separare i gemelli. Io guardavo la ghiaia, e il figlio più piccolo della farmacista che ci scriveva sopra con un bastone, e pensavo alle camicie. Pensavo al mughetto, alla violetta, alla moglie del tabaccaio. Non dissi alla Teresa che Marcello un altro letto ce l'aveva già, e più di uno. Non lo dissi perché mi vergognavo, e perché, in fondo, pensai che valeva la pena provare.

Quella sera, tornando a casa con i bambini addormentati sul tram, uno per parte, mi accorsi che avevo paura. Non di Marcello. Di me.

*

Ci provai per tutto ottobre.

Il mal di testa, la prima sera. La stanchezza, la seconda, ed era vera: con quattro lavori la stanchezza non dovevo nemmeno inventarla, bastava non nasconderla. Poi le cose delle donne, che durarono più del dovuto, e Marcello non sapeva contare fin lì. Poi di nuovo il mal di testa. Mi giravo verso il muro, con la camicia da notte abbottonata fino al collo, e aspettavo.

Marcello non disse niente. La prima sera sbuffò, si girò dall'altra parte e si addormentò in cinque minuti. La seconda si rivestì e uscì. Tornò alle due, e il sabato, al lavatoio, la camicia sapeva di mughetto. Poi di mughetto sempre, con qualche sera di violetta, e io le lavavo, e il profumo andava via con l'acqua, e lui non mi chiese mai niente, né perché avessi sempre mal di testa né se stavo bene. Non gli pesava. Anzi, credo che gli facesse comodo: aveva una ragione in più per uscire, e io gliel'avevo data.

A me pesò. Questo non me l'aspettavo, e me ne vergogno ancora. Di giorno volevo che se ne andasse, e di notte, girata verso il muro, lo sentivo respirare accanto a me e lo volevo. Volevo la sua mano sul fianco, il peso del suo braccio, il suo odore che non era quello delle altre. Era l'unica cosa buona che avevo avuto da lui in cinque anni, e me l'ero tolta da sola, e lui non se n'era nemmeno accorto. Stavo sveglia a guardare il soffitto e pensavo alla Teresa, al suo secondo marito che se n'era andato in due mesi. Il marito della Teresa il letto lo cercava da lei. Il mio lo cercava dappertutto. Io non gli avevo tolto niente: mi ero tolta io.

Una notte di fine ottobre mi girai verso di lui. Non dissi niente, e lui nemmeno. Dopo, mentre dormiva, andai in cucina e mi sedetti al buio, e piansi, per la prima volta da quando lo conoscevo. Non per lui. Per me, che non ero stata capace di resistere nemmeno un mese a un uomo che non volevo più.

Poi smisi di piangere, perché piangere non serve e io le cose che non servono non le faccio. E pensai. E pensando, seduta al buio, con la zuccheriera davanti, la guardai.

La zuccheriera. Sotto la zuccheriera, ogni mattina, da cinque anni, i soldi per le sigarette. L'affitto pagato il primo del mese. La cena calda. Le camicie pulite. La radio che aveva comprato con i visoni, ma la corrente per accenderla la pagavo io. Marcello non restava per me, e non restava per il letto: il letto l'aveva altrove, quanto ne voleva. Restava per la zuccheriera. Restava perché io lavoravo, e perché una donna che lavora, per un uomo come lui, è una casa con l'affitto basso. Il giorno che l'affitto fosse salito, sarebbe andato a cercarne un'altra.

Dovevo diventare povera. Non davvero: agli occhi di Marcello.

*

Non bastava dirgli che avevo perso il lavoro. Lui lo sapeva, che di lavoro ne trovavo sempre: tutta via Cenisio lo sapeva, che la Elena lavava bene, lavava presto, e non rubava niente. Avrebbe aspettato. Avrebbe detto «vedrai che ne trovi un altro», e avrebbe aspettato, sotto la zuccheriera vuota, che la riempissi di nuovo. Doveva credere che non potevo più lavorare nelle case. Che le porte, per me, erano chiuse. Come diceva lui del casellario.

E una donna di servizio, le porte, le trova chiuse per una cosa sola.

Ci pensai per una settimana. Ci pensai sulle scale, al quarantesimo gradino, dove avevo visto passare i carabinieri. Ci pensai dai Moretti, alle undici, bevendo il caffè con Lidia, e non riuscivo a guardarla. Ci pensai la sera alla Bonfanti, lavando il gabinetto degli autisti. E più ci pensavo più vedevo che doveva essere Lidia. Non poteva essere nessun'altra.

Lidia mi voleva bene. Se avesse pensato che l'avevo derubata, mi avrebbe mandata via: questo sì, perché era una donna giusta, e una donna giusta non si tiene in casa chi la deruba. Ma non mi avrebbe denunciata. Lo sapevo come so dove scricchiola un gradino. Lidia faceva l'avvocata, e di donne come me, in tribunale e in prigione, ne aveva viste tante; e una volta, alle undici, parlando di una cliente, mi aveva detto che la galera non aveva mai reso onesto nessuno, e che lei, a una persona a cui aveva voluto bene, non l'avrebbe augurata mai. E non l'avrebbe detto nemmeno al marito, che si sarebbe arrabbiato e sarebbe andato dai carabinieri.

E doveva essere Lidia anche per un'altra ragione, che allora tenevo da una parte, dove non dava fastidio, come i numeri di Marcello.

E doveva essere l'uovo. Doveva essere la cosa a cui Lidia teneva di più, perché nessuno avrebbe pensato a una distrazione, a un oggetto finito dietro un mobile; e doveva essere una cosa di cui sapevamo soltanto in due, lei e io, dove stava la chiave.

Quando lo capii, ero in salotto, davanti alla vetrina, con il piumino in mano. Mi vidi nel vetro, piccola, con il grembiule, la faccia di una che è già passata. E pensai che era la cosa più brutta che avessi mai pensato in vita mia. E che l'avevo pensata io. Non Marcello: io. Cinque anni con un uomo che mentiva, e avevo imparato. Solo che io, a differenza di lui, le bugie le sapevo contare.

*

Lo feci un martedì di novembre, alle dieci e mezza.

Lidia era in tribunale, come tutti i martedì. L'avvocato Edoardo era nello studio con un cliente, e dal corridoio si sentivano le voci, quella del cliente alta e la sua bassa, e ogni tanto una risata. Io andai in camera, aprii il portagioie sul comò e presi la chiave. Tremavo. Non mi era mai successo di tremare con qualcosa in mano; nemmeno con il carbone, nemmeno con i materassi. Andai in salotto. Aprii la vetrina. L'uovo era sul suo piedino, azzurro, con il filo d'oro e la pietrina rossa in cima, e quando lo presi era freddo. La prima volta, con Lidia, era caldo della sua mano. Adesso si scaldava nella mia.

Lo avvolsi in un fazzoletto pulito, di quelli di mia madre, con l'orlo a giorno. Richiusi la vetrina. Rimisi la chiave nel portagioie, nello stesso posto, girata dallo stesso verso. Poi presi la scala dal ripostiglio, la aprii nel corridoio, sotto lo stipetto, e salii.

L'anta era dura. Si aprì con uno scatto, e mi arrivò in faccia l'odore della carta vecchia. Dentro c'erano dei pacchi di lettere legati con il nastro, una scatola di latta, un ventaglio rotto, e tutto era coperto da una polvere grigia, fine, che sollevandosi luccicava nella luce del corridoio. Spostai un pacco di lettere. Misi dietro l'uovo, nel suo fazzoletto. Rimisi il pacco davanti. Richiusi l'anta piano, tenendola con due dita, perché non facesse rumore.

Poi guardai la cornice. Sopra lo stipetto, sul bordo, c'era la riga di polvere che vedevo da otto anni, ogni venerdì, e che mi aveva sempre dato fastidio come un bottone slacciato. Era intatta. Non l'avevo toccata.

Scesi dalla scala, la chiusi, la rimisi nel ripostiglio. Andai in cucina a lavarmi le mani. Nello studio l'avvocato rideva con il suo cliente. Io mi guardai le mani sotto l'acqua e pensai che per la prima volta in vita mia ero stata attenta a non togliere la polvere.

*

Il mercoledì e il giovedì furono i due giorni più lunghi che abbia mai lavorato. Facevo le stesse cose di sempre, nello stesso ordine: i letti, la cucina, i pavimenti, il bagno. Ogni volta che passavo nel corridoio non alzavo gli occhi. Non ce n'era bisogno. Sapevo dov'era, come si sa dov'è un dente che fa male.

Alle undici del mercoledì Lidia fece il caffè. Era tornata tardi dal tribunale il giorno prima e aveva la faccia stanca e contenta di chi ha vinto una causa, e me la raccontò, appoggiata al lavello: una vedova, dei nipoti che volevano la casa, un testamento scritto a matita. «Avevano tutte le carte in regola, Elena. Tutte. Mancava solo la ragione.» Rise. Poi mi chiese cosa ne pensavo delle tende nuove per lo studio, se il verde non era troppo scuro. Io dissi che il verde andava bene. Non avevo nemmeno guardato la stoffa. Lei mi guardò un momento sopra la tazzina e mi chiese se stavo bene, se Marcello… e io dissi che stavo bene, che era solo la stanchezza. Lei annuì e non insistette, perché Lidia non insisteva mai. Fu quella gentilezza a farmi più male di tutto il resto.

Il giovedì, uscendo alle tre, incontrai Anna sulle scale. Era in anticipo di un'ora. Saliva lenta, con la pelliccia e la borsetta al braccio, e io mi tirai contro il muro per lasciarla passare, come avevo fatto con i carabinieri. Non mi guardò. Passò, e lasciò dietro di sé un profumo forte, di quelli che si sentono per due piani. Io la guardai salire fino alla porta dei Moretti, e pensai che quella donna mi sarebbe servita, e mi vergognai di pensarlo.

Quella sera, alla Bonfanti, lavai il corridoio di linoleum due volte. Il capo magazziniere, che restava fino a tardi, mi chiese se c'era una macchia che non veniva via. Gli dissi di sì.

*

Lidia se ne accorse il venerdì.

Ero in cucina a lucidare l'argenteria quando mi chiamò dal salotto. Non alzò la voce. Disse «Elena», una volta, come lo diceva sempre, e io posai lo straccio e la pelle di daino, mi asciugai le mani sul grembiule, due volte, e andai.

Era in piedi davanti alla vetrina. La vetrina era aperta, e lei teneva in mano il piedino d'argento, vuoto. Le altre due uova, la rossa e la verde, erano al loro posto. Il portasigarette, la cornice con l'uomo coi baffi, l'orologino fermo. Tutto al suo posto, tranne l'uovo azzurro.

«Elena» disse di nuovo. «L'uovo.»

Avevo preparato le risposte. Le avevo preparate per tre giorni, sulle scale e sul tram, e le avevo scelte una per una come si scelgono le mele guaste, perché dovevano essere sbagliate. Dovevano essere risposte a cui Lidia non potesse credere. Non era difficile: bastava dire le cose che avrebbe detto Marcello.

«Forse l'ho spostato io» dissi. «Spolverando.»

Lidia mi guardò. Sapeva, e sapevo, che io dentro la vetrina non spolveravo mai, e che la chiave non ce l'avevo.

«Oppure è caduto» dissi. «Dietro. Quando ho spostato il mobile, per la cera.»

Il mobile non l'avevo spostato. Pesava come un armadio, e l'uovo, per cadere dietro, avrebbe dovuto attraversare il vetro. Lidia non si voltò nemmeno a guardare. Teneva il piedino con due dita e mi guardava, e io guardavo il tappeto.

«Il ragazzo del gas» dissi. «Lunedì. È stato solo un momento, ma non l'ho seguito.»

Il ragazzo del gas era stato in cucina, e basta. Lo sapevamo tutte e due. Lidia chiuse gli occhi. Quando li riaprì erano bagnati, e non l'avevo mai vista piangere, in otto anni, nemmeno quando le era morta la madre.

«Perché?» disse. Aveva la voce di sempre, bassa, ma rotta in un punto, come un piatto incollato. «Se aveva bisogno di soldi, Elena. Per quello là. Bastava chiedermeli. Glieli avrei dati. Lo sa che glieli avrei dati.»

Per quello là. Pensava che fosse per Marcello. Che me l'avesse chiesto lui, che l'uovo fosse finito da un ricettatore di Porta Ticinese, come i visoni, e che io l'avessi fatto per amore, o per paura. Era la spiegazione che le faceva meno male, e se l'era data da sola. Io non la corressi. Fu la cosa più difficile che abbia mai fatto: stare zitta mentre la persona a cui volevo più bene al mondo pensava di me la cosa peggiore, e trovava anche il modo di perdonarmela a metà.

«Non lo so, signora» dissi. «Non lo so dov'è.»

Lidia posò il piedino nella vetrina, al suo posto, vuoto. Chiuse l'anta. Girò la chiave.

«Non la denuncio» disse, senza guardarmi. «Non lo dico nemmeno a Edoardo, perché Edoardo andrebbe dai carabinieri, e lei in quel posto non ci deve andare. Ma non posso più averla in casa. Lo capisce, vero? Non posso.»

Dissi che lo capivo.

Andammo in cucina. Lidia prese il portafoglio dalla borsa e mi pagò il mese intero, anche se era il tredici, e mi diede la busta come me la dava il sabato, con le due mani. Io mi tolsi il grembiule, lo piegai, lo misi sulla sedia. Presi il cappotto. Sulla porta mi voltai, e lei era ancora in cucina, appoggiata al lavello, dove si appoggiava alle undici per il caffè, con le braccia incrociate e gli occhi sulla finestra.

«Arrivederci, signora» dissi.

Lei non rispose. Io chiusi la porta piano, tenendo la maniglia fino in fondo, e scesi i sessantaquattro gradini. Per la prima volta in otto anni non li scesi di corsa. Li scesi uno per uno, tenendomi al corrimano, come una vecchia. Nel corridoio, passando, avevo alzato gli occhi allo stipetto. La riga di polvere era ancora lì.

*

A Marcello lo dissi la sera, a cena, con la minestra.

Gli dissi che la signora mi aveva mandata via. Che era sparito un uovo di valore, un uovo antico, russo, che valeva più di tutta la casa, e che la signora aveva dato la colpa a me. Che io non c'entravo niente. Che era un'ingiustizia.

Usai quella parola apposta. La usai come la usava lui, con la stessa voce, e vidi che gli arrivò. Marcello posò il cucchiaio e mi guardò con una faccia che non gli avevo mai visto, una faccia quasi contenta, da uomo che finalmente ha qualcuno con cui dividere la sua croce.

«Visto?» disse. «Adesso lo sai anche tu, com'è. Te l'ho sempre detto, io, che questi signori sono tutti uguali.»

Mi prese la mano sopra il tavolo. Me la strinse. Io lo lasciai fare, e poi dissi il resto.

Dissi che la signora era una donna molto conosciuta, a Milano. Che era avvocata, che conosceva tutti, gli avvocati, i notai, i dottori, le signore di corso Magenta e di via Manzoni, quelle che hanno la donna di servizio e si passano i nomi al tè del giovedì. E che la signora, mandandomi via, mi aveva detto che l'avrebbe fatto sapere. Che in nessuna casa per bene di Milano, d'ora in avanti, mi avrebbero più aperto la porta.

Lidia non l'aveva detto. Non l'aveva nemmeno pensato, ne sono sicura. Era la bugia più grossa che dissi in tutta quella storia, e la dissi guardando Marcello negli occhi, come lui l'aveva detta a me la prima sera, in cortile, con la sigaretta.

Marcello lasciò la mia mano.

«E la Bonfanti?» disse. «E le scale?»

«Con la Bonfanti e le scale paghiamo la luce e il gas» dissi. «L'affitto no. L'affitto lo pagavano i Moretti.»

Lui non disse niente. Guardò la minestra, poi la credenza, poi la radio sulla credenza. Poi guardò la zuccheriera, al centro del tavolo, e la guardò a lungo, come si guarda una cosa che fino al giorno prima non si era mai vista. E io capii che era la prima volta, in cinque anni, che Marcello faceva un conto.

*

Da Anna ci andammo la settimana dopo, un giovedì mattina.

A Marcello avevo detto che me l'aveva detto il macellaio. Che c'era una signora in corso Magenta che cercava una donna fissa, e che il macellaio le portava la carne e aveva fatto il mio nome. E gli avevo chiesto di accompagnarmi. Gli dissi che da sola non avevo il coraggio, dopo quello che era successo, e che con un marito accanto una donna fa più figura, sembra più seria. Lui venne. Venne perché era preoccupato, e non per me: per la zuccheriera, che da una settimana sotto aveva solo le monete. Si fece la barba, si pettinò due volte, si mise la giacca buona.

L'indirizzo di Anna lo sapevo perché una volta, anni prima, Lidia mi ci aveva mandata a portare un libro. Era un palazzo con il portone di ferro battuto e il portiere in divisa. Salimmo a piedi, io davanti e Marcello dietro, e al terzo piano suonai.

Aprì lei. La cameriera doveva essere uscita, o forse Anna aveva visto dalla finestra chi c'era, e aveva voluto aprire da sé. Era in vestaglia, con i capelli biondi raccolti e una sigaretta in mano, e mi riconobbe subito. Lo vidi dagli occhi: prima la sorpresa, poi una cosa che somigliava al piacere.

«Lei è la donna di Lidia» disse.

Io dissi che avevo saputo che cercava qualcuno. Lo dissi con gli occhi bassi, con le mani sulla borsa, come si chiede un lavoro. Marcello, dietro di me, si tolse il cappello.

Anna mi lasciò finire. Poi guardò Marcello, da capo a piedi, a lungo, come si guarda un vestito in vetrina, e poi tornò a guardare me.

«So cosa ha fatto» disse. «Lidia mi ha raccontato tutto. Non voglio in casa mia una persona disonesta.» Fece una pausa. «E si vergogni. Venire a chiedere proprio a me.»

Chiuse la porta. Non la sbatté: la chiuse, con un rumore piccolo e preciso, e sentimmo la chiave girare due volte.

Scendemmo le scale senza parlare. Marcello davanti, adesso, e io dietro. Fuori, sul marciapiede di corso Magenta, con i tram che passavano, si fermò e si rimise il cappello.

«Allora è vero» disse. «Te l'aveva detto, la tua signora.»

Io annuii. E piansi. Non l'avevo deciso, non era nel piano; mi venne così, sul marciapiede, e piansi davvero, con i singhiozzi, con la gente che si voltava. Marcello pensò che piangessi per il lavoro. Io piangevo per Lidia, che aveva raccontato tutto ad Anna, e soltanto ad Anna, esattamente come sapevo che avrebbe fatto. Piangevo perché la conoscevo così bene. Piangevo perché era andato tutto come avevo pensato, e non c'è niente di più triste di una cosa brutta che va come l'hai pensata.

Marcello mi mise una mano sulla spalla, una volta, come si fa con un conoscente a un funerale. Poi disse che aveva un appuntamento, e se ne andò verso il centro, e io tornai a casa da sola.

*

Nelle settimane dopo sentii, dalla finestra, che al bar raccontava anche la mia storia. La raccontava come raccontava la sua: una povera donna onesta, sua moglie, che aveva servito per otto anni una famiglia di signori, e i signori l'avevano buttata in mezzo alla strada per un gioiello che si erano persi da soli. «Prima a me, adesso a lei» diceva. «È sempre la stessa Italia.» Gli amici annuivano, e qualcuno gli offriva da bere. Io stavo alla finestra, al buio, e mi sentivo raccontare, e nella storia di Marcello ero più alta, più bella, e innocente. Era la prima volta che mi metteva in una delle sue storie. Ci stavo bene, come lui stava bene nelle giacche prese in prestito.

Ma la storia la raccontava la sera. Di giorno faceva i conti. Una mattina lo trovai in cucina alle nove, sveglio, che guardava la zuccheriera con le monete sotto, e quando entrai mi chiese quanto prendevo dalla Bonfanti. Glielo dissi. Mi chiese quanto mi scontavano sull'affitto per le scale. Glielo dissi. Stette zitto un po', muovendo le labbra, e io lo guardai fare la somma e sbagliarla, e non lo corressi: sbagliata, veniva anche meno di quello che era. Poi si alzò, si pettinò due volte davanti allo specchio e uscì, e quella sera non tornò a cena.

*

In dicembre Marcello cominciò a tornare sempre più tardi, e poi a non tornare. La zuccheriera la riempivo il meno possibile: qualche moneta, a volte niente. Di sera andavo alla Bonfanti, di mattina facevo le scale, e il resto del giorno stavo in casa, con le mani in mano, e non mi era mai successo. Lui mi vedeva in casa a mezzogiorno, seduta in cucina, e mi guardava come si guarda una stufa spenta.

Me lo disse il venti dicembre, una domenica, a pranzo. Che dovevamo separarci. Che non era colpa di nessuno, che la vita è così. Che lui aveva conosciuto una donna, la vedova Ferrari, quella della merceria di via Paolo Sarpi, e che si era innamorato. Che lei era una donna che capiva un uomo come lui. Lo disse con la faccia seria e bella di quando raccontava la guerra, e aveva quasi le lacrime agli occhi, e io credo che in quel momento ci credesse. Marcello ci credeva sempre, alle sue storie, nel momento in cui le diceva. Era per questo che le diceva così bene.

La vedova Ferrari aveva la merceria, e sopra la merceria l'appartamento, e l'appartamento era suo.

Io mi mostrai dispiaciuta. Mi misi una mano sulla bocca, mi sedetti, dissi «E io?» con la voce piccola, e lui mi prese le mani, tutte e due, e me le strinse, e disse:

«Tu sei forte. Te l'ho sempre detto, che sei forte, tu.»

Lo stesso pianerottolo, sei anni dopo. Lo stesso uomo che guarda una donna portare due sacchi di carbone e non si sposta. Io abbassai la testa perché non mi vedesse la faccia. Non stavo piangendo.

Fece la valigia il pomeriggio: la stessa valigia con cui era arrivato dalla Cattaneo. Si portò via le camicie, che erano pulite, e la radio, che gli lasciai. Mi chiese se volevo tenere i guanti color tabacco, e io dissi di sì. Uscì alle cinque. Dalla finestra lo guardai attraversare il cortile con la valigia, e passare davanti al muretto dove gli avevo acceso la prima sigaretta, e uscire dal portone. Non si voltò. Non l'aveva mai fatto.

Quella notte dormii in mezzo al letto. Non mi era mai successo, nemmeno prima di lui.

*

Il lunedì mattina feci le scale alle cinque e mezza, novantasei gradini, e alle nove ero in via Vincenzo Monti, da una signora di Novara, la vedova di un ingegnere, che era arrivata a Milano da due mesi e non conosceva nessuno. Me l'aveva trovata la farmacista. Non conosceva Lidia, non conosceva Anna, non conosceva le signore di corso Magenta e non andava al tè del giovedì. Mi fece vedere la casa, mi chiese se sapevo cucinare, e mi disse di cominciare dalla cucina. Io la finii in un'ora. Lei entrò, guardò il pavimento, guardò i fornelli, guardò me.

«Ma lei è un fulmine» disse.

Mi prese quel giorno stesso, dalle otto alle tre, tutti i giorni tranne la domenica.

*

In via Santo Spirito ci tornai il sabato dopo, alle dieci, quando sapevo che Lidia era in casa e l'avvocato no.

Salii i sessantaquattro gradini di corsa, come una volta. Suonai. Venne ad aprire lei, in vestaglia, con gli occhiali da lettura in mano, e quando mi vide non disse niente. Rimase sulla porta, con la mano sulla maniglia.

«Signora» dissi. «Mi sono ricordata. L'uovo. Quel giorno l'avevo messo nello stipetto, sopra il ripostiglio, mentre pulivo, per distrazione. E poi me ne sono dimenticata. Posso?»

Lidia si spostò per farmi entrare. Io andai al ripostiglio, presi la scala, la aprii sotto lo stipetto, e salii. L'anta si aprì con il suo scatto. La polvere, le lettere della suocera, il ventaglio rotto. Dietro il pacco di lettere c'era il fazzoletto di mia madre, grigio di polvere, e dentro l'uovo, freddo. Lo presi. Poi, prima di richiudere, passai il dito sulla cornice, sopra lo stipetto, da una parte all'altra, e tolsi la riga di polvere che vedevo da otto anni. Era l'ultima cosa che facevo in quella casa, e la feci bene.

Scesi. Lidia era in piedi nel corridoio, dove l'avevo lasciata. Aprii il fazzoletto, presi l'uovo e glielo misi nel palmo.

«Lo prenda» dissi. «Non si rompe.»

Lo guardò. Guardò l'uovo, e me, e lo stipetto aperto sopra le nostre teste, e di nuovo l'uovo. Aveva la faccia di una persona a cui hanno dato la risposta a una domanda che non aveva fatto, e che adesso deve trovare la domanda. Io la vidi pensare, come l'avevo vista pensare tante volte alle undici, con la tazzina in mano, a una cliente che secondo lei mentiva. E vidi che non sapeva cosa pensare. Che forse un giorno l'avrebbe capito, perché era intelligente, e perché le cose, a pensarci abbastanza, si capiscono. Ma non quel giorno.

«Elena» disse. «Perché…»

Non la lasciai finire. L'abbracciai. Non l'avevo mai fatto, in otto anni; non si faceva. Lei rimase dritta, con l'uovo in mano e le braccia lungo i fianchi, e poi, dopo un momento, sentii la sua mano libera sulla mia schiena, una volta, piano, come si tocca una cosa per vedere se è asciutta.

Poi mi staccai, dissi «Arrivederci, signora», e uscii.

Scesi le scale di corsa. Sessantaquattro gradini, e al trentesimo, più o meno, cominciai a ridere. Non so da dove mi venisse. Veniva da sotto, dalla pancia, come l'acqua quando apri la valvola in cantina, e non si fermava. Ridevo sulle scale di pietra grigia, tenendomi al corrimano per non cadere, e ridevo nel cortile, e il portiere uscì dalla guardiola a guardarmi, e io ridevo anche di lui, e di Marcello con la sua valigia, e della vedova Ferrari con la sua merceria, e del giudice con la tessera nel cassetto che era stato a Ventotene, e di Anna in vestaglia che chiudeva la porta con due giri di chiave, contenta di sapere una cosa che gli altri non sapevano. Ridevo perché ero libera, e perché nessuno, in tutta Milano, lo sapeva tranne me.

*

Lidia non l'ho più vista. Non so se ha capito. A volte penso di sì, e che proprio per questo non mi ha mai cercata: perché una donna giusta, se capisce una cosa così, non sa più se deve perdonare o ringraziare, e allora non fa niente. Altre volte penso che ancora adesso, tirando fuori l'uovo dalla vetrina, si chieda come ci era finito lassù, e che non le venga in mente la risposta, perché la risposta è troppo brutta per una come lei.

L'ho persa. Lo so. Non berremo più il caffè alle undici, in piedi, lei al lavello e io al tavolo. Non mi chiederà più cosa ne penso di una tenda. Anche lei, a modo suo, non è più mia amica, e ha ragione. Ma io le voglio bene lo stesso. Le vorrò bene sempre, per il lavoro che mi ha dato quando ero nessuno, per i libri, per il nome che usava, Elena, e non la donna. E le sono grata anche per l'ultima cosa, quella che non sa di avermi dato: che mi sono liberata di Marcello con le sue mani, senza che lei lo volesse, e senza che lo sapesse.

Marcello era l'uomo più bello che avessi mai visto. Ma la cosa più bella che abbia mai tenuto in mano stava in un palmo, ed era azzurra come il cielo di settembre verso le sei, e non era mia. E l'ho restituita.

L'uovo azzurro - seconda parte testo di Vittoria Solari
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