Tradizione, società ed il disastro della famiglia

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 8 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Testo: Tradizione, società ed il disastro della famiglia
di Insideyou

L'origine, è la fine di tutti gli inizi, è l’assenza del bene e del male, è l’antico senza più nessuna forma, è il termine di tutti gli opposti della dualità. Il diavolo c’è nella misura in cui esiste dio: entrambi sono solamente i prodotti sterili della paura.

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Era un genitore cresciuto, plasmato e modellato fin già dalla sua prematura infanzia, con strenua abilità, elevata maestria, rigido rigore e truce metodo, dalle usanze, dalle superstizioni, dalle credenze e dalle disposizioni despotiche e talvolta contraddittorie della sua famiglia cosiddetta "all'antica", quella che custodiva abilmente i segreti intimi ed indicibili del casato in quegli oscuri armadi interiori, ben nascosti ai tutti.

Il costume, la riverenza, la posa, l'ossequio, il saluto, il gesto, il vanto, il timore, l'inchino, lo studio, la preghiera, il silenzio, l'obbedienza, la sottomissione ed il senso del dovere, avevano costruito quindi un automa che non aveva occhi che per l'ideale modello tradizionale della collettività cui conformarsi, nel quale aveva trasferito sé stesso, la sua ragione d'essere e la vita che doveva vivere tra quegli obblighi, quei doveri e quelle rigide imposizioni, nel nome astruso ed altisonante della rispettabilità e della reputazione.

Era pertanto un miscuglio insondabile di tensione, di rivolta, di insicurezza, di accettazione, di resa, di ribellione, di apparente felicità, di delusione e di disagio; era sedato atrocemente dalla paura e dall'oppressione della società, della tradizione, della religione e della famiglia tanto amata apparentemente, ma direttamente responsabile in profondità di tale plagio e subbuglio psicologico.

La figlia maggiore era stata cresciuta pertanto in quegli stessi aridi solchi, con quella pedissequa narcosi delle manie e delle maniere rudi, con la medesima ossessione del comportarsi e del mostrarsi fieri, orgogliosi e retti; con quelle identiche e smaniose illusioni soddisfacenti di quel nome da tenere sempre alto a tutti i costi e così la ragazza era divenuta in breve quella straordinaria creazione modellata a sua immagine, il suo gioiello più prezioso, l’oggetto nel quale poteva identificarsi e proseguire la sua continuità, proiettandosi in esso quando occorreva appagarsi.

La giovane in quel tempo doveva giungere, dopo diversi anni di studi e di sacrifici, alla maturità proprio a giorni, mentre l'amica del cuore invece aveva l'esame del conservatorio che avrebbe certificato l'artista idealizzata dai molti anni di sudore, stenti ed allenamenti sfiancanti ad opera del padre, direttore di quella nota orchestra locale. Una conoscente che frequentava abitualmente la famiglia e che era là quella sera, avendo già raggiunto la laurea, dava già i suoi primi saggi consigli e le sue visioni da provetta, anche se ora, dopo i numerosi festeggiamenti, non sapeva cosa esattamente fare della sua vita: era più facile parlare degli altri e suggerire loro come dovevano agire, piuttosto che vedere sé stessa e chiedersi come vivere.

Erano tutte attorno al grande tavolo della sala da pranzo, quello dei ritrovi delle ricorrenze, dei dibattiti e delle decisioni, delle feste, delle finzioni, delle condanne e delle discordie, discorrendo flemmaticamente sotto gli occhi vigili degli anziani che le scrutavano pronti per ribadire, sottolineare, correggere ed ammaestrare: si discorreva delle gesta della dottoressa che erano finite però con quel titolo e c'era una stasi strana, un senso di disagio nell’aver raggiunto quella meta, adeguatamente mascherato dal parlare e dal discorrere abile circa il futuro, le scelte, la realizzazione ed il prossimo traguardo da raggiungere al più presto per posizionare correttamente il suo status tra gli alti casati per poi finanche superarli, che donava alla sala in ascolto un sorriso sarcastico dell'accettazione di rito, non totalmente condivisa dai quasi tutti però.

Le ragazze avrebbero parlato infatti tra loro con calma più tardi, dicendosi cose che non potevano dire là, fuori da quelle mura dei giudizi e dei processi ed il genitore, quando erano prossime al saluto, si raccomandò affinché si attenessero alle sue indicazioni, del non fare tardi e soprattutto del non concedere attenzione ad un mondo così brutto, refrattario alle norme, molto distante dalla loro nobiltà; ma loro non avrebbero mai rivelato che come le altre volte, si sarebbero ritrovate tra gli stessi amici, molti dei quali dai casati anonimi, perdendosi in uno dei tanti bistrot o chalet a bere alcool a quantità per dimenticare sé stesse e quella tortura incessante del dare sempre conto a qualcuno di qualunque cosa dovessero fare, soprattutto quando dovevano riverire quel domani così tanto agognato e distante da quell'oggi, sobbarcandosi costantemente di impegni, responsabilità e rigide disposizioni già decise per conto loro da quell’arcigna autorità patriarcale.

Sarebbero andate così più tardi anche in discoteca a ballare, per dare maggior risalto ed ampiezza alla loro evasione: il loro vivere ribelle nel perverso rifiuto per reazione a questi obblighi ed alle tante regole imposte era la rivolta del divertirsi, dell'appagarsi, del narcotizzarsi con la droga della festa oppure con quella della sbronza; ma anche con quella dei cinema, del sesso promiscuo o dei club notturni, dei concerti o degli stadi, del fumo proibito e per i pochi coraggiosi ed eletti, quella della magica polverina bianca.

Si vantavano, sarcasticamente deridendoli, dei loro titoli acquisiti o proiettati, dei fregi, delle pergamene, dei sacrifici imposti, scrollandosi per un poco di dosso l'ossessione di quegli invadenti genitori che ansiosamente li volevano dottori, artisti, maestri, politici, persone rispettabili ed importanti, macchine facoltose ricche di denaro, prospere di figliolanza e di costruita moralità, senza rendersi conto del seme della violenza e della crudeltà che si nasconde nella brutalità dell'ambizione, così crudelmente instillata in loro già dalle fasce, da una così tracotante ignoranza prima e da questa marcata repulsione poi, che indicava mancanza di comprensione.

Ma avrebbero costruito al più presto anche loro quella stessa famiglia nuovamente, fatta dai figli e dagli attaccamenti in cui forgiarli, per lasciare evolvere i loro genitori in nonni e proseguire l'orrore della tradizione che avendo sempre imposto loro quel rispetto dovuto e la sottomissione implicita, si sarebbe propagata così con il suo effetto dilagante e dirompente anche ai nipoti, violandoli come loro.

Sotto il nome di famiglia sarebbero cresciuti così delle fotocopie sterili dei loro genitori adducendoli sugli stessi sentieri già percorsi precedentemente, ripetendo gli stessi copioni, le medesime paure ed orrori, obliterandoli in quel manto apparente di protezione e di stabilità che li renderà invece giovani incerti, titubanti, rivoltosi ed ubriachi solamente dei loro successi e delle agognate conquiste da ottenere.

Vi siete mai chiesti a questo punto di visione ed ascolto se il titolo, quello che tanto avete lottato per raggiungere, oppure l'adorato rispetto del vecchio e delle tradizioni, figlio della paura, dell’imposizione e della sottomissione, o anche quella vostra ostentata nobiltà e presunta gentilezza, oppure quello smalto brillante della giusta reputazione così vanitosamente mostrato, aiutino davvero a vivere rettamente?

Il foglio di carta, il simbolo, lo stendardo, il plauso, l’encomio, lo spartito musicale, la tela dipinta, lo strumento, la foto sul giornale, la sequenza reiterata del battesimo, della prima comunione, della cresima e del matrimonio, delle celebrazioni, dei molti culti e delle tante preghiere, fanno essere davvero buoni?
Ripetere meccanicamente ciò che la tradizione vi impone, il metodo, la regola, la disciplina osservata sotto l'ombra pesante e pressante della società che pretende tutto da voi, dandovi in cambio solo briciole, vi rende veri, spensierati, gioiosi e creativi?
Amare un dio prostrandovi sotto le sue immagini o le sue sculture che voi stessi avete inventato, adorarlo in nome del dogma o del rituale imposto e sapientemente ripetuto attraverso la catechesi, per chiedere in fondo sempre quel qualcosa in cambio che vi serve, vi rende davvero religiosi?
Il rifiuto del clochard di colore che chiede l'elemosina fuori dal panettiere con il suo berretto rovesciato, riesce a farvi scorgere le richieste sottili e meschine di importanza e di notorietà, che è il vostro costante elemosinare interiore verso gli altri?

L'allenarsi costantemente per disciplinarsi, conformarsi e migliorarsi, come degli atleti in vista della gara; difendere il titolo conquistato strenuamente dalle critiche o dalle obiezioni; lottare contro tutti e contro tutto per emergere e primeggiare; sacrificarsi e disciplinarsi materialmente e spiritualmente per trovare ciò che si sta ricercando e che si conosce già perché vi è stato detto e non scoperto per conto vostro, come il primo lavoro che vi capita per fare soldi; sposarsi quanto prima per fare una famiglia; seguire un certo leader e ripetere le disposizioni degli anziani; fregiarsi di una fede politica e di una religiosa per mettersi al sicuro qui e a posto nell'aldilà; raggiungere l'illuminazione per diventare finalmente unici, buoni e giusti, vi rende davvero liberi e sani?

Essere sensibili profondamente alla bellezza dei mari, delle terre, dei cieli, della natura, degli animali, delle piante, dei fiori, del gesto semplice e gentile, della parola cortese, dolce ed adeguata, del sorriso spontaneo ed innocente, può davvero giungere, essere appreso o imposto attraverso la reiterazione, la sanzione, l'imitazione ed il conformismo?
O sarete oppressi continuamente dalle scelte fatte al posto vostro, dalla continua indecisione sul da farsi che vi assedierà, dalla paura di sbagliare che vi tedierà, dal rimpianto di non aver fatto questo o quello che vi accompagnerà in ogni azione con la sofferenza, dal risentimento per ciò che accadrà o che avrete commesso che vi angoscerà, dall'indomabile desiderio di essere o di avere sempre di più che vi torturerà, da quella frequente noia che vi sorprenderà quando sarete soli e dalla frenesia della consuetudine del fare sempre qualcosa per non stare senza fare nulla, che vi renderà progressivamente vuoti, aridi, tesi, perversi, gretti, piccoli e meschini?

E tutto questo, vi rende compassionevoli, sensibili ed amorevoli, persone giuste ed adeguate a una società nuova, buona, sana, retta e non una ripetizione sterile, meccanica e crudele che vi rende maggiormente avidi e sempre più divisi tra voi?
O amerete dunque alla fine sempre e solo voi stessi, i vostri motivi, le vostre pulsioni ed essendo diventati vecchi e deteriorati interiormente un giorno come gli anziani che vi hanno cresciuto, difenderete astutamente con l'usanza e la tradizione quegli stessi schemi nei quali vi ritroverete imprigionati e che non intenderete più lasciare per l’orgoglio e per la paura del morire, obbligando così, con quell'ostentata pedanteria e saccenteria dell'anziano che risalta solamente la saggezza egocentrica della sua esperienza, coloro che accudirete o che vi imiteranno a conformarsi a tutto questo orrore, per giustificare alla fine voi stessi, le vostre insicurezze ed il vostro fallimento interiore?

Ve lo siete chiesto voi, adorati genitori che amate così tanto i vostri figli?
E ve lo siete chiesto voi figli, così tanto amati dai genitori, che avete imparato ad amare anche voi così bene, in pratica come loro, solo per interesse?

Lontano dalle vostre credenze, dalle vostre illusioni, dai vostri schemi, dalle vostre convinzioni, dalle vostre abitudini, dagli ostentati ideali, dalle vostre politiche, dalle vostre credenze e dalle vostre sensazioni piacevoli, non sarete nulla, per questo per vivere avrete sempre bisogno di attaccarvi a tutto questo materialismo, a combattere dapprima con l'immagine di voi stessi, ad usare gli altri per i vostri comodi, a glorificare incessantemente il successo e ad accumularlo sempre più per identificarvi in esso ed essere qualcosa, cercando di distanziare e tenere quanto più lontano possibile il momento di perire che quando accadrà, anche fosse solo un flebile istante di respiro che vi concederà, sarà il dolore immenso della perdita di voi stessi che vi devasterà, più lungo di tutta la stessa vita che avrete vissuto nella totale insensibilità e mancanza d'amore.

Tutto questo ripetere schematicamente lo chiamate dunque vivere ed il titolo che vi ha richiesto la tradizione, che vi ha imposto la famiglia, che ha modellato la vostra società e che viene celebrato dalle vostre fedi, non è di fatto proprio la morte del vivere?

Tradizione, società ed il disastro della famiglia testo di Insideyou
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