Amore, invincibile in battaglia

scritto da Lukianos
Scritto Ieri • Pubblicato 4 ore fa • Revisionato 4 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Lukianos
Autore del testo Lukianos
Immagine di Lukianos
A Stella
- Nota dell'autore Lukianos

Testo: Amore, invincibile in battaglia
di Lukianos


“Non è tempo per lasciarsi andare ai ricordi”, pensò tra sé e sé il professor Gavrilidis mentre osservava fuori dalla finestra la foschia plumbea del mattino. Era un gennaio particolarmente freddo, aveva nevicato un'intera settimana, cumuli di neve s'ergevano candidi costeggiando le strade e riempiendo i cortili, ma a quell'ora erano solo ombre scure, pochi carretti trainati da cavalli percorrevano spettrali le stradine di terra battuta. Un uomo bussò alla porta semi aperta facendo sobbalzare il professore, "Dimitri la prego dopo la lezione passi un attimo dal mio ufficio vorrei parlarle" disse severo quell’uomo restando sulla soglia, "certamente signor preside" rispose il professore mentre il preside si stava già congedando. “Cosa vorrà ancora” si chiese il professore “è appena arrivato e già vuole sconvolgere la vita scolastica!”
Il professor Gavrilidis era un uomo alto, magro, calvo, i pochi capelli che aveva erano di colore rossiccio e dietro la nuca formavano piccoli riccioli, era di mezza età, vestiva elegante ma a volte si mostrava trasandato con il nodo della cravatta storto, annodato frettolosamente, o con i polsini della camicia stropicciati, portava sempre un paio di occhiali da miope con lenti spesse di colore ambrato forse per mascherare il suo forte strabismo. 
Mancava poco al suono della campanella, il professore era solito arrivare molto presto per ripassare la lezione che avrebbe spiegato ai suoi studenti, non usava appunti durante la lezione, recitava a memoria brani dei testi e commentava a braccio. Sulla cattedra era appoggiato un grosso libro ingiallito dal tempo, era aperto su una pagina con una riga in evidenza, sottolineata a matita: Eros anikate mahan. Sembrò sospirare il professore, pensava forse al figlio Nikos con cui non parlava ormai da più di un anno, da quando avevano litigato per colpa della donna amata dal figlio, che a giudizio del padre lo aveva costretto ad abbandonare gli studi in medicina, il rimorso per quel litigio lo logorava ogni giorno, avrebbe voluto riconciliarsi con lui, ma era troppo orgoglioso per fare il primo passo.
Suonò la campanella, a scuotere il batacchio era Kostas, il bidello, puntualissimo ogni giorno alla stessa ora apriva i cancelli del ginnasio, il grosso portone di legno della scuola e accoglieva gli studenti scampanellando e ripetendo sempre la medesima frase, "svelti giovani in classe! non fate rumore sulle scale!". Le prime ad entrare in aula erano quasi sempre Sofia ed Elefteria ossequiose salutavano e si sedevano in primo banco, una di fianco all'altra, poi in silenzio entravano gli altri. Sofia aveva grandi occhi neri, bellissimi, vivaci e brillanti, aveva capelli corvini che annodava in una lunga coda di cavallo, Elefteria invece era castana coi capelli più corti e mossi, entrambe indossavano sopra gli abiti dei lunghi grembiuli neri. Non erano della città venivano da un paesino vicino, distante due o tre chilometri, sicché dovevano svegliarsi molto presto al mattino e in quei giorni con la neve, ancor prima, dato che non potevano usare le biciclette. Apparivano tutte e due stanche con gli occhi arrossati per il poco sonno ed anche per le ore passate alla sera a studiare con la fioca luce delle candele. Quando furono tutti seduti Sofia alzò la mano, e con entusiasmo si rivolse a Gavrilidis, "scusi professore oggi cosa studieremo?", il professore la guardò trasecolando, fece un accenno di sorriso poi uscì dall'aula e rientrò mostrando una sottile verga di legno liscia, dipinta di bianco, sembrava un bastone da passeggio ma era diverso. Sofia si fece coraggio ed esclamò "Che cosa è professore quel bastone?", "questo cari miei è il bastone di Omero” replicò il professore sogghignando, “come sapete Omero era cieco, ed io voglio insegnarvi ad usare questo bastone per non inciampare per strada", "ma come professore, non ne abbiamo bisogno ci vediamo benissimo!" osservò Eleftheria con stupore. Il professore appoggiò il bastone e li guardò coi suoi occhi strabici, "voi pensate di vederci, ma sappiate che in realtà non ci vedete, nessuno di noi ci  vede più già da molto tempo”, gli alunni non capirono cosa volesse dire il professore, “forse vale per lui” bisbigliò ridacchiando qualcuno “non certo per noi”. Il professore vedendoli perplessi proseguì con voce roca, “non vediamo perché secoli fa abbiamo dato tutta la nostra luce al mondo e noi siamo rimasti orbi!". Si voltò ancora per guardare fuori dalla finestra il cielo che stava rischiarandosi, poi si avvicinò alla cattedra, sollevò il libro e lo mostrò alla classe "oggi vi parlerò di una donna, Antigone e di chi scrisse questa  tragedia, Sofocle, sì Sofocle come te Papadopulos, laggiù che stai dormendo! lo vedo che stai dormendo dietro quegli occhiali, svegliati!" Posò il libro e lo aprì alla prima pagina, ma non lesse, iniziò a citare a memoria l'incipit e tutta la classe si azzittì all'istante ascoltando quelle parole in greco antico.

Amore, invincibile in battaglia testo di Lukianos
5

Suggeriti da Lukianos


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Lukianos