Esclusa

scritto da Diodata
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Testo: Esclusa
di Diodata

ESCLUSA

Ha tolto la stanga e aperto il portone. Viene un’aria gelida dall’esterno che sa di pozzo e di inverno. Ma le foglie marroni che giacciono sul verde ai piedi dei gelsi e della quercia fanno pensare che la morte è un passaggio alla vita.
Mira getta uno sguardo ampio sulla distesa e decide che nel pomeriggio col rastrello le accumulerà in mucchi.
Il gatto randagio si è parato davanti alla tenda e miagola la sua fame ingorda. Lei guarda il ventre tondo e quasi vorrebbe dargli un calcio, ma lo zircone degli occhi esercita uno strano fascino e il trovarsi di fronte a una creatura viva le fa dire:
“Aspetta che vengo”.
Sopra le trame nere dei gelsi, il cielo è grigio.
Mira ha già accostato l’uscio e messa la sicura. Prima vuol fare colazione.
La guarnizione della caffettiera è consumata e va sostituita, però le gocce perse non le impediranno di versare la dose giusta nella solita quantità di latte freddo…
Sa che quando porterà alle labbra il cucchiaio, con l’inzuppo di fette biscottate, standosene curva al tavolo, avrà l’aspetto di una vecchia triste, ma prova autocompiacimento per quella solitudine nell’ età protratta. E senso di dominio nella grande casa senza comodità.
Pochi panni addosso, ma pur sempre tanti ora che non è più giovane.
Allora buttava le secchiate d’acqua sul pavimento: sei per stanza.
Adesso il viso delle cognate istruite prende corpo dietro le tendine annerite dal fumo della stufa e lei finalmente prova il distacco dal passato, di quando le vedeva bere il caffè dentro le chicchere di porcellana e ridere di allusioni apostrofanti.
Rosa e Cristiana.

"Le tazzine tintinnavano vuote sul ripiano del tavolino sotto il platano.
Rosa guardava Mira issando la testa sull’abito a fiori mentre le labbra carnose si dischiudevano in un canto sugli incisivi allineati.
Appoggiava nel piattino il filtro della sigaretta tinto di rossetto :
-La prendi la patente?-
Mira si era fermata con le ciabatte sui gradini e il catino della lisciva sotto il braccio.
-Non lo so ancora-.
-Ma se Giuliano ha comprato la Cinquecento!-
Giuliano riempiva la macchina di cianfrusaglie, la carrozzeria di ammaccature. Lei voleva una macchina tutta per sé. Stava mettendo da parte un po’ di soldi, ma ci voleva del tempo.
Rosa non aveva bisogno della patente. Viveva in città. Si spostava con i mezzi o saliva sulla berlina del marito chirurgo.
Mira andava alla fabbrica in bicicletta sotto la pioggia e la neve.
Perfino il bracciante le aveva detto che doveva comprare la macchina.
Quando infine aveva preso la patente era stata più brava di Cristiana, bocciata in teoria.
Rosa ritornava spesso alla casa paterna: chiedeva a Isa di prepararle la pizza.
Tra le sorelle il veleno della critica era cancrena infiltrata.
Avevano studiato in Santa Dorotea.
Non potevano vedere Giuliano. Dicevano che era sempre stato il privilegiato. Perché la vecchia cugina Isa, zia Isa, gli riservava i secondi migliori e banconote di grossa taglia.
Forse non si erano mai rese conto che aveva risentito più di loro dello stato di orfanezza".

Dalla giuntura della caffettiera le gocce giallastre e acquose scivolano sfrigolando. Mira aspetta che il liquido sia risalito nella giusta quantità prima di serrare il gettito di gas.
Si è alzata in piedi e ha afferrato il manico della caffettiera. Versa il caffè fumante nella tazza blu. Lo sguardo si appunta sulla fascia di piastrelle che recinge senza soluzione di continuità la parete lunga. Un mare di quadretti bianchi su cui si sono incollati per decenni gli schizzi della cucina.
Ha versato. Ha deposto nel lavello la moka. Poi si è riseduta per consumare il caffellatte e le fette ai cereali. La sveglia produce il suo ticchettio ripetuto.
Ha lavato la tazza nell’acquaio, il cucchiaio, la caffettiera. Ha asciugato tutto e l’ha riposto.
Adesso se ne andrà in bagno a mettere un po’ di crema sulle rughe del viso. Ammorbidirà la pelle. Darà alla crocchia grigia una forma più ordinata raccogliendo le ciocche scomposte.
Il bagno a pian terreno è stato ricavato dal retro del garage. Assieme alla cucina e alla stanza adibita a camera da letto forma lo spazio in cui circoscrivere i passi durante il periodo invernale.
Sono le nove e trenta .Dal finestrone che dà sulla siepe dei sambuchi, sulla rete metallica e poi sulla provinciale entra un sole radioso che rende palpabile il pulviscolo della fila degli anni.

"Due gatti tigrati nel corridoio che si leccavano le zampe. Un letto sfatto nel camerino a pianterreno.
E lei, la Mary, che si chiudeva la lampo della gonna.
-Filippo? -
-Filippo è andato alla Camera del Lavoro-
Mary si era seduta sul letto con un fare indolente, due pendenti d’oro sotto la massa nera dei capelli .
-Le va bene il caffè? -- Sì, mi basta un goccio.
-Venga di qua- la voce di Mira era incolore.
La napoletana bolliva sul fornello. Zia Isa la afferrò per il manico con un vecchio calzino rotto e la capovolse.
-Quanto zucchero?-
-Due cucchiaini, grazie-
Le tazzine bianche avevano una fascetta d’argento intorno.
Mary portò alle labbra la sua.
-Piove?- chiese un po’ sognante- ho sentito delle gocce stanotte.
-No, ha finito-
Mira era al secchiaio a lavare le stoviglie, avvolta nel grembiule di cretonne.
I pensieri della mente si arrestavano alla presenza di Mary dentro casa.
Mary avrebbe dormito nel camerino, occupando uno spazio prossimo a dilatarsi. Accanto a Filippo.
Una coppia di estranei prendeva posto nella casa in cui, giovane sposa, era appena arrivata e l’accolta pensava di essere lei.
-Filippo non può portarla in paese- non capiva se zia Isa, che le si era avvicinata, parlava con voce rauca o bassa.
-Perché? -
-Perché ha abbandonato la moglie-
-Davvero?-
-Beh… sì… -
-Dobbiamo ospitarla. Così dice Giuliano-
-Ma per quanto?-
-Non lo so. Finché Filippo non ha trovato una sistemazione-
Bella era bella. Alta e mora, la pelle di zinco , lo sguardo di fuoco.
Mira ingolfava dentro il sacco del grembiule di cretonne.
E Mary alzava il mignolo inclinando la tazzina del caffè.
Zia Isa le disse che per andare al bagno si doveva uscire sul retro. Lei se ne ritornò nel camerino e s’indirizzò verso l’esterno con un asciugamano bianco intorno al collo.
Mira sentì la folata di vento che portava dentro l’odore delle rose.
Un gatto tigrato fuggiva soffiando verso l’ingresso opposto.
Zia Isa preparava il ragù.
Quando la Mary tornò in cucina chiese di poter far qualcosa. Cristiana le disse di asciugare i bicchieri e Mary cominciò a passare lentamente lo strofinaccio sui calici.
La malia di Filippo era tale Mary che non aveva esitato a farsi bersaglio, abbandonando Locri per un destino incognito, accanto a un uomo sposato e bandito dalla famiglia.
Mira zittiva. Imbarazzata si chiedeva se doveva rimanere lì in cucina a far compagnia all’ospite, andare in giardino a raccogliere le rose o salire le scale per rassettare la camera da letto.
Alle rose aveva già pensato la cognata che stava cercando un vaso di cristallo.
Zia Isa le porse quello di ceramica a fiori blu.
Davanti ai vuoti di conversazione, Mira risolse col ritirarsi nella camera da letto.
Sprofondare in quello stile impero era una fiaba per illudersi che il diadema sul capo non avrebbe smesso di brillare.
La vergine di Raffaello, incorniciata tra le palmette d’oro, era benedicente.
Dalle persiane aperte entrava il getto di aria fresca mentre le chiome degli olmi stillavano gocce notturne".

"Seguivano giorni inquieti.
Giuliano, in campeggio a Marina, ignorava i battiti della giovane sposa bisognosa della sua presenza.
La Mary intristiva: Filippo si presentava solo la sera per coricarsi nel letto del camerino..
Cristiana aspettava il marito da Venezia dove studiava.
E tutto ruotava intorno alla vecchia zia. Zia Isa, la reggitrice.
-Quanti esami ha ancora?-
-Sette…sette…- il mento di Cristiana si allungava.
-Sette? Sette?! Ma non aveva detto che gli mancava solo la tesi?!-
Cristiana impallidiva e si chiudeva nel mutismo. Pensava agli animali appesi a testa ingiù, al sangue sulle piastrelle bianche, all’odore di aceto e bicarbonato, al negozio di carni dove lavorava Achille.
Una laurea è promozione agli occhi del mondo. Per il marito di una figlia, che aveva studiato in Santa Dorotea e poi a Ca’ Foscari, ci doveva essere l’alloro.
-Quegli animali da macello è meglio che li metta nelle tele- diceva.
Zia Isa faceva il grugno. E intanto chi lo mantiene?
Già, chi lo mantiene? Lo pensava anche Mira. La spartizione dell’eredità non era più roba fresca.
Cristiana voleva vendere la Ca’ Rossa. E comprare un pezzetto di terra sotto l’argine dove i pastori portavano il gregge a brucare l’erba verde e c’era la fila dei pioppi silenziosi sul fondo.
E intanto se ne stava ancora nella casa paterna.
Mira non vedeva l’ora che arrivasse ottobre.
Così se ne sarebbe partita per le sue supplenze a Cavina. E avrebbe preso affitto là".

Bussano alla porta. Poi ai cristalli della finestra sul davanti. Signora. Signora.
Mira finalmente ha sentito.
Chi è? Chi è?
Raggiunge l’uscio. Toglie la sicura, scosta il battente.
Le si presenta un signore anziano. È Adelmo. Chiede dov’è il rastrello. Vuol raccogliere le foglie.
-Ah, sì, allora lo fa lei! -
-Sono libero stamattina !-
-Guardi, è appoggiato al moro!-
Ha visto. Si sposta lento per andare a prenderlo.
Mira rinchiude la porta. Il freddo è tagliente.

"Filippo aveva parlato di una sistemazione a Goro ma per il momento tutto era fermo. Lui adesso se ne stava dai suoi e la Mary nella casa di Giuliano.
Giuliano sovrintendeva ai lavori agricoli e poi si assentava per i viaggi. O se ne stava in camera a suonare la tromba.
In casa circolava poco denaro. Zia Isa lasciava nei negozi i conti da pagare annotati in un libretto. Percepiva una piccola pensione di invalidità per i disturbi al cuore e un modesto affitto per una minuscola stanza che possedeva in paese, ma forse quei soldi li dava di nascosto a Giuliano perché diceva sempre che non aveva una lira in tasca.
Mira aveva ripreso i lavori di cucito e maglia, che faceva da ragazza, dopo aver scoperto di essere incinta.
Finalmente, a Natale, la Mary partì per Goro.
Mira non voleva sapere che posto fosse. Le avevano parlato di pantani, anguille e solitudine. A lei premeva soltanto di sgombrare la mente dall’idea degli estranei in casa.
Giuliano, invece, sembrava essere affascinato dal delta del Po, dai casoni di canne e, quando vide Filippo e la Mary salire sulla Topolino C, provò una fitta al cuore perché quasi gli sarebbe piaciuto andare con loro in quella zona di acqua e terra.
Mira era contrariata nel vederlo rabbuiato e abulico. Come se fosse stata colpa sua se aveva perso la compagnia.
Giuliano aveva bisogno di gente intorno.
Filippo era esuberante. La battuta giusta. La stretta solida. Giuliano avrebbe voluto essere come lui. Agile e guizzante nei pantaloni di cotone chiaro.
Po e No li chiamavano alla scuola elementare.
Zia Isa conservava, nel vecchio cassone in solaio, il cestino di cartone duro con un libriccino di animali e un sacchetto di battista pieno di sassolini. Che Giuliano aveva raccolto insieme a Po quando con la maestra erano usciti in passeggiata lungo l’argine.
Giuliano dopo i vent’anni era ingrassato. Le maniche delle camicie sempre da accorciare dalla sarta. Non reggeva la canicola potente dell’estate né i rigori dell’inverno. Sudava o si copriva di maglie.
-Ma cos’ ha Filippo di così affascinante per Mary?- chiese una sera Mira a zia Isa che contava dei bollini : era passato poco tempo dalla partenza degli ospiti.
L’aveva chiesto così, con quella voglia di insinuarsi nelle vicende degli altri che, a volte, prende.
-Come? non lo sai? Filippo scrive poesie-
Zia Isa aveva alzato la testa e Mira le aveva colto un’espressione più giovane nel viso.
Si era incuriosita. Giuliano, durante il fidanzamento, le aveva mandato lettere che avevano esercitato la loro seduzione, ma non le aveva mai scritto una poesia.
Chissà com’erano quelle poesie. Lunghe o brevi? Di che cosa parlavano? Sicuramente d’amore. O della vita di Filippo. Non lo sapeva e non lo avrebbe saputo.
Scrive poesie e quello era tutto".

Adelmo ha finito. Ribussa ai cristalli della finestra. Signora.
Mira assopiva appoggiata alla spalliera del seggiolone. Scuote la schiena e la testa.. Si alza.
Un momento!
Riapre la porta.
-Ho finito- dice l’anziano.
- Ha sete? Vuole un bicchiere d’acqua?- chiede.
- Non voglio disturbare-
- Si accomodi-
L’anziano fa ingresso. Il passo malfermo. Gli abiti del contadino che non ha mai smesso di essere.
Mira prende la bottiglia di acqua minerale.
Lui si è seduto. Accosta la mano grande al bicchiere.
-Mi ricordo di quando mia madre veniva qua a lavorare alla risaia.
Già, se ne ricordano in molti. Altri tempi. Altra storia.
-Si ricorda di Nino, il bracciante? - chiede Mira.
Adelmo annuisce.
-Faceva tutti i lavori che avrebbe dovuto fare Giuliano. Avremmo potuto essere ricchi…
La donna sospira. La fitta dei ricordi si rifà acuta.

"-Ho sentito la gallina faraona cantare! Ma chissà dove avrà fatto il nido!- diceva zia Isa fuori dall’uscio- Ci andate voi a cercarlo, Nino?
Il bracciante appendeva la falce a un ramo della quercia. Si riabbottonava il giubbetto grigio e si inoltrava nel fitto a calpestare i rami caduti e la sterpaglia.
La reggitrice ritornava a tagliare le zucchine.
I pensieri non scandivano il tempo mentre le ore venivano gettate alla ricerca delle uova.
- Le ho trovate!-
Erano una dozzina, vicino al ceppo del tiglio. Lucide e fresche da bere all’istante. Finivano abbandonate dentro le ceste in dispensa o tra la cenere delle terrecotte".

"E Giuliano? Giuliano riposa. Giuliano non c’è.
Zia Isa lo sosteneva. E’ nato settimino. Un parto travagliato. Hanno usato il forcipe.
Cristiana diceva sempre che era il favorito.
Mira prima l’aveva difeso contro la cognata, poi l’aveva avversato contro zia Isa.
Eppure zia Isa non era antipatica.
Come ci era andata in ospedale a partorire?
Sulla lambretta di zia Isa.
Era estate. In piazza ballavano. Giuliano in campeggio a Marina.
-Se nasce una bambina, chiamala col nome di mia madre- aveva detto Giuliano.
Santa. Non le piaceva, ma voleva far contento il marito.
Santa. Era nata Santa.
Una bambina minuta, lo sguardo triste quasi profetico.
Di notte si alzava in piedi nel lettino e batteva i pugni contro il muro della camera in stile impero. Mira accendeva la candela. Balzava giù e se la prendeva in braccio.
Giuliano si girava dall’altra parte. E poi aveva cominciato a dormire nel camerino in fondo al corridoio accanto allo sbocco della scala.
-Ho il sonno leggero. Questi pianti mi disturbano troppo.
Così la bella stanza, destinata a mamma e figlia, aveva perso per Mira l’incantamento della camera degli sposi.
La bambina cresceva malinconica. Già quando era nella pancia, la madre le aveva trasmesso i suoi umori. La lussazione all’anca poi aveva aggrumato tristezze…
Visite, controlli, ingessature. E quel divaricatore. Che un giorno qualcuno aveva scagliato in mezzo alla carreggiata a prendere la pioggia.
- Povera bambina.
- Non le doveva capitare-
-Forse rimarrà un po’ zoppa-
E Cristiana rincarava la dose. Se si rompeva uno specchio, diceva che erano sette anni di disgrazie, se vedeva una biscia, un’ insidia era in agguato, se cadeva il sale sulla tavola…
-Oddio, stanotte ho sognato male- perciò non si poteva far questo e quello.
Mira mal sopportava i confini tracciati: quell’atmosfera creata dalle altre due donne le faceva mancare l’aria.
Percepiva se stessa sospinta verso gli angoli e non in sintonia con i loro gusti. Stonata nella voce che le usciva grossa, nei lavori di casa che risultavano maldestri.
Achille arrivava dalla stazione al sabato con la motoretta bianca. Vietato chiedergli a che punto fosse con gli studi. Zia Isa gli grattugiava dosi abbondanti di parmigiano sui maccheroni.
-Devi nutrirti!- lo trattava affettuosamente come un figlio.
Mira di solito aveva già mangiato e se ne stava seduta vicino alla cassetta della legna a guardare la sagoma della donna, curva e servizievole accanto al cognato.
Zia Isa ha allevato tutti… Zia Isa andava a scuola a piedi e faceva dieci chilometri al giorno. A zia Isa veniva sempre il mal di gola quando era piccola. Giuliano lo ripeteva alla bambina.
Mira stizziva. Prendeva la bambina in collo e andava in camera da letto.
Santina giocava sul pavimento della bella stanza con la bambola e una sediolina di compensato..
Mira sedeva nella poltrona a pozzetto, sul velluto verde, a consumare livore.
Guardava la bambina con le manine appoggiate al pavimento in cotto. Un raggio di sole filtrava attraverso le tende e illuminava la polvere dei mattoni.
Santina sbatteva la testa della bambola sull’impiantito.
Mira era lontana con i pensieri e non la sentiva".

"-Se non ci sono abbastanza soldi, allora voglio andare a lavorare anch’io- annunciò un giorno mentre Giuliano e zia Isa prendevano il caffè nel salottino.
Zia Isa le aveva rivolto uno sguardo tra il meravigliato e il remoto.
-A lavorare? Ma dove? Come?-
-In fabbrica- rispose.
In fabbrica. Giuliano ebbe un sussulto. Il caffè traboccò dalla tazzina. Sua moglie in fabbrica?! Era una bestemmia.
Non le bastava quella casa grande di loro proprietà? I campi larghi intorno? La spesa fatta dalla zia? I conti della spesa pagati dopo gli sfalci, i raccolti ?
Che voleva questa figlia di operai? Si era già dimenticata le due stanzucce anguste in cui viveva?
Giuliano aveva fatto un gesto seccato, inappellabile.
Metti su pretese? Fatti bastare quel che ti vien dato. E ringrazia la serva che va a far la spesa e cucina anche per te.
Mira si era rifugiata in camera da letto a guardare la Madonnina di Raffaello.
Poi la posizione di Giuliano era cambiata. Se non altro perché i musi della moglie erano insopportabili. O forse perché capiva che in fondo non aveva torto.
Le aveva cercato il posto in una fabbrichetta con poche dipendenti. Il proprietario si chiamava Orio. Giuliano lo conosceva.
Producevano minuteria metallica. Mira avrebbe dovuto stare in piedi davanti a un ingranaggio che assumeva il pezzo da una imboccatura e poi lo rigettava modificato da un’altra. Otto ore al giorno.
Era iniziato il suo lavoro da operaia. Il salario si aggirava intorno alle sessantamila lire al mese. Con le quali avrebbe potuto comprare i vestiti per Santina e qualcosa per la casa.
Soprattutto si sarebbe sentita indipendente.
La bambina adesso era affidata tutto il giorno a zia Isa. Che accudiva anche il figlio di Cristiana.
Zia Isa aveva un debole per i maschi.
Non le piaceva la bambina. Con quella testa grossa, gli occhi sporgenti, il corpo minuto, il camminare incerto.
Preferiva il figlio di Cristiana: Giovanni Paolo. Bello, biondo, ieratico. I capelli, dei boccoli da putto. Il viso espressivo. Riproduceva il verso degli animali, imitava il modo di parlare degli adulti.
Santina stringeva con le labbra l’imboccatura di una bottiglia di vetro e guardava nel vuoto. La mamma la infagottava dentro i grembiulini a righe o a quadretti.
Cristiana le insegnava le preghiere..
Achille, seguendo i desideri della moglie, aveva progettato la casa da costruire sotto l’argine sopra una cassa di colmata.
Veniva su un edificio ispirato all’architettura funzionalista. Giuliano diceva che sembrava una fabbrica: bianca, fredda con le finestre-portelloni adatte a celle frigorifere. Lui apprezzava Achille solo per i quadri che dipingeva.
Mira incupiva. Non sopportava che il marito offrisse vitto e alloggio alla sorella e al cognato in attesa che la nuova abitazione fosse pronta.
Una famiglia in casa! Una famiglia in casa! Continuava a dire.
-Ma è stata anche la sua casa!- diceva zia Isa.
-Sì, ma potevano rimanere nell’altra in paese!-
Mira non ne voleva sapere: si sentiva stretta, schiacciata, soffocata. Dalla cognata che aveva studiato in Santa Dorotea, che parlava di buone maniere apprese da una certa Madre Torta. Che sapeva il tedesco e lo insegnava a Giuliano per i suoi viaggi."
-
Mira si è affacciata alla finestra. Guarda il cortile. Le foglie sono state raccolte e rinchiuse in sacchi.
Il sottobosco adesso appare più ordinato.
La donna percepisce il silenzio sotto le fronde.
Un leggero sentore di nausea la opprime. Il medico dice che deve evitare tutto ciò che ingombra l’intestino. Forse un po’ di pastina con olio e parmigiano potrebbe andare bene.
Fruga nella credenza. Ha trovato i risoni dentro la confezione di cartone blu.

"I cognati si erano finalmente trasferiti nella loro casa, bianca e moderna, e adesso la bambina dormiva in una camera tutta per sé. Tre finestre grandi, una dava sul terrazzo.
L’impiantito era sbreccato. A Giuliano erano partiti dei colpi da un vecchio mitragliatore e sulle piastrelle si erano formati dei buchi. Le travi erano state tinteggiate di marrone e conferivano alla stanza un’aria rustica e un po’ desolata.
Zia Isa si premurava di decantare il letto in ferro battuto con la testata dipinta.
-Questo era della nonna che si chiamava come te! Una rarità, un oggetto prezioso-
La bambina lo trovava alto.. Quello delle amiche era più basso. Si doveva arrampicare. Aveva paura di cadere mentre dormiva.
Zio Achille le aveva arredato con un' antica olla, rimessa insieme da alcuni punti di ferro, l’ angolo sotto la finestra rivolta a mezzogiorno, e le aveva appuntato nella parete di fianco al letto una stampa di Millet: “L’Angelus”.
-Guarda che bello! Guarda che poesia!-
Santa guardava lo sfondo: quella campagna bruna col suo odore di terra era la stessa che vedeva dalla finestra spalancata sul terrazzo. "

Ha messo il pentolino a bollire. Attivato la stufa. Il borbottio del fuoco le fa compagnia. Apre lo sportello, guarda le incandescenze mentre il calore della vampata le investe il viso .
La pastina è pronta. La versa nel piatto. Una cucchiaiata d’olio e un po’ di parmigiano. Per secondo la polpetta avanzata ieri. Poi c’è la mela al forno.
La sveglia ticchetta. La legna crepita nella stufa. Da fuori viene il verso del fagiano.
Mira pensa alla bella stagione, all’aria dolce, all’odore dei fiori di acacia, al venticello che s’insinua tra le gemme dei rami.

-
Com’era stata la vita di Mira? Lunga e noiosa. Giornate sempre uguali, grigie come le nebbie, i vapori che uscivano dai pentoloni messi a bollore per i bucati, come l’atmosfera creata da zia Isa che viveva per Giuliano, per quel rapporto esclusivo con lui.
Un mondo morto che apparteneva a loro due, a loro due soltanto. Un mondo lontano rievocato tra le tazzine di caffè, presente nei finimenti del cavallo, nel calessino col soffietto, nella biancheria ricamata di nonna Santa e della prozia Oneglia morta di tisi, negli ombrellini.
E poi nelle terre, nelle risaie ch’erano state del nonno, del bisnonno.
Un mondo racchiuso tra pareti centenarie, vivente nei racconti. Un mondo di orfani che si aggrappavano alle pietre, alle memorie, agli oggetti riposti in soffitta.
Il futuro era incertezza, minaccia, insidia.
Mira attraversava quel mondo e si sentiva investita da sussulti e respiri in cui persistevano le ragioni di quelle vite. Tremule foglie della sera che volteggiavano al soffio del vento impetuoso rimanevano pervicacemente attaccate al ramo vecchio.
Il bello era stato allora. Non poteva più ritornare. La casa si era riempita dei suoni e dei rumori delle persone che l’avevano abitata e che adesso non c’erano più…
Mira, per un attimo, aveva assaporato il gusto della favola bella quando Giuliano le aveva spalancato la porta della camera da letto, sontuosa, commissionata a professionisti artigiani.
Il bello per lei era rimasto fermo lì..
La cugina Isa, l'orfana Isa adottata dagli zii, Santa e Amedeo, era legata indissolubilmente a Giuliano. Aveva fatto le veci di Santa, dopo che la stessa era venuta a mancare.
Giuliano era il figlio che Isa avrebbe voluto. Giuliano, rimasto orfano prematuramente, metteva zia Isa al centro delle sue attenzioni.
E Mira si sentiva esclusa .

Esclusa testo di Diodata
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