L'aspirapolvere

scritto da Cara Catastrofe
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Testo: L'aspirapolvere
di Cara Catastrofe

Daisy aveva sempre guardato con malcelata compassione le persone che si ritrovavano a girare senza scopo nel reparto elettrodomestici, affermando di farlo solo “per dare un’occhiata”. Le era sempre sembrata una di quelle cose che si cominciano a fare superati i quarant’anni, insieme alle conversazioni sul prezzo del gas e alla soddisfazione di trovare un buon contenitore ermetico per gli avanzi. Eppure, quando il commesso le aveva mostrato quel bidone lucido, il tubo flessibile e il cavo abbastanza lungo da raggiungere ogni angolo del suo trilocale senza dover cambiare presa, aveva sentito un brivido di entusiasmo. Non era esattamente bello; era potente, silenzioso e, soprattutto, prometteva di risolvere una quantità di problemi che fino a quel momento aveva considerato inevitabili. La vecchia scopa elettrica, infatti, raccoglieva ormai solo il grosso e lasciava il resto al suo destino. Il filtro si intasava ogni tre giorni, il rullo si riempiva di peli di gatto e sul tappeto del soggiorno continuavano a formarsi quei batuffoli neri che rotolavano negli angoli come balle di fieno in un film western. Daisy aveva provato a pulire il filtro, a sostituire il rullo, a consultare un video su YouTube nel quale un uomo spiegava in uno stentatissimo italiano come smontare il motore. Ma niente: alla fine aveva comprato l’aspirapolvere nuovo e, tornando a casa, si era sorpresa a pensare che non vedeva l’ora di provarlo. Mi sto emozionando per un aspirapolvere, pensò. Che tristezza.

I primi giorni furono una piccola rivelazione. Il tappeto tornò del colore originale – o almeno di quello che Daisy ricordava –. Il pavimento sembrava più luminoso e, passando una mano sul divano, non si ritrovava più il palmo coperto di briciole. Il contenitore trasparente si riempiva in pochi minuti e senza sforzo, mostrando una quantità di polvere che le pareva quasi offensiva. Da dove veniva tutta quella roba? Non aveva importanza: bastava premere il pulsante sopra il bidone, sganciare il contenitore e svuotarlo nel cestino; un gesto semplice e definitivo. Dopo una settimana, Daisy aveva preso l’abitudine di passare l’aspirapolvere anche quando non ce n’era davvero bisogno. Lo faceva prima di uscire, al ritorno dal lavoro, qualche volta persino la sera, se notava una briciola sotto il tavolo. Il gatto la seguiva a distanza, con quell’espressione di rassegnata superiorità che i felini riservano agli umani, e poi si spostava sul letto finché il rumore non cessava. Daisy aveva cominciato a pensare che, in fondo, non era così terribile invecchiare. Forse significava soltanto imparare ad apprezzare le cose che funzionavano davvero.

Un pomeriggio, tuttavia, la donna stava svuotando il contenitore quando, fra un grumo di polvere e alcuni peli del gatto, vide brillare qualcosa di metallico. Lo raccolse con due dita, un po’ sorpresa: era un piccolo orecchino d’argento, a forma di stella, che credeva di aver perso almeno cinque anni prima. Ricordava di averlo cercato dappertutto invano; alla fine aveva tenuto l’altro orecchino in un cassetto, aspettando di trovare il compagno durante uno dei traslochi che non aveva mai fatto. Lo pulì con un fazzoletto e lo posò sul ripiano del bagno. Non era poi così strano: poteva essere scivolato sotto un mobile, essere rimasto intrappolato in qualche interstizio ed essere stato trascinato fuori dalla potenza di aspirazione. La spiegazione le piacque, quindi non ne dovette cercare altre. Quella sera, prima di andare a dormire, mise l’orecchino nel cassetto insieme al suo gemello e si dimenticò della faccenda.
La settimana seguente, mentre scuoteva il contenitore sopra il cestino, vide cadere un minuscolo frammento di plastica rossa. Le parve subito famigliare, anche se non avrebbe saputo dire come. Osservandolo meglio, capì che le ricordava un pezzo del vecchio cavallino da collezione che aveva avuto da bambina, uno di quelli con le zampe rigide e la criniera dipinta male. Daisy si ricordò di aver rotto il gioco contro il bordo di un gradino, durante una vacanza dai nonni. Aveva pianto per ore e sua madre le aveva promesso che gliene avrebbe comprato un altro, sebbene poi non l’avesse mai fatto. Il frammento era identico a quello staccatosi dalla zampa anteriore del cavallo, che in quel momento doveva essere ancora conservato in soffitta dai suoi genitori. Daisy lo tenne sul palmo, girandolo sotto la luce della cucina, quindi lo ributtò nel cestino. Non aveva nessuna voglia di scoprire come fosse finito lì.
Quella sera non accese l’aspirapolvere. Si sedette sul divano e guardò il bidone fermo nel ripostiglio, con il tubo appoggiato contro la parete. Un aspirapolvere non poteva raccogliere un frammento di plastica proveniente da un posto in cui non era mai entrato. Si scervellò per quasi due ore per poi concludere che l’unica possibilità era che si trattasse di un pezzo di plastica qualsiasi, probabilmente molto simile a quello del suo cavallino. Li aveva associati perché per lei quel frammento aveva un valore sentimentale e nulla più. Eppure, quando si alzò per andare a letto, controllò che la porta del ripostiglio fosse chiusa.

Anche il gatto, poi, cominciò a comportarsi in modo strano. Era un animale tranquillo, abituato a dormire sul tappeto e a infilarsi fra le gambe di Daisy quando lei preparava la cena. Ora, invece, appena vedeva l’aspirapolvere si allontanava. Non correva a nascondersi, però: si limitava a fissarlo con il corpo rigido e la coda bassa, come se avesse notato qualcosa che lei non riusciva a vedere. Daisy provò a chiamarlo prendendolo in braccio, per mostrargli il tubo flessibile, ma l’animale si divincolò e sparì in camera da letto.
La donna decise di non pensarci. Gli animali hanno paure irrazionali, si disse. E lei stessa, del resto, cominciava a sentirsi ridicola. Aveva quasi quarant’anni, un lavoro, un mutuo e una lista di cose da fare che non diminuiva mai. Non poteva passare le giornate a preoccuparsi di un elettrodomestico.
Il mattino seguente però, al suo risveglio, il gatto era scomparso. La ciotola era piena e la cuccia in cui sonnecchiava abitualmente era vuota. Controllò sotto il letto, dietro la lavatrice, dentro gli armadi. Lasciò aperta la porta del balcone e scese a chiamarlo in cortile. Chiese ai vicini, ma nessuno lo aveva visto. Tornata a casa, chiamò il veterinario e pubblicò un annuncio nel gruppo del quartiere. Poi, senza sapere bene il perché, entrò nel ripostiglio.
L’aspirapolvere era al suo posto. Il cavo era avvolto ordinatamente intorno al gancio, il tubo piegato contro il fianco del bidone. Daisy si inginocchiò e sganciò lo scomparto della polvere. Non aveva acceso l’apparecchio dal giorno prima, eppure sul fondo c’era uno strato di peli neri che non ricordava di aver raccolto. Sollevò l’oggetto verso la luce. Fra i peli e lo sporco vide un piccolo dente bianco, sottile e appuntito. Un canino.
Daisy lasciò cadere il contenitore. Il coperchio rimbalzò sul pavimento e una nuvola scura si sparse ai suoi piedi. Per qualche secondo rimase immobile, con le mani davanti alla bocca. Poi si mise a raccogliere tutto, prima con un fazzoletto, poi con la scopa, perché non voleva accendere l’apparecchio. Il pensiero che il gatto potesse essere finito lì dentro le balenò nella mente senza che avesse il tempo di considerare la sua illogicità. Poi ritornò in sé: nel bidoncino non c’era spazio, non c’era modo.
E, soprattutto, il gatto non era una cosa da raccogliere.

Quel pomeriggio Daisy portò l’aspirapolvere in cantina e lo chiuse in un armadietto. Si disse che avrebbe comprato un altro modello, magari una scopa elettrica come quella vecchia. Avrebbe buttato via quell’affare e non ci avrebbe pensato più. Ma il giorno dopo, quando tornò dal lavoro, lo trovò nel ripostiglio, esattamente dove lo aveva lasciato la prima volta.
Scese le scale: la porta della cantina era chiusa a chiave. Controllò la serratura, telefonò all’amministratore e cercò di capire se qualcuno potesse essere entrato. Alla fine, in assenza di una spiegazione logica, si sedette sul pavimento della cucina e pianse.
Provò a disfarsi altre volte dell’aspirapolvere. Lo lasciò accanto ai cassonetti, in un centro di raccolta. Infine, lo regalò a una donna che aveva risposto a un annuncio online. Quando venne a ritirarlo, lo caricò in macchina e ringraziò Daisy per il prezzo ridicolo. Per qualche ora lei si sentì meglio. Poi, la sera, aprì il ripostiglio per prendere il secchio e lo trovò lì, con il cavo nuovamente avvolto intorno al gancio. Quando telefonò alla donna, quella le disse di non sapere di cosa stesse parlando. Non aveva mai ritirato nessun aspirapolvere. Non aveva mai risposto al suo annuncio. La pregò di cancellare il suo contatto immediatamente.
Anche Daisy, pian piano, cominciò a dimenticare piccole cose. Non rammentava più chi le avesse regalato la tazza blu che teneva sulla scrivania, si soffermava accanto al tiragraffi e non ricordava a cosa le servisse, visto che non c’erano animali in casa. Una sera si fermò davanti a una fotografia appesa in corridoio e si accorse di non riconoscere l’uomo che le stava accanto. L’immagine ritraeva lei, leggermente più giovane, con un vestito bianco e il braccio infilato sotto quello di uno sconosciuto. Daisy la staccò dalla parete, la girò e trovò sul retro la scritta “Io e papà, Marsiglia 2024”. La lesse tre volte, senza tuttavia ricordare nulla.
La casa, intanto, era diventata impeccabile: sotto i mobili non c’era un solo batuffolo di polvere. La donna non riusciva a ricordare l’ultima volta che aveva fatto una vera pulizia, eppure tutto era sempre in ordine. Non c’erano più briciole, né impronte sul vetro della porta-finestra. Le stanze sembravano più grandi, ma anche – in qualche modo – più vuote. Il silenzio era diventato così profondo che a volte Daisy si sorprendeva a parlare ad alta voce, soltanto per avvertire qualcosa che riempisse l’aria.

Una notte, in un momento di lucidità, capì che non poteva più sopportare di andare avanti in quel modo. Non sapeva cosa ne avrebbe fatto dell’apparecchio, ma non poteva più lasciarlo lì. Lo trascinò al centro del soggiorno e – senza pensarci, in un gesto ormai abituale, quasi compulsivo – lo collegò alla presa. Il bidone emise un ronzio basso, come un grugnito. Daisy si chinò per sganciare lo scomparto dello sporco, ma si gelò. Attraverso la plastica trasparente vide qualcosa di nuovo: era una ciocca di capelli castani, avvolta su se stessa, ricoperta di polvere grigia finissima. La raccolse con due dita e soffiò: erano i suoi capelli, ne era certa. Allontanò le mani dall’apparecchio e fece qualche passo indietro.
Per la prima volta osservò che il soggiorno era cambiato: sul tappeto non c’erano segni di usura e il divano, il tavolino e le sedie sembravano disposti in modo diverso da come li ricordava. Daisy cercò di pensare forsennatamente a un luogo in cui avrebbe potuto scappare, a qualcuno che avrebbe potuto chiamare, ma non le venne in mente niente. Non ricordava più il nome di nessun’amica, né quello di suo padre, né dove avesse messo il telefono. Le sembrò di essere entrata in una casa che non le apparteneva. Improvvisamente, il motore dell’aspirapolvere si avviò da solo.
Daisy si voltò di scatto. Il tubo flessibile era disteso sul pavimento, con la bocchetta rivolta verso di lei. Non si muoveva, eppure l'aria della stanza sembrò farsi più fredda. Tentò di raggiungere la presa, ma le gambe non risposero. Il ronzio si fece più forte e, attraverso la plastica trasparente, vide la polvere turbinare nel contenitore, come un tornado in miniatura. Non c'erano soltanto granelli di sporco: in quel vortice le parve di riconoscere i riflessi dorati di un compleanno, la voce di qualcuno che la chiamava per cena, frammenti di momenti che non riusciva più ad afferrare. L'aspirapolvere stava portando via qualcosa che le apparteneva, e Daisy provò a opporsi, ma la paura durò poco. Al suo posto subentrò una strana leggerezza. Le pareti cominciarono a sfocarsi e il ronzio del motore si fece più dolce, fino a somigliare a una ninna nanna.
Daisy rilassò le spalle, aprì le mani e si lasciò andare. Le parve la cosa più pulita e perfetta a cui avesse mai assistito. Iniziò a sorridere, un sorriso aperto e privo di qualsiasi pensiero, finché anche le sue labbra smisero di appartenerle. E poi non ci fu più nulla.

La mattina seguente la vicina del piano di sotto si azzardò a bussare nonostante l’orario e, non ricevendo riscontro, entrò nell’appartamento con la copia delle chiavi. Aveva sentito dei ronzii intermittenti per tutta la notte, eppure Daisy era sempre silenziosa. E poi non l’aveva vista uscire per recarsi al lavoro: era strano, si fermava sempre a fare due parole con lei.
Il trilocale era perfettamente pulito. Sul tappeto non si vedeva un solo pelo, il pavimento brillava e i mobili erano disposti con una precisione quasi innaturale. Un aspirapolvere riposava nel ripostiglio, il cavo avvolto ordinatamente intorno al gancio. Nessuno avrebbe potuto dire che in quella casa fosse successo qualcosa: non c’erano segni di lotta, né oggetti rovesciati. Ma Daisy non c’era più. Non esisteva più: non c’erano fotografie che la ritraessero, né vestiti nell’armadio. La vicina, pochi minuti dopo essere entrata, non seppe spiegarsi perché possedesse le chiavi di quell’appartamento, né chi le avesse chiesto di entrarci.
Avvicinandosi al ripostiglio e osservando il fondo del contenitore trasparente dell’aspirapolvere, vide una piccola ciocca di capelli castani sotto uno strato spesso di polvere. Si avvicinò, strizzando gli occhi per scrutare meglio. Accanto alla ciocca, quasi invisibile, c’era un frammento lucido a forma di mezzaluna. «Ma cos’è, un’unghia?», sussurrò la donna.

Poi si scordò definitivamente del perché fosse lì, voltò le spalle e se ne andò chiudendo la porta dietro di sé.

 

L'aspirapolvere testo di Cara Catastrofe
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