Se dovessi morire... non vorrei fosse aprile

scritto da vecchioautore
Scritto 5 anni fa • Pubblicato 5 anni fa • Revisionato 5 anni fa
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Racconto appena sfornato. L'ultimo desiderio di un malato terminale. Buona lettura.
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Testo: Se dovessi morire... non vorrei fosse aprile
di vecchioautore

Se dovessi morire… non vorrei fosse aprile

Lo schienale reclinato per agevolare la posizione del capo, adagiato al poggiatesta e piegato verso destra; il volto, emaciato e sofferente, incollato al finestrino; gli occhi cerchiati fissi sui campi che, ai lati della strada, sembravano scappare via, insieme alla vita. «Se dovessi morire… non vorrei fosse aprile», mormorò con voce stanca e arrochita.
«Cos’hai detto?» gli chiese sua moglie.
«Nulla… l’incipit di una poesia che scrissi un anno fa… all’inizio di questo calvario.»
La donna, serrando forte le labbra, riuscì a trattenere il pianto.
Cosa avrebbe potuto dire: le inutili parole di conforto, le aveva spese tutte. Cosa avrebbe potuto inventarsi, di fronte a una sentenza che lei, forse anche più di lui, percepiva ormai prossima?
«Rallenta per favore, fammi godere un po’ più a lungo la visione di quest’ultimo brandello di primavera», riprese con voce commossa il marito.
La donna ridusse la velocità, deglutì. «Va bene così?»
«Benissimo… grazie, cara.»
Cura sperimentale, l’aveva chiamata un mese prima il luminare. E lui, ormai rassegnato al peggio, aveva accettato di fare da cavia. D’altronde, il tumore all’ultimo stadio che lo aveva colpito un anno prima, non gli lasciava margini di manovra.
Un mese di altre inutili sofferenze e poi. «Mi lasci andare, professore, voglio chiudere gli occhi nel mio letto.»
Di fronte alla determinazione del paziente, il luminare si piegò: anche perché l’uso del farmaco compassionevole non aveva dato i frutti sperati, e da qualche giorno gli somministravano solo medicinali per alleviare il dolore.
Guardando i campi vestiti dei colori e dei profumi della primavera, un’intera vita che andava verso la sua drammatica conclusione cominciò a scorrergli davanti agli occhi.
Si rammentò del tempo della forza, quando con giovanile entusiasmo inseguiva il successo al galoppo.
E il dolore muto che divorava gli ultimi brandelli di vita, parve cessare ricordando il giorno che volgendo lo sguardo all’interno del giardino, guardando la moglie e i figli ebbe contezza della raggiunta agiatezza.
Una consapevolezza assai breve. “La felicità, se esiste, è una costruzione fragile e instabile. E’ un bosco che cresce rigoglioso per anni, e un fulmine incendia e distruggere in un sol giorno”, ebbe a pensare mentre il dolore muto tornava a tormentare le sue carni.
L’ansia di perdere il benessere faticosamente costruito, eccolo lì il tormento, lo stigma di una felicità solamente di facciata.
E quando la botta, tremenda, arrivò davvero; quasi si sentì sollevato: l’ansia di perdere tutto non aveva più ragion d’essere, ora che doveva combattere duramente per conservare qualcosa che valeva immensamente di più della villa, delle belle macchine, dei soldi in banca.
Ora doveva lottare per veder crescere i sui figli, amare la sua donna. Ora doveva sconfiggere il male, poi avrebbe ripensato e rivoltato la sua vita; guardando oltre la facciata, sarebbe andato alla ricerca di una felicità che non fosse solamente apparenza... se il destino o chi per esso glielo avesse concesso.
“Cos’è servito lavorare a testa bassa? Solo ad accumulare denaro, opulenza da esibire inorgoglito indossando un abito firmato, ospitando gli amici in una casa ridondante o guidando un’automobile scintillante… Non è questo che fa degna la vita. Recupererò il tempo speso male, darò più valore ai sentimenti. Parlerò con i miei figli… dirò ancora come allora, più di allora, “ti amo” alla mia donna”, pensava nelle lunghe e insonni notti, divorato dal dolore in quel letto d’ospedale: inutili buoni propositi di una vita al capolinea.
«Portami lassù, vuoi?» chiese a sua moglie, indicando con l’indice tremolante le colline all’orizzonte.
«Vuoi andarci adesso?»
«Sì. Voglio fare qualcosa che ho sempre desiderato: camminare con te, mano nella mano tra le vigne.»
«Oh, ma è bellissimo», disse con voce commossa. «Lo faremo domani. Ora sei stanco, devi riposare.»
Lui scosse il capo. «Programmare è un lusso che non posso più permettermi, nemmeno a brevissima scadenza… Domani, potrebbe essere tardi… sarà sicuramente tardi.»
La donna gli dedicò uno sguardo dolorosamente amorevole. «Come vuoi tu, caro», disse. Uscendo dalla rotatoria prese la strada per le colline. «Mezz’ora, e saremo lassù», aggiunse.
«Grazie, cara», pronunciò sorridendo.
Gli sembravano ancora troppo lontane, irraggiungibili, le colline che ora riempivano l’orizzonte.
«Se dovessi morire…
non vorrei fosse aprile,
con i prati in fiore
e il Sole sul colle
che scalda le vigne.
Riaccende speranze
osservare il germoglio,
allontana cupezza il profumo del fiore
spuntato in giardino.
Germoglia l’amore
il male è sconfitto,
aprile rimani
con me anche domani», declamò con la voce dolente che si faceva sempre più flebile, sino a chiosare in un inudibile, implorante sussurro.
Il dolore sparì come d'incanto. Si sentì improvvisamente forte. Fu la sensazione di un attimo, forse l’attimo che azzera tutto.
Inspirò profondamente, trattenne il fiato più a lungo possibile; poi esalò un lunghissimo respiro, chiuse gli occhi e si addormentò: ora lo sguardo era un fermo immagine rilassato, stranamente sereno. Le ingiurie del dolore, lo avevano abbandonato.
Sua moglie, guardandolo con occhi pieni di lacrime, si chiese se valesse ancora la pena raggiungere le colline.
«Lui direbbe di sì», si rispose singhiozzando, iniziando a salire la strada che s’inerpicava in mezzo ai vigneti.

FINE
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