Nelle vacanze estive, sempre trascorse dai nonni, sono stato educato alla compostezza, nella discutibile convinzione che lasciarsi governare dalle emozioni sia una pratica disdicevole, volgare, imbarazzante, da evitare accuratamente. Un ragazzino perbene, in base agli insegnamenti ricevuti durante l'infanzia, è un esempio di autocontrollo. Non ride in modo sguaiato quando è contento, non si lamenta quando è stanco, non si dispera di fronte a sventure o contrarietà. Un ragazzino a modo convive tra i suoi simili senza arrecare danni, fastidi o turbamenti.
Ho cercato nel tempo di scrollarmi di dosso un modello troppo limitato per contenere l'inquietudine, troppo freddo per conviverci, troppo scomodo per essere liberi. Ho cercato di rincorrere somiglianze di chi diversamente aveva il coraggio di mostrarsi nudo. Senza riuscirci, non come avrei sperato. Gli insegnamenti ricevuti da piccoli hanno radici profonde, impossibili da estirpare. Così adesso vivo la mia vita simulando un incedere marziale, fingendo di essere tutto di un pezzo, senza mai scompormi. Se inciampo mi rialzo subito, se mi inceppo riparto, se mi rompo lo tengo per me.
L'educazione mirata alla compostezza si accompagna a un innato senso dell'accoglienza, alla gentilezza, ai sorrisi. Perdo le staffe di rado, non mi lamento, mi piace condividere il bello e trattengo il brutto, come un bravo soldatino modellato dai nonni.
Non funziona sempre. Qualche volta si fa fatica, si è stanchi, gli ostacoli sembrano insuperabili, i doveri intollerabili, le richieste eccessive, la fuga l'unica impossibile via di scampo.
Alcuni mesi fa acquistando un capo d'abbigliamento per farne un dono natalizio, mi hanno assegnato un numero di una lotteria, la cui estrazione dopo le festività premiava il possessore del numero estratto con un voucher da spendere in un massaggio shiatsu presso un primario studio della città. Il numero estratto era il mio, ma non ho fatto salti di gioia, il massaggio rientra nella categoria di “rinunciabili mollezze”. La cura di se è consentita solo in caso di seri problemi medici.
Ho trascurato a lungo l'idea di utilizzare quel buono omaggio. Il voucher utilizzato come segnalibro, faceva ogni tanto capolino fra le pagine di James Ellroy, poi un giorno, al termine di una settimana conflittuale, ho rotto gli indugi e mi sono ritrovato sdraiato su un futon nelle mani di una signora di bell'aspetto, gentile e premurosa che fissando il mio sguardo ha detto: “Raccontami”. Sono stato bruscamente spiccio ed evasivo: “Non ho nessun problema”, mentendo spudoratamente. Ho chiuso gli occhi e, per oltre un'ora, ho lasciato che fosse lei a occuparsi di me.
Sono riemerso da quella bolla di beatitudine quasi contrariato per la fine di un dolce rilassamento mai sperimentato prima, mi sono sollevato con la vista annebbiata, i sensi appannati e grati. “Effettivamente da quello che ho potuto cogliere, hai ragione, non ci sono particolari problemi, sei sano, stai bene” ha detto, mentre un lampo di scetticismo attraversava il suo sguardo, “Eppure da un punto di vista emotivo, mi sembra che....”, ha proseguito. Aggrappandomi al mio disincanto positivista, mi ripetevo che quella donna niente di me poteva sapere. Vacillando smarrito, seduto su un futon davanti a una sconosciuta, sono scoppiato a piangere. Un pianto incontrollato e inatteso, sfuggito dalle maglie dalla mia corazza. Ho pianto perché ero stanco, perché stavo bene, perché non avevo mai pianto prima. Ho pianto per me, per tutte le volte che ho tirato su col naso. Ho pianto perché mi sono visto da fuori: fragile, sfinito, insicuro, troppo perbene. Ho pianto perché ero convinto di non esserne più capace.
Molto imbarazzato ho chiesto scusa. “ Non preoccuparti, va tutto bene. Succede a molti”, ha detto lei. Sembrava sincera.
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Io non piango testo di Zodiac